Capitolo 6

940 Words
6 Sabato 28 luglio 1990 Torino Mi ero guardato intorno cercando di far mente locale. Il disordine mi rendeva confuso. Cosa stavo cercando? Il nastro adesivo, già. Lo avevo poi trovato in mezzo agli scatoloni. Dalla finestra aperta giungevano rumori e voci. L’aria era fresca e si stava bene. Avevo appena chiuso l’ennesimo pacco scrivendovi sopra, con un pennarello, il contenuto. Un trasloco rappresenta sempre un vero e proprio sconvolgimento nella vita. Ma questa volta la particolarità era rappresentata da un’ultima appendice del mio passato che abbandonava, e per sempre, le sue radici. Mio padre, giunto all’agognata pensione, aveva deciso di trasferirsi in campagna. Con i soldi della liquidazione e qualche risparmio aveva acquistato una bella casetta nell’astigiano e di questo ne andava piuttosto fiero. Mia madre era morta da molti anni ormai e lui si era risposato sperando in un futuro quanto meno sereno. Mi aveva chiamato qualche giorno prima chiedendomi di aiutarlo e io mi ero reso subito disponibile anche perché volevo recuperare la mia vecchia scrivania cui ero legato sentimentalmente. Era l’ultima cosa che avevo lasciato in quell’appartamento di corso Toscana, forse anche perché provavo dispiacere nel tagliare definitivamente quel cordone ombelicale con il passato. Ma questa era la vita. Non restavano che i cassetti da liberare e poi avrei finito. Gli addetti al trasloco erano finalmente arrivati. Stavano posizionando la rampa che avrebbe permesso di calare dalla finestra tutto il possibile. Mi ero infilato in bagno per sciacquarmi il viso. La mia immagine riflessa allo specchio mi osservava stanca. Tra poco meno di un mese sarebbe stato il mio compleanno. Trent’anni. Come passava il tempo. Mi ero avvicinato ancor più cercando nel mio viso i segni della maturità. Mi vedevo magro, forse un po’ troppo. La barba mitigava le mie guance scavate, ma in fondo, aveva ragione mio padre. Ero proprio smilzo. Avevo sentito chiamare poi più volte il mio nome ad alta voce, Maurizio, Maurizio, mi ero infilato gli occhiali ed ero uscito. «Hai liberato la scrivania? Stanno arrivando.» «Ho quasi fatto papà. Questione di pochi minuti» avevo risposto. Lui mi aveva fatto segno con la mano di sbrigarmi. Appena tornato nella sala avevo visto attraccare la piattaforma e, quando questa si era agganciata alla finestra, come d’incanto, era comparso un signore piuttosto corpulento vestito di una tuta blu e un cappellino con visiera. Con un balzo atletico era saltato in casa presentandosi con il nome di Pino. Avevo sorriso perché quel simpatico facchino pareva avere la delicatezza di un elefante. Lui si era guardato subito intorno e poi era stato accolto da mio padre che non aveva perso tempo impartendogli ordini. Povero lui. Avevo sentito poi arrivare altri suoi colleghi. Il trasloco aveva inizio. Meglio sbrigarsi. Prima di liberare gli ultimi cassetti della scrivania, mi ero nuovamente affacciato curioso alla finestra osservando la piattaforma che, carica di scatoloni, scendeva verso il mezzo ancorato nell’asfalto sei piani più in basso. Avevo provato quasi un senso di vertigine. Poi mi ero guardato intorno. Osservato la strada, quella di sempre, con il traffico, i rumori, gli odori della città, provando un senso di tristezza. Quella era la casa in cui avevo vissuto fino al mio arruolamento in polizia dopo la laurea in giurisprudenza, e anche se non era un granché, mi ci ero affezionato veramente. L’ennesimo richiamo di mio padre mi aveva spronato a liberare una volta per tutte la scrivania. Mi ero voltato e lo avevo colto serio che mi scrutava. «Qualcosa non va?» mi aveva chiesto con il capo inclinato. «Nulla. Stavo osservando un’ultima volta dalla finestra. Qualche ricordo di troppo» e nel dire questo mi ero grattato la testa quasi per convincermi delle mie stesse riflessioni. Perché i ricordi che si rimpallavano veloci nella mia mente erano legati indissolubilmente alla mia infanzia e a Lucento, un quartiere periferico di Torino che per alcuni versi aveva mantenuto ancora le caratteristiche di un paesino della cintura. In gran parte, i miei amici d’infanzia, erano ancora tutti lì. Ma ora era giunto il tempo di andare. Avevo voltato la schiena al panorama e cercato di riordinare velocemente le idee. Uno scatolone era ancora aperto vicino alla scrivania. Dovevo finire di riempirlo con il contenuto di tutti i cassetti e poi chiuderlo definitivamente. Mi ero avvicinato stropicciandomi svogliatamente la barba e mi ero seduto sulla poltroncina cominciando ad aprirli, uno alla volta. Li svuotavo, cercando, nel rovistare con le mani, di dare un ordine logico agli oggetti e ai loro rispettivi contenitori. Un’infinità di matite, pennarelli, graffette, inchiostri, gomme e materiale vario di cancelleria era emersa dal buio più profondo. Avevo infilato tutto in una busta. E così facendo avevo proseguito dal basso verso l’alto. Avevo quasi finito. Ogni tanto allungavo lo sguardo divertito sul viavai frenetico dei facchini che continuavano imperterriti a caricare la pedana di materiale. Erano indubbiamente efficienti. Mi ero stiracchiato rapito da uno sbadiglio, poi, appoggiata la nuca sulle mie mani incrociate, mi ero abbandonato sullo schienale della poltroncina osservando il soffitto privo ormai del lampadario. La stanza era ormai quasi vuota. Non mi restava che l’ultimo cassetto, quello centrale. Lo avevo aperto notando in verità poche cose. Una vecchia agenda di colore rosso, un paio di penne, una pinzatrice. Tutto qui? Mi ero detto. Ora il cassetto sembrava decisamente vuoto ma la sua profondità mi obbligava ad affondare l’intero avambraccio nella sua oscurità. E fu proprio lì che immediatamente percepii qualcosa di imbarazzante. La mia reazione fu immediata. Rimasi letteralmente impietrito. Al tatto avevo immediatamente riconosciuto un barattolo di vetro. Lo avevo estratto lentamente avvicinandolo al viso attonito. Sì, si trattava di un vasetto di vetro con all’interno una pallina di carta accartocciata. Un brivido mi era salito subdolo lungo la schiena senza riuscire a decifrarlo. Avevo semplicemente chiuso gli occhi e il mio pensiero era volato veloce nel passato.
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