Capitolo 7

1010 Words
7 Maggio 1974 Torino Il bus numero 59 era strapieno e noi, come ogni giorno al ritorno da scuola, saturi dell’esuberanza dei nostri quattordici anni, non si smetteva proprio di fare casino, spintonarci e ridere spensierati. Io avevo i capelli lunghi fino al collo e qualche pelo sul mento, indossavo un vecchio giubbotto di cuoio che mi andava un po’ grande e portavo sulla schiena uno zainetto militare con all’interno tutto l’occorrente per la giornata. I miei amici per la pelle erano due in particolare. Luca, che spesso chiamavamo lo smilzo, per via della statura più alta della media e della sua corporatura secca come un bastone di ulivo, e Franco, che già faceva il fighetto con i suoi primi Ray-ban e un giubbotto alla moda di colore azzurro. Eravamo inseparabili, come i tre moschettieri. Alla fermata di via Pianezza eravamo scesi canticchiando qualcosa che non ricordo e poi ci eravamo messi a camminare verso la via di casa fino a quando, improvvisamente, una pallina di carta balzata fuori dalla finestrella di una cantina, non si era messa a rotolare proprio davanti ai nostri piedi. L’occasione era ghiotta e io non avevo perso tempo. Le avevo dato un calcio mimando una punizione del mitico Paolino Pulici. Gli altri ben presto mi avevano seguito in una vera azione di calcio. Claudio Sala e Ciccio Graziani erano gli altri due attaccanti del nostro Toro. Così facendo, a suon di calci di rigore, azioni e punizioni, avevamo raggiunto la mia abitazione, in corso Toscana. Era stato in quel preciso momento che Franco, spinto dalla curiosità, aveva preso la pallina in mano per aprirla. Luca però lo aveva stranamente bloccato con la mano. «No. Non aprirla, ti prego.» Lo avevamo guardato in modo sospetto chiedendoci il perché di questa sua strana mossa. «Scommettiamoci sopra, dai!» aveva continuato lui con un ghigno disegnato sul volto. Anche Franco, interessato alla sfida, si era infine messo a sorridere. «Bella idea. Io ci sto.» Io ero rimasto leggermente in disparte non pienamente convinto, però la cosa poteva rivelarsi di assoluto interesse. Quelli erano anni in cui era un po’ di moda scommettere su tutto quanto ci capitasse a tiro, e le sfide, le più impensabili, erano spesso un gioco divertente per tutti noi. «Vuoi scommetterci? Molto bene. Lo sai che io non mi tiro indietro» aveva risposto Franco socchiudendo gli occhi come un porcospino. «Quindi? Qual è la profezia?» aveva continuato poi guardandoci negli occhi. Luca era visibilmente divertito da questa storia. Si grattava continuamente la testa e pensava al contenuto del biglietto. «Per me è una poesia d’amore di un uomo che non ha avuto il coraggio di spedirla» aveva esclamato dopo qualche attimo di silenzio. «Una poesia d’amore? Ma cosa dici, ti sei fumato il cervello forse?» aveva risposto Franco ridendo a crepapelle. «Te lo dico io che cos’è. Un conto della spesa superiore alle aspettative.» Questa era stata la sua sentenza, ostentata con una certa sicurezza. Ora toccava a me. Avevo osservato quella pallottola arrotolata e, con le mani poggiate saldamente sui fianchi, avevo sparato la mia. «Per me, siccome è uscita dalla finestra di una cantina, potrebbe essere un messaggio… come il biglietto che si inserisce in una bottiglia e si getta nel mare» avevo affermato piuttosto convinto. Tutti eravamo in qualche modo eccitati da quella strana scommessa. Ora però dovevamo stabilire la posta e soprattutto quando aprirla. «Questo deve essere il nostro segreto. Non apriamola subito. Teniamola. Tra qualche tempo la apriremo e vedremo chi di noi avrà vinto» aveva borbottato Franco guardandoci serio negli occhi. «Giusto, perché no» aveva risposto Luca. «Ok…» avevo ripreso io. «Ma quando? E poi, cosa scommettiamo?» Luca non aveva perso tempo riprendendo immediatamente il filo del discorso. «L’apriremo esattamente tra un anno. La posta in gioco saranno venti numeri dei Fantastici Quattro o di Tex.» «No, molto di più…» avevo reagito galvanizzato. «Se questo deve essere il nostro segreto, lo terremo molto di più. Diciamo fino al diploma. Che ne dite? E la posta in gioco la stabiliremo il giorno stesso in cui scopriremo il suo contenuto. Ma dovrà essere assolutamente all’altezza della situazione, non certamente alcune copie di giornalini.» Loro mi avevano guardato dapprima dubbiosi ma poi avevano annuito. Sì, poteva essere un’idea interessante. Ne parlammo ancora fino a giungere a una conclusione condivisa. La pallina doveva essere conservata e per fare questo, Luca aveva estratto dallo zainetto un vasetto di vetro con all’interno gomme ed elastici, lo aveva svuotato e aveva inserito all’interno il nostro segreto. «Figo!» aveva poi concluso. «Ora chi lo tiene però?» «Tienilo tu visto che sei già arrivato a casa» disse Franco. Io avevo preso il vasetto in mano provando immediatamente una strana e incomprensibile sensazione di disagio. Un brivido mi aveva infatti percorso la schiena. Avevo fatto buon viso a cattivo gioco e risposto semplicemente con un ok. Ci eravamo salutati e io ero corso su per le scale di casa velocemente. Tre gradini alla volta. Quel vasetto in mano cominciava infatti a trasmettermi una strana ansia. Meglio nasconderlo e subito, ma dove? Mi ero avvicinato alla scrivania aprendo un cassetto ma poi, poco prima di riporlo, per chissà quale malefica attrazione, lo avevo portato all’altezza degli occhi cercando in esso la ragione del mio turbamento. Per un istante solo ero piombato nell’oscurità del peggior incubo della mia vita mentre una voce che sembrava provenire dall’oltretomba mi aveva sibilato sinistra. «Ecco in cosa consiste la prova. Dovrai aprire il barattolo e metterti il ragno sul palmo della mano per almeno cinque secondi…» Il barattolo mi era improvvisamente caduto dalle mani tremanti. Era rimbalzato sul tappeto rotolando sul pavimento senza però rompersi. Ironia della sorte. Io ero rimasto immobile, come uno stoccafisso, mentre la mia mente continuava a tormentarsi inquieta. Ora tutto appariva chiaro però, e ne ero assolutamente consapevole. Si trattava sicuramente di sola suggestione, tuttavia, provavo le varie sensazioni sgradevoli del caso, l’ansia, la tachicardia, la sudorazione eccessiva e uno strano senso di vertigine. Era la paura, ecco cosa era. Il terrore seguito da un attacco di panico. Avevo atteso pazientemente che il mio respiro si placasse e poi avevo raccolto il barattolo da terra infilandolo velocemente nel luogo più lontano da me. Nel buio più profondo del cassetto centrale della scrivania. Poi mi ero rilasciato sulla poltroncina con gli occhi al cielo, cercando nel soffitto qualche risposta meno ingombrante. Che però non era arrivata.
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