4.Dicembre 2014
Miriam aveva continuato ad andare all' hospice nei ritagli di tempo, soprattutto quando aveva qualche mattina libera e le sue figlie erano a scuola. Non si occupava dei malati, non ce la faceva ancora a vedere gente nelle stesse condizioni di Federico, poteva però curare i fiori del giardino (che sarebbero germogliati) o occuparsi di cose pratiche come rispondere al telefono o fare il Presepe.
La mattina del 23 dicembre era andata a raccogliere del muschio lungo la scarpata che c'era proprio dietro l'edificio della casa. Si era fermata alla macchina per togliersi gli stivali di gomma e rimettersi le scarpe, aveva chiuso la portiera e ripreso la cassetta di muschio quando, alzando gli occhi, aveva visto Manrico entrare dal cancello dell'ingresso principale.
Lui si fermò di colpo.
Lei affrettò il passo.
Lasciò cadere la cassetta su una panchina e gli andò incontro quasi correndo. Poi lo abbracciò, gli si premette contro per un lungo istante prima che lui, a sua volta, la circondasse con le braccia e le accarezzasse la testa.
Quando dopo un tempo incalcolabile si staccò da lui aveva gli occhi lucidi e lo guardava.
Lui prese dalla tasca un fazzoletto e le asciugò le lacrime.
Che ti hanno fatto? Pensò vedendo quelle occhiaie blu, il viso magro, l'espressione dolorante.
«Un po' ci speravo di vederti, sai?» disse Manrico con un sorriso quieto.
«Che magnifico regalo di Natale.»
«Sono passato per gli auguri... e visto che ci sei, per un tè.»
Il sorriso di Miriam si allargò.
Riprese la cassetta del muschio e fece strada verso la casa.
Una volta dentro con gesti abitudinari si levò la giacca, la mise sull'attaccapanni e poi fece lo stesso con quella di Manrico.
«La direttrice?» chiese alla volontaria che in quel momento occupava la scrivania della reception.
«Arriva verso le undici.»
«Grazie» poi si rivolse a Manrico «Andiamo a farci il tè. Vieni.»
in cucina era tutto uguale. Anche le loro tazze erano ancora lì. Le stesse di un anno prima. Miriam le riconobbe e le posò sul tavolo, poi, con una confidenza ritrovata all'istante, come se fossero passati pochi giorni e non dodici mesi, servì il tè e cominciò a raccontare di quell'anno straziante che finalmente stava per finire.
«Vieni spesso qui?» le domandò lui.
«Mi piace occuparmi del giardino, ma non del mio. Il mio sembra una piccola giungla. Non ce la faccio a stare con i pazienti, però. Ma non ce la faccio nemmeno a non venire quassù. Federico è morto qui. Mi è più caro questo posto del cimitero.»
«Io invece ho viaggiato il più possibile. Ho detto alla mia segretaria di accettare tutti gli incarichi più lontani e più lunghi. Sono stato tre mesi a Sidney e due a Boston... e poi ovunque volessero sentire le mie cazzate.»
«E come stai?»
«Non lo so di preciso. Cerco di non pensarci a come sto.»
«È una tattica anche quella.»
«E tu?»
«Sono diventata molto diversa da me stessa.»
«In che senso?»
«Non sono più l'incarnazione dell'equilibrio muliebre. Dopo un periodo orribile, in cui ho praticamente vegetato, adesso sono una specie di scheggia impazzita. Dico e faccio tutto quello che mi passa per la testa senza filtri e con un solo vincolo: proteggere le mie figlie. È davvero semplicissimo. E liberatorio» Miriam si appoggiò allo schienale della sedia e allungò le gambe.
«E questo ti fa stare bene?»
«Mi fa stare meno male. Non devo preoccuparmi di molte delle cose di cui mi preoccupavo prima. Era uno sforzo immenso comportarsi con raziocinio ed equilibrio, quando la mia natura mi avrebbe portata in tutt'altra direzione. Non volevo farmi compatire per cui oltre a stare da schifo cercavo anche di non darlo a vedere. Era sfiancante.»
«È interessante» commentò lui scrutandola alla ricerca di questo lato istintivo che sembrava del tutto inesistente sotto il maglione a dolcevita bianco e i pantaloni di velluto a coste.
«Sono libera. Senza pelle. Tutti mi compatiscono, però. Ma non me ne frega niente. Mormorano. Poverina, così giovane già vedova... per cui quando dico alle riunioni della scuola che i genitori si fanno troppe seghe mentali, o mando al diavolo l'architetto che sta progettando il recupero della cattedrale, non osano più di tanto darmi della squilibrata.»
Manrico rise di gusto.
«Vorrei vederti.»
«La vera verità è che la solitudine è durissima. Il letto vuoto, il posto a tavola vuoto, lo studio vuoto. Lui non c'è più. Non c'è più per me, non c'è più per le nostre figlie, non c'è proprio più. Punto. Credo ancora nella Vita Eterna, ma non è che mi dia troppe soddisfazioni.»
«Effettivamente si deve andare molto sulla fiducia» convenne lui con un leggero sorriso.
