1.Novembre 2013
1.Novembre 2013
Le nuvole erano così basse che pareva volessero schiacciare l'erba ancora verde del giardino.
A parte la luce quasi invernale, sembrava che stesse per scatenarsi un acquazzone primaverile. Non c'era nebbia, nemmeno a valle, e i pendii dolci delle colline erano accarezzati dal vento che ammassava le nubi.
Un incantesimo umano avvolgeva di pace il giardino, la chiesa e le stanze silenziose dell' hospice .
Qualcuno pregava, qualcuno leggeva, qualcuno dormiva, molti aspettavano, più o meno pazientemente, la morte.
Ma l'incantesimo teneva, c'era pace tutt'intorno, quiete, come se nulla di catastrofico potesse accadere entro i confini di quel giardino silenzioso.
Un rumore maldestro si udì nella piccola cucina riservata ai parenti degli ammalati. Una tazza rotta.
Miriam si voltò di scatto, non s'era nemmeno accorta che fosse entrato qualcuno.
Vide un uomo a cui tremavano ancora le mani.
«L'aiuto» disse.
Posò la propria tazza sul davanzale della finestra e raccolse i cocci.
«Glielo preparo io il tè» aggiunse «Si sieda.»
L'uomo non rispose, ma si capiva dallo sguardo che stava ringraziando.
Come pilotato, si sedette al tavolino posto sotto la finestra e guardò il giardino. Cominciava a piovere.
Dopo poco la sedia libera strusciò sul pavimento, la donna si stava sedendo mettendogli davanti una tazza di tè.
«Sono Miriam» disse con un sorriso malinconico.
«Manrico.»
Bevvero il tè in silenzio guardando la pioggia bagnare il camminamento del giardino. Le pietre del pozzo cambiarono colore, qualche schizzo arrivò anche sui vetri della finestra.
Quando ebbero finito, Miriam prese entrambe le tazze, le lavò e le ripose nella mensola.
«A presto» disse congedandosi.
L'altro alzò la mano in segno di saluto, sorrise in modo vacuo continuando a guardare la pioggia.
Verso sera pioveva ancora e c'era buio.
Miriam era ferma davanti alla porta, indecisa se fare una corsa sotto la pioggia o aspettare un po' nella speranza che smettesse o almeno diminuisse.
«Venga, l'accompagno. Dove ha la macchina?»
Miriam si voltò e vide Manrico che prendeva dal portaombrelli un grande ombrello blu.
«Grazie» rispose semplicemente «La mia auto è nel parcheggio piccolo.»
«Anche la mia.»
L'uomo le prese il braccio infagottato nel cappotto e la scortò nella direzione che lei gli aveva indicato.
Miriam aveva messo le chiavi della macchina nella tasca del cappotto per cui, appena arrivata alla vettura, fece scattare la serratura ed entrò rapidamente.
«Grazie ancora» disse sollevando lo sguardo verso di lui.
«A domani, immagino...» rispose Manrico.
I parenti dei ricoverati scivolavano silenziosi negli spazi comuni della casa, aggrappati ad una presunta normalità decretata da una serie di abitudini e orari che la casa stessa scandiva.
Quella routine calma e artificiale sortiva un potente effetto taumaturgico, attutendo dolori e angosce che in una realtà autentica avrebbe alzato la soglia del dolore a livelli insopportabili.
Da venti giorni, da quando cioè suo marito era stato ricoverato, Miriam aveva la sensazione di avere due case: la sua e l' hospice .
Quando riusciva dormiva lì nel letto che ogni stanza aveva accanto a quello del paziente, altrimenti andava a casa dopo cena, appena in tempo per vedere le sue figlie, informarsi di com'era andata la giornata e salutare sua madre che, come lei, cominciava ad avere due case.
E così si stavano susseguendo giorni più o meno uguali, il cui pregio era proprio essere uguali e non peggiori.
Ottobre era diventato novembre e, incurante del caos personale di alcuni esseri umani, l'estate di San Martino si presentò puntuale l'11 di Novembre con una punta di venti gradi nelle prime ore del pomeriggio.
Miriam si era seduta su una delle panchine del giardino dell'hospice.
