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La Sobstitula

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rebirth/reborn
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Blurb

Ella, brillante avvocato e erede segreta di una ricca dinastia, scopre con sgomento che il suo compagno da tre anni, Luisi, l’ha usata solo come sostituta del suo vero amore, Sherry. Tradita e delusa, torna dalla sua famiglia e rivela la sua vera identità.Il suo futuro marito, Lorenzo, amico d’infanzia e ormai astro nascente degli affari, le propone un matrimonio combinato. Inizialmente incerta, Ella trova sicurezza nella pazienza e nel rispetto di Lorenzo. Insieme affrontano Luisi e Sherry, che cercano di umiliarla, ma finiscono per essere pubblicamente svergognati.Dopo il matrimonio, Ella entra nell’azienda di famiglia. Con intelligenza e determinazione, supera le difficoltà, sale ai vertici e trasforma l’azienda in un vero e proprio impero sotto il suo controllo, lasciando Luisi e Sherry impotenti. Forte di questa vittoria, decide di chiedere il divorzio, convinta di aver sprecato troppo tempo in un amore sbagliato.Quando però la verità sul passato di Lorenzo viene a galla, Ella realizza che il marito non è mai stato insensibile, ma semplicemente trattenuto dal dolore. La rivelazione riaccende i sentimenti e, dopo confronti e scoperte, il vero amore rinasce tra loro, più forte e maturo che mai.

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Capitolo 1
La luce filtra attraverso le tende, pallida e dorata come un ricordo d'infanzia. Ella apre gli occhi. Per tre secondi, non pensa a niente. Poi la coscienza ritorna, e con lei, quel calore nel petto. Oggi. Tre anni. Esattamente tre anni da quella sera di pioggia in cui Luisi l'aveva avvicinata al bar, con quel suo sorriso storto e quel modo di guardarla come se fosse l'unica donna al mondo. Si gira verso di lui. Dorme. Il suo viso è rilassato, quasi infantile. I lineamenti regolari, le labbra socchiuse, una ciocca scura che gli cade sulla fronte. Ella trattiene il respiro per non svegliarlo. Lo osserva come si contempla un quadro che si conosce a memoria ma che non ci si stanca mai di guardare. Te l'ho mai detto che sei bello quando dormi? gli chiede in silenzio. Allunga una mano, sfiora appena la sua guancia. La sua pelle è calda, appena ruvida sotto le dita. Luisi si muove impercettibilmente, mormora qualcosa di incomprensibile, poi si rigira. Ella ritira la mano. Il cuore le batte più forte, come il primo giorno. Ricorda quella prima sera. Lei era lì per cercare un'amica, lui con dei colleghi. L'aveva guardata attraversare il locale e, più tardi, le aveva confessato: «In quel momento, ho saputo che ti avrei parlato.» Ed era venuto. Semplice, diretto, senza giochi. «Mi chiamo Luisi. Non so chi tu sia, ma mi piacerebbe passare la serata a scoprirlo.» Tre anni. Tre anni di progetti comuni, di risvegli come questo, di piccole felicità silenziose. Tre anni e lei lo ama ancora. Forse anche più di prima, perché ora conosce i suoi difetti, i suoi umori, i suoi silenzi, e li ama anche quelli. Si alza senza far rumore. A piedi nudi sul parquet, attraversa la camera, apre la porta del bagno. Nello specchio, il suo riflesso le sorride. Ha trentadue anni, occhi nocciola, capelli castani che porta lunghi. Niente di straordinario, pensa a volte. Ma Luisi la guarda come se lo fosse. Oggi le farò una sorpresa. L'idea le era venuta due settimane fa. Non un regalo comprato, non un ristorante elegante. Qualcosa di personale, di intimo: una cena preparata da lei, con le sue mani, nel loro appartamento. Aragosta, champagne, candