Sebas
L'aria condizionata del bar mi gela la nuca. Faccio roteare la tazzina tra le dita, la polvere del caffè forma un piccolo vortice scuro sul fondo. Mario è seduto di fronte a me, le sue grosse mani appoggiate piatte sul tavolo come se stesse per usarle per lanciarsi.
— Ho bisogno di te, Sebas. Di nessun altro.
La sua voce grave taglia il brusio delle conversazioni. Alzo gli occhi. Ha quella luce nello sguardo, quella che conosco fin troppo bene, quella che precede sempre una proposta pericolosa.
— Ti ascolto.
— È semplice. Entri, prendi, esci. Lavoro pulito.
Appoggio lentamente la tazza. Semplice. Ha detto semplice. Nella bocca di Mario, semplice significa sempre illegale, sempre rischioso, sempre pagato in contanti in una busta di carta kraft.
— Che tipo di lavoro?
Si sporge oltre il tavolo. Il suo alito è un misto di caffè e sigarette.
— Un appartamento. Il proprietario è assente fino a domenica. Niente allarme, niente cane, niente vicini curiosi. Un vero colpo facile.
— E cosa devo prendere?
Mario alza le spalle. Il gesto è troppo disinvolto, troppo studiato.
— Te lo dirò quando sarai sul posto. Una cosa precisa. Una sola cosa.
— Mario, io non ci sto a marciare alla cieca. Lo sai.
Tira fuori una mazzetta dalla tasca interna, la fa scivolare sul tavolo senza mollarla. Le sue dita nascondono quasi completamente le banconote, ma intravedo il colore viola. Banconote da cinquecento euro. Tante.
— Questo è l'anticipo. Il doppio alla consegna.
Sento la bocca diventare secca. Quella somma sono sei mesi di lavoro in cantiere. Forse di più. Forse otto.
— Perché io?
— Perché sei discreto. Perché non hai precedenti. Perché nessuno insospettirà un fattorino che suona al campanello.
Spinge la mazzetta verso di me. Non la prendo. Non ancora.
— E se va male?
— Non andrà male. Preparo il colpo da settimane. Il portiere è d'accordo, ti darà il badge per salire dalla scala di servizio. Avrai trenta minuti, non uno di più.
Trenta minuti. In un appartamento sconosciuto. Per rubare qualcosa che lui si rifiuta di nominarmi.
— Voglio sapere cosa devo prendere, Mario.
— Dopo.
— Adesso.
Lui scuote la testa, un sorrisetto che non arriva fino agli occhi.
— Ti fidi di me o no?
La domanda è una trappola. Se dico sì, accetto di lavorare alla cieca. Se dico no, gli sputo in faccia dopo anni di amicizia.
Guardo la mazzetta. Le banconote sembrano sfidarmi, lì in mezzo come un terzo commensale. Penso all'affitto arretrato. Alle rate della macchina. Alla perdita in bagno che non ho i soldi per far riparare.
— L'indirizzo.
Mario tira fuori il telefono, legge rapidamente un indirizzo nel sedicesimo arrondissement. Lo memorizzo mentalmente. Quartiere chic. Palazzo haussmanniano. Lontano, molto lontano dal mio monolocale sopra al kebab.
— Chi abita lì?
— Qualcuno che deve dei soldi a gente a cui non piace aspettare.
La sua risposta è troppo vaga. Dovrei alzarmi, andarmene, dimenticare questa conversazione. Dovrei tornare in cantiere e continuare a scavare trincee per una miseria.
— E questa cosa che devo prendere? A chi appartiene esattamente?
— A chi l'ha rubata per primo.
Parla per enigmi, e ogni parola aumenta il disagio che si insedia nel mio petto. Eppure, la mia mano si muove quasi contro la mia volontà. Le mie dita si chiudono sulla mazzetta. La carta è nuova, croccante.
— Voglio tutti i dettagli. Pianta dell'appartamento, orari, vie di fuga.
Mario annuisce, tira fuori una piantina piegata dalla tasca, disegnata grossolanamente a mano con annotazioni in penna rossa.
— Porta d'ingresso, camera principale, studio. Del resto non ti importa. Entri, vai dritto nello studio, prendi quello che c'è nell'ultimo cassetto della libreria. Nient'altro.