Aveva spalancato le braccia appoggiandole allo schienale di ferro battuto, aveva allungato le gambe allungate in una posa vagamente vacanziera del tutto fuori luogo. Si era pure tolta il maglione rimanendo in maniche di camicia e stava lì ferma, con gli occhi chiusi a farsi scaldare da un sole sempre più lontano.
Nemmeno quella volta sentì che Manrico avvicinarsi, si accorse di lui quando se lo trovò seduto accanto che le porgeva una tazza di tè.
«Se non le va, la bevo io» disse.
«Oh grazie» rispose lei mettendosi più composta.
«Non voglio disturbare il suo relax.»
«Non mi disturba.»
Era sincera e sperò che lui lo capisse.
«L'altro giorno ero appena arrivato. Abbiamo ricoverato mia moglie d'urgenza. Ero abbastanza frastornato» spiegò lui.
«Non deve giustificarsi.»
«Sono stato piuttosto scostante e lei molto gentile.»
«In questa bolla spazio-temporale cambiano tutti i parametri, mi creda.»
«Me ne sono accorto. Lei chi...»
«Mio marito.»
Manrico la guardò meglio. Non poteva avere più di quarant'anni, forse meno. Quindi anche il marito...
«Federico dovrebbe compiere quarantacinque anni a gennaio... ma non credo che li festeggeremo» disse lei intuendo la domanda in sospeso.
«Mia moglie ne ha quarantotto, tumore al seno.»
«Colon.»
Bevvero il tè in silenzio.
Senza imbarazzo. Non era necessario parlare.
Come aveva giustamente osservato Miriam, nella bolla spazio-temporale i parametri delle convenzioni erano tutti sballati.
Anche il giorno successivo c'era caldo.
Miriam era di nuovo uscita sulla panchina dopo che suo marito si era addormentato.
Fortunatamente riusciva a dormire molto, un po' per i farmaci, un po' per il torpore indotto dall'oblio della malattia, come in una sorta di prova generale.
Miriam si stava abituando a parlargli sempre meno, a comunicare in modo sempre più semplice ed essenziale. A fare a meno di lui.
Non provava ancora un dolore vero e proprio, la bolla attutiva anche quello.
E poi essenzialmente le mancava il tempo di provare dolore, c'erano troppe cose da fare anche se le sembrava di passare la maggior parte delle ore della giornata a guardare Federico spegnersi senza far niente.
«Disturbo?» chiese la voce di Manrico.
Miriam aprì gli occhi e lo vide in piedi davanti a sé.
Lo guardò per la prima volta con attenzione: era alto, magro, con un portamento elegante. Doveva avere una cinquantina d'anni, i capelli folti grigi, qualche ruga intorno agli occhi grigioverdi. I vestiti erano sobri deformati dallo stare fermi in poltrona lunghe ore senza far niente.
«Prego. È bello parlare con le persone sane» lo invitò lei.
Fu lui a sorridere.
Effettivamente l'umanità si era improvvisamente spaccata in due tra sani e non sani.
«Mi sembra molto a suo agio lei, da quanto tempo...» cominciò lui.
«Venti giorni, ma ci si abitua subito, vedrà. È un posto molto accogliente e poi in genere ci si arriva talmente sfiniti, che la pace che c'è qui è un balsamo su tutte le ferite, anche su quelle di noi sani.»
«Faccio fatica a star qui senza far niente. Barbara dorme molto.»
«La capisco.»
«Non trova strana, quasi oltraggiosa, la bellezza mozzafiato di questo posto? Le colline intorno, il silenzio... e poi la morte che saccheggia vite a tutto andare? ...mi scusi.»
«La cosa più strana da quando sono qui è l'assenza di dolore. Non ho più sentimenti distinti. Sto qui, parlo con Federico quando è in grado di rispondermi, ma non provo nulla. Lascio fare. Lascio andare. Prima, a casa, ero tesissima. Ha dei figli lei?»
I discorsi erano sconnessi, irregolari, ma anche quello non sembrava dar da fare a nessuno.
«Due. Sono grandi per fortuna, venti e venticinque anni.»
«Io tre. La piccola fa ancora le elementari. Di giorno se ne occupa mia madre.»
«Lavora?»
«Ora no. Mi occupo di restauri nelle chiese. Per lo più affreschi. E lei?»
