Chapter 4

476 Words
Italia – Città di Milano (Mi) - Abitazione dei Fumagalli – Venerdì 03 settembre 1948 - “La tragedia, madre di ogni male” (dai ricordi d’infanzia) Vincenzo era piccolino ed aveva da poco compiuto quattr’anni, quando subì un trauma le cui conseguenze dovette portarsi dietro per tutta la vita. La sua mamma era stanca di subire le angherie ed i tradimenti di un marito donnaiolo e violento che l’aveva sposata in chiesa dopo aver avuto due figli fuori del matrimonio, emulo del Primo Ministro del Regno d’Italia, e capo del fascismo. La guerra era finita da tre anni, il corpo del “Duce” era stato appeso per i piedi in Piazzale Loreto. Il fascismo era caduto con il suo Capo insieme all’orgoglio di uomini bassi, di statura e di levatura morale come il padre di Vincenzo. La Signora Fumagalli aveva deciso di infrangere le proprie catene allontanandosi da quella casa da lei considerata una triste prigione dove si sentiva solo una serva buona per rassettare, lavare, cucire, stirare, lavorare in cucina e qualche volta buona per il letto, quando e se il consorte si ricordava di lei tra un tradimento e l’altro. Vincenzo non pianse quando il fatto accadde perché non poteva capire di trovarsi nel mezzo di una tragedia familiare e la mamma, mettendogli in mano un’enorme scatola di cioccolatini, gli aveva promesso che sarebbe tornata presto. Non fece indigestione di quei dolci perché corse ad offrirli ai suoi fratelli. Loro sì, stavano piangendo per quell’abbandono improvviso del quale Vincenzo non poteva essere in grado di capacitarsi e quel cioccolato aveva perduto il buon sapore di sempre. Crebbe allevato dalla giovane zia paterna, che abitava nella stessa casa, obbligata a farlo dal padre di Vincenzo. Il piccolo rivide la mamma negli anni successivi, giornate di festa che di festoso nulla avevano: qualche minestrina accompagnata dalle solite recriminazioni contro il marito di cui Vincenzo era figlio, una passeggiata al parco e poi, la sera, di nuovo nella casa paterna. Così facendo, un’ombra di tristezza s’era impadronita di lui, una tristezza che mai più lo avrebbe abbandonato. Con il tempo la tristezza fece posto al male oscuro della depressione. A quell’epoca la parola “depressione” non era entrata nell’uso corrente e non veniva considerata neppure una malattia. Vincenzo crebbe, ma visse quell’esperienza infantile come un’ingiusta condanna per la colpa di qualcosa che non aveva commesso. Egli crebbe allevato nella casa paterna. Crebbe nell’indifferenza dei fratelli che lo consideravano, in fin dei conti, un intruso… un figlio della menopausa, arrivato nel momento meno opportuno. Bene o male riuscì ad andare avanti e pur tuttavia la lacuna di un vero affetto materno non fu mai colmata: nessuna madre, neppure la più snaturata, può essere sostituita. Vincenzo non se ne rese conto, allora, ma una pesante eredità avrebbe oppresso la sua vita, governandola, negli anni a venire.
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