— Cos'è?
— Una chiavetta USB.
Resto di sasso un attimo. Una chiavetta USB. Tutto questo trambusto per una chiavetta USB. Mario vede la mia sorpresa e i suoi lineamenti si induriscono.
— Non sottovalutare mai quello che la gente nasconde su pezzi di plastica, Sebas. A volte valgono più di tutto quello che hanno nella cassaforte.
Infilo la mazzetta in tasca. Pesa pesante contro la coscia. Troppo pesante.
— Mi porto la mia attrezzatura?
— No. Niente che possa ricondurti al colpo. Guanti monouso, un passamontagna leggero, vestiti che brucerai dopo. Il resto lo fornisco io.
Si alza, butta una banconota sul tavolo per pagare le nostre consumazioni.
— Domani, alle quindici. Il portiere ti aspetterà. Avrai fino alle quindici e trenta. Non un secondo di più. La polizia fa il giro di controllo alle sedici in zona.
— E tu, dove sarai?
— Non lontano. Terrò d'occhio.
Mi stringe la mano, il suo palmo ruvido contro il mio.
— Non fare lo scemo, Sebas. Limitati a prendere la chiavetta e a uscire. Non guardare nient'altro. Non aprire nessun altro cassetto. Non cedere alla curiosità.
Su queste parole, volta i tacchi e sparisce nella strada. Rimango seduto, la tazza fredda tra le mani, il peso dei soldi in tasca che mi brucia la pelle attraverso il tessuto.
Fuori, il sole picchia forte sull'asfalto. Attraverso la città per tornare a casa, gli occhi fissi sul marciapiede, evitando gli sguardi dei passanti come se il mio crimine fosse scritto sulla mia fronte.
Nel mio monolocale, svuoto la mazzetta sul letto. Cinquemila euro. Li conto tre volte, aspettandomi che spariscano a ogni riconteggio. Restano lì, ben reali, ben sporchi.
Il telefono vibra. Un messaggio di Mario.
Indirizzo confermato. 15:00. Non dimenticare: non guardare.
Dovrei rispondere che mollo tutto. Che domani riporterò i soldi. Che non voglio saperne di questa storia.
Invece, digito:
Ricevuto. A domani.
Passo la notte a fissare il soffitto, la piantina dell'appartamento spiegata sul comodino, ogni uscita di sicurezza del sedicesimo arrondissement incisa nella memoria.
Al mattino, so già che ci andrò. Non solo per i soldi. Per sapere cosa può valere cinquemila euro in una chiavetta USB. Per capire che tipo di segreto merita di rischiare la propria libertà.
Scelgo i vestiti con cura. Un jeans normale, una felpa grigia senza marca, scarpe da ginnastica usate. Niente che possa attirare l'attenzione. Niente che corrisponda all'identikit che un testimone potrebbe dare.
Alle quattordici e trenta, sono nell'atrio del palazzo. Il portiere, un vecchio con i baffi ingialliti dalla nicotina, mi porge il badge senza una parola. I suoi occhi evitano i miei. Lui lo sa. È pagato per sapere.
L'ascensore sale in silenzio. Ottavo piano. Porta sinistra. Appoggio la mano sulla maniglia, le mie dita guantate di nitrile sfiorano il metallo freddo.
La chiave gira nella serratura con uno scatto che mi sembra assordante.
Spingo la porta.
L'appartamento sa di chiuso e di sigaro. Mobili di lusso, quadri alle pareti, una vista mozzafiato sulla Torre Eiffel.
Attraverso il salotto senza fermarmi, seguendo la piantina tracciata nella testa. La camera principale, immensa, con un letto a baldacchino ridicolo. Lo studio, in fondo al corridoio.
La libreria occupa tutta una parete. Dal pavimento al soffitto, libri rilegati in pelle, edizioni rare, una collezione che deve valere una fortuna.
L'ultimo cassetto. Quello di destra.
Tiro delicatamente. Scivola via senza fare un rumore.
All'interno, cartelle, buste, un taccuino in cuoio. E lì, in fondo, una chiavetta USB nera, senza marchio, senza etichetta.
La mano mi trema leggermente mentre la prendo.