«Non so mai cosa dire. Non ho un lavoro normale. Studio economia.»
«La pagano per studiare?» domandò lei divertita.
«Sì. E per scrivere anche... e per tenere delle lezioni qua e là» aggiunse Manrico.
«Quindi lei fa parte di quelli che risolveranno la crisi?»
«Di solito mi accusano di averla provocata. Grazie della fiducia.»
«Sempre bene non può andare... sempre male non può durare.»
«È un interessante principio economico. Lo userò, se posso.»
Miriam socchiuse gli occhi per sentire solo il calore del sole.
Manrico si permise di guardarla.
Era proprio giovane. Se arrivava a quarant'anni li portava sorprendentemente bene. Il viso levigato, la pelle chiara senza rughe. I capelli castano dorati legati in una coda dalla quale sfuggivano ciocche smosse dal vento. Gli occhi chiari, profondi. Una donna soave. Perfetta per quel posto così fuori da tutto.
Sul selciato risuonarono dei passi di corsa.
«Ciao mamma.»
Miriam aprì gli occhi e vide sua figlia Mila.
La bambina era in piedi davanti a loro e sorrideva.
«Beh, che ci fai qui?»
«La nonna mi sta portando a danza. Volevo salutarti. E vedere papà.»
«Papà dorme. Ma puoi vederlo, se vuoi.»
Manrico si era alzato in piedi pronto a levarsi di torno, come se avesse violato uno spazio privato.
«Resti, resti» lo rassicurò lei «le presento mia figlia Mila.»
«Ciao Mila. Sarà meglio che rientri anch'io» disse lui sorridendo.
«Ciao» disse la bambina.
Manrico le posò una mano sul capo in segno di saluto e si avviò verso la casa.
La madre di Miriam era ferma sul cancello. Miriam la salutò con la mano quando riaccompagnò Mila.
«Papà dorme» spiegò alla nonna.
«Ci vediamo stasera» disse Miriam.
«Sì, sì. Non preoccuparti» rispose sua madre.
Miriam avvertiva il senso di colpa di sua madre che trovava ingiusto non essersi ammalata al posto di Federico, come se certe cose si potessero decidere con logica umana. La signora Paola non faceva mistero che avrebbe ritenuto più giusto beccarselo lei un tumore al colon, visto che era vedova, che aveva più di settant'anni e che non aveva una moglie e tre figlie da tirar su, ma evidentemente Dio e la logica non erano in stretto contatto.
Un paio di giorni dopo Miriam rimase a piedi mentre guidava per andare all' hospice.
L'estate di San Martino era finita e c'era una nebbia che si tagliava con il coltello.
La valle sottostante e la ripida stradina sembravano riempite di cotone e solo in cima alla collina si distinguevano nitidi i contorni delle case e degli alberi.
In qualsiasi altro momento della sua vita, Miriam avrebbe imprecato, ma quel giorno una gomma a terra era quasi paradossale, una cosa talmente assurda che poteva essere gestita solo ridendo.
Prese il cellulare dalla borsa e cercò il numero del soccorso stradale.
Era seduta sul cofano della macchina intenta a trafficare con la serie infinita di numeri della rubrica, con le tacche della rete che tendevano verso lo zero, quando sentì frenare poco lontano.
«È lei?» era la voce di Manrico.
«Sì. Sono rimasta a piedi» rispose scorgendo un auto blu ferma sull'altro lato della strada.
«Ha messo la benzina?»
«Ehi! Non siamo ancora nella bolla, non può dire tutto quello che passa nella sua mente maschile» lo ammonì.
Manrico rise, accostò e scese.
«Cos'è successo?»
«Beh ha cominciato a rallentare, per poco non finivo nella scarpata. Ho accostato e sto chiamando il carro attrezzi.»
Lui aprì il cofano e si levò un fumo nero e tossico.
«Mi sa che ha fuso. L'olio... lo cambia mai l'olio?»
«Guardi l'unico olio di cui so qualcosa è l'olio d'oliva.»
«Beh le macchine hanno bisogno d'olio, non d'oliva. E ogni tanto va cambiato.»
«Non si finisce mai d'imparare» lo canzonò lei. Manrico continuava a divertirsi.