«E voi?»
«I miei figli sono più grandi, vivono praticamente fuori casa. E io sono diventato ancora più paranoico. Gli farei mettere un GPS nel cranio se non fosse illegale.» Fece una pausa, poi: «Hai qualcuno?» Lo chiese così, senza nemmeno pensarci, come se fosse del tutto normale farlo. Ed era normale. Erano in quella minuscola cucina dove le convenzioni si scioglievano come neve al sole.
«Un uomo intendi?»
Lui annuì.
«No. Non è quello che mi manca.»
«Beata te» ammiccò lui.
«Beh, non dovrebbe essere difficile, no? Viaggi parecchio. E sei... sì insomma, non devo essere io a dirtelo, sei un uomo molto... attraente.»
«È che non sono abbastanza vecchio per rinunciarci del tutto, ma non abbastanza giovane per finire a letto con chi capita. Ho una collega a Oxford... bella donna, belle tette, simpatica, intelligente. Da anni ci scambiamo battute a doppio senso, così... senza un perché... sai con qualcuno succede. Beh ora mi rendo conto che lei con me ci sta proprio provando. Quelle che per me erano solo battutine... boh ho realizzato che lei non scherzava del tutto.»
«Difficilmente una donna scherza su quello .»
«Eh... io l'ho capito adesso. Comunque l'ultima volta che sono stato a Oxford lei mi ha dato un appuntamento in un pub. Non era mai successo e la conosco da una vita. Era evidente che dopo saremmo andati da qualche parte.»
«Poi?» lo incalzò Miriam.
“ Beh, non ci sono andato. Non ce l'ho fatta. Scusa l'espressione, ma non mi veniva nemmeno duro all'idea di scoparmela... il giorno dopo non ti dico l'imbarazzo. Forse facevo meglio a provarci e fare cilecca, almeno mi avrebbe compatito. Le donne sono sempre molto compassionevoli se non ti viene duro... poi non ti cercano mai più, ma sul momento sono meravigliosamente comprensive.»
«Non saprei.»
Manrico rise dell'ingenuità di quel commento. Era evidente che Miriam non aveva un ventaglio di casi molto vasto.
«Comunque era la situazione perfetta.» rifletté Miriam «Non era un'estranea, non era vicina, non voleva una relazione seria... o sì?»
«Certo che no, è sposata. Credo che ci fossero tutti i requisiti per una botta e via.»
«Credo ti manchi l'intimità, non il sesso. L'intimità manca molto anche a me.»
«Definisci l'intimità.»
«L'essere toccato da mani esperte di te. Il fatto che certi gesti intimi ed erotici non provocano solo piacere fisico. Comunicano amore. È banale, se vuoi, ma non so come dirlo in altro modo.»
«È chiarissimo. E sì, è questo che voglio. Che vorrei... Nell'ordine dell'impossibile rivorrei mia moglie... nell'ordine del possibile so che dovrei innamorarmi di nuovo. La vedo un po' utopistica, però.»
Miriam trovò quel pensiero molto positivo. Innamorarsi di nuovo. Come se ce ne fosse il tempo o lo spazio.
«Io, se anche mi innamorassi, credo che non me ne accorgerei nemmeno. La mia vita è un tale caos, ora! Mi sono sempre lamentata che Federico non mi aiutava abbastanza che dovevo far tutto da sola... beh, evidentemente qualcosa faceva pure lui perché adesso non so da che parte prendere!»
Manrico rise. Il punto di vista delle mamme...
«Hai ripreso a lavorare?»
«Sì. Sono a capo dei restauri degli affreschi e dei dipinti della cattedrale. I lavori sono iniziati a febbraio e contiamo di concludere in primavera. È bellissimo, abbiamo riportato alla luce dei capolavori, ma l'architetto che dirige tutta la baracca è un tale idiota...»
«Comincio a scorgere l'indomita donna preda degli istinti» la canzonò lui divertito.
«Ecco, se mi interessasse il sesso occasionale, e non mi facessero schifo i vermi, avrei risolto tutti i miei problemi lavorativi. L'architetto mi dà il tormento adesso.»
«Da buon cristiano.»
«Appunto.»
«Sei piuttosto attraente, Miriam, non mi sento di biasimarlo troppo» lo difese Manrico.
«È molesto. È offensivo. È volgare...»
«Hai reso l'idea.»
A quel punto si affacciò in cucina la volontaria che era alla reception:
«Professor Verona, la direttrice è arrivata e l'aspetta.»
«Arrivo subito.»
Miriam guardò l'orologio.
«Si è fatto tardi anche per me, devo andare a prendere Mila a scuola.»
«Non hai idea di quanto mi abbia fatto piacere rivederti.»
«Anche a me.»
Lo abbracciò di nuovo, un abbraccio vero (non quelle finte scenografiche che si fanno quando si vuole essere carini, ma non si vuole entrare in stretto contatto con l'altro), lo strinse forte, gli appoggiò la guancia contro il petto, sentì il suo cuore accelerare i battiti... e poi sentì le braccia di lui cingerla e una mano le accarezzarle i capelli.