«Le do un passaggio. In questa zona non si riesce mai a chiamare. Magari c'è campo quando arriviamo su alla casa.»
Miriam non oppose resistenza. Prese dalla macchina le borse che aveva caricato e si trasferì sull'auto di Manrico.
«Stasera a che ora scende?» domandò lui.
«Dopo cena. Chiamerò una mia amica. Io abito qui vicino. Troverò senz'altro qualcuno che venga a prendermi.»
«Se scende dopo cena l'accompagno volentieri. Dove abita?»
«Vicino alla piazza. Due strade sotto.»
«Non c'è bisogno che chiami qualcuno. Le va bene andare via verso le otto e mezzo?»
«Sì, benissimo. Grazie.»
Alle otto e mezza la nebbia era più fitta che al pomeriggio.
Manrico guidava con sicurezza e questo Miriam lo apprezzò molto. Si abbandonò allo schienale e chiuse gli occhi.
Se avesse guidato lei sarebbe stata in tensione fino a casa; nonostante fossero solo tre chilometri, la strada era stretta, a doppio senso di marcia e piena di tornanti. Non una strada per donne, insomma.
Ogni tanto incontravano qualche coppia di fari, Manrico rallentava, accostava e poi proseguiva.
Quando arrivarono in paese Miriam dormiva.
Lui le toccò leggermente il braccio e lei si scosse appena. Aprì gli occhi e lo guardò con aria interrogativa come se avesse bisogno di essere aggiornata sulla situazione. Prima che Manrico racimolasse qualche frase che fornisse garbatamente le coordinate della situazione, Miriam riconobbe le finestre di casa sua.
«Che figura! Mi sono addormentata.»
«Immagino sia molto stanca.»
«Mia madre mi chiede sempre se voglio dormire su, con Federico, ma preferisco di no, è l'unica ora che riesco a passare con le mie figlie.»
«I miei vivono fuori casa. Fanno l'università, uno a Milano e l'altro a Pavia, però non ce la faccio a dormire là. Preferisco tornare a casa mia.»
Confidenze.
Quel posto speciale induceva la gente a farsi confidenze, a dirsi cose private, intime.
Miriam fece un piccolo sospiro.
«Beh, grazie. Buonanotte.»
«Le serve un passaggio domani?»
«No. Prenderò la macchina di mio marito.»
Manrico attese che lei entrasse in casa e poi ripartì.
Il giorno dopo non vedendola né in cucina né nella sala comune, Manrico andò a sbirciare nella stanza del marito e vide che seduto in poltrona, accanto a Federico, c'era un uomo.
«Cerca Miriam?» chiese l'uomo.
«Sì, non c'è?»
«Aveva una riunione a scuola, oggi non verrà. Devo dirle...»
«No, non importa, grazie.»
Federico dormiva, almeno così sembrava. Come Barbara. Anche Barbara dormiva quasi sempre. Ogni giorno di più. Era difficile distinguere i momenti di sonno da quelli di veglia.
Non chiedeva più dei ragazzi, non chiedeva più nulla.
Manrico si rammaricava di essere così in buona salute, lui che oltre tutto era più vecchio. Si sentiva talmente bene che aveva ripreso a leggere senza occhiali, in compenso raramente capiva quello che stava leggendo.
Era dovuto uscire per parlare al telefono, la connessione era sempre molto debole, per questo era passato a cercare Miriam.
Filippo, suo figlio, voleva tornare per il week end, ma lui cominciava a subire il potere occulto dell'ansia. Saperlo in macchina da solo, magari dopo aver studiato molte ore (o più presumibilmente dopo aver fatto tardi la notte prima) lo riempiva di quell'ansia materna che fino a pochi mesi prima era stata appannaggio esclusivo di Barbara e che lui aveva sempre liquidato con battute sarcastiche, che a volte la facevano ridere e altre infuriare.
«Filippo perché devi venire sabato sera per ripartire domenica dopo pranzo? Sono due ore di macchina se va bene... No, la mamma non sta meglio. Io sto bene.»
Si allontanò dal portico. Stava parlando a voce alta e lì all'hospice tutti tenevano un volume di conversazione bassissimo.
Camminando arrivò al cancello, continuava a parlare provando a convincere Filippo a non scendere da Milano.
In lontananza vide avvicinarsi un cappotto color carta da zucchero, sotto due gambe sottili sorrette da scarpe con i tacchi. Più su il viso di Miriam.
Camminava svelta. Era quasi buio e la nebbia serale aleggiava vaporosa sopra la luce gialla dei lampioni che cominciavano ad accendersi.
Quando Miriam entrò dal cancello, Manrico era seduto su una panchina con il cellulare in mano.
«Fa freddo» disse semplicemente lei fermandosi a un passo da lui.
«Ero al telefono con mio figlio. Vuole venire da Milano sabato pomeriggio per ripartire domenica.»
«E?»
«Barbara sarebbe in ansia. E siccome non sarà direttamente in ansia lei, per la legge dei vasi comunicanti, lo sarò io.»
«Capisco. Per fortuna nessuna delle mie figlie ha la patente.»
Manrico sorrise poi si alzò per rientrare con lei.
«L'ho cercata prima. Volevo chiederle se le andava un tè.»
«Sì, mi va. Saluto mio cognato e la raggiungo.»
In cucina c'erano solo loro due.
Manrico aveva preparato il tè e Miriam si era presentata con una scatola di biscotti danesi.
«È diversa dal solito, oggi» notò Manrico squadrandola.
«Sono elegante» spiegò lei.
«In occasione di?»
«Sono andata alla riunione della classe di mia figlia. Nessuna occasione speciale. Non mi andava di far vedere a tutti che razza di larva che sono diventata.»
«Lei non è una larva.»
«Jeans e maglione. Maglione e jeans. Niente trucco, niente frivolezze. Sapesse quanto mi manca non avere l'eterno problema femminile: e oggi che cosa mi metto?»
«Davvero? Lei è una di quelle?»
«Certo. Fiera di esserlo» lo ammonì bonariamente.
«E cosa le manca ancora della vita di prima?»
«A volte mi dimentico che Federico non mi può aiutare. Quando incappo in qualche problema domestico, sempre più raramente, perché sono quasi arrivata su Marte, beh il primo pensiero è: adesso lo dico a Federico. E un secondo dopo capisco che non posso farlo. E devo sbrigarmela da sola. E assaggio la solitudine... e capisco che lui mi manca e che mi mancherà. E a lei cosa manca?»
«Dipende. In questo periodo... il sesso.»
Miriam sospirò e prese un altro biscotto. In qualsiasi altro momento della sua vita avrebbe giudicato quella confidenza inappropriata. Ma lì valeva tutto. Ci si diceva tutto, con semplicità. Tanto nessuno aveva una vita, nessuno giudicava nessuno. O per lo meno lei non era intenzionata a farlo e Manrico evidentemente lo aveva capito.
«Io non ci penso mai, beh sì manca anche a me» constatò Miriam.
«Per me sono quasi due anni che non...»
«Io meno. Dovrei fare i conti, ma direi sette o otto mesi.»
«Barbara è stata operata al seno venti mesi fa. Subito sembrava che stesse bene. Il problema pareva risolto. Però nonostante la protesi fosse perfetta non è più riuscita a... io le dicevo che... a pensarci bene le dicevo delle sciocchezze. Fatto sta che lasciammo perdere. Poi un paio di mesi fa è peggiorata.»
«Io mangio moltissima cioccolata» confessò Miriam.
«E funziona?»
«Sto ingrassando. Qualche effetto c'è.»
a quel punto lui la guardò per bene. Quell'ultima affermazione lo fece sentire autorizzato a farlo, cosa che prima, visto l'argomento, gli sarebbe sembrato un tantino poco elegante.
«Io trovo che lei sia molto attraente. E magra.»
Miriam arrossì leggermente. Solo un poco, perché si rendeva conto che erano nella bolla dove si dicevano le cose ed esse rotolavano fuori dalle bocche e restavano lì senza nessuna implicazione esistenziale, perché nessuno aveva una vita vera e propria.
«Mi sento sospesa. Ho come la sensazione che la mia vita sia in stand by. Riprenderà prima o poi, ma per adesso sono un'entità priva di personalità, sesso, storia... e sentimenti.»
«Io non sono così acuto nell'analizzarmi. Lascio che capitino le cose. So che ho smesso di oppormi. Da quando Barbara è qui, ho smesso di oppormi. E sto meglio. Vorrei tenere lontani i miei figli perché so che lei vorrebbe tenerli lontani, proteggerli, è sempre stata molto protettiva. Ma capisco che non posso, forse non è neanche giusto. Sarò in tensione tutto domani finché Filippo non entrerà da quella porta e lo sarò dopodomani fino a che non mi chiamerà per dirmi che è arrivato a Milano. Non sono mai stato così, è come se mi sentissi in dovere di interpretare anche il ruolo di Barbara.»
Miriam gli posò una mano sulla mano attraverso il tavolo.
«Filippo starà molto attento. E arriverà qui sano e salvo» poi sorrise convinta.
«A Giovanni ho levato la macchina. Se vuole tornare deve prendere il treno» Manrico rise amaramente del suo sciocco trucchetto.
«Fra un po' avrò bisogno anche io delle sue strategie, dovrà insegnarmele, Luce sta prendendo la patente.»
«È proprio necessario che continuiamo a darci del lei? Credo che non lo faccia più nessuno» suggerì lui.
«Del tutto ridicolo, sono d'accordo. Sono rimasti due biscotti... dividiamoci il colesterolo.»
Manrico ne prese uno, Miriam l'altro.
Poi lei sistemò le tazze, diede un colpo di spugna al tavolo mentre lui la guardava in silenzio.
Il vestito blu le segnava i fianchi snelli e si sollevava leggermente quando alzava le braccia.
Quando il giorno dopo Filippo arrivò sano e salvo alla casa di cura insieme a suo fratello Giovanni (contravvenendo alla regola ferrea di non andare mai in auto insieme), la loro mamma era appena morta.
Era spirata nel dormiveglia della mattina mentre Manrico era lì con lei.
Barbara non aveva detto una parola, lo aveva semplicemente guardato con amore, come non riusciva più a fare da tempo, e gli aveva stretto impercettibilmente le dita.
Manrico accolse l'arrivo di tutti e due i suoi figli con stupore e li abbracciò sciogliendosi in un pianto rumoroso nell'ingresso della casa.
«La mamma è morta due ore fa.»
I funerali civili sono piuttosto asciutti, pensò Miriam.
In effetti non li amava particolarmente perché non capiva mai quando erano del tutto finiti.
Si era confusa tra la folla e aveva atteso in silenzio che Barbara venisse tumulata nel cimitero nuovo che era quasi allegro così circondato di alberi giovani e allietato quella mattina da un cielo cristallino illuminato dal sole.
Mentre si allontanò si fermò a guardare la foto ricordo: Barbara era stata bellissima fino a poco tempo prima di morire, bella come i suoi due figli che le assomigliavano moltissimo.
Ferma davanti alla foto di quella sconosciuta, Miriam sentì arrivare la prima ondata di dolore, inaspettata e violenta.
Sentì gli occhi riempirsi di lacrime, sentì il futuro allungare il passo, la bolla stava per scoppiare.
Decise di sgusciare via alla chetichella, c'era tanta gente, poteva confondersi.
Ma una voce la colpì alle spalle:
«Miriam! Aspetta!»
Si voltò e vide Manrico che, lasciando un capannello di persone, le veniva incontro.
«Grazie di essere venuta» le disse quando fu abbastanza vicino da poter parlare sottovoce. Poi vide le sue lacrime, quindi, senza riflettere, tolse un fazzoletto pulito dalla tasca e le asciugò gli occhi. Qualche sbaffo nero di mascara si trasferì sulla stoffa immacolata del fazzoletto.
«Mi ero pure truccata» spiegò lei provando a ridere.
«Lo apprezzo molto, non credere» le rispose Manrico.
Altre due lacrime furono intercettate dal fazzoletto.
«Scusami, non dovrei proprio piangere. Grazie, Manrico. Nella stranezza di tutto questo periodo, ho trovato prezioso dividerlo con te... Beh, addio.»
«Oh immagino che ci vedremo ancora. Non viviamo in una metropoli.»
«Sì, lo spero. Ora vado...» la voce si ruppe di nuovo. Manrico le mise in mano il fazzoletto e lei si allontanò asciugandosi il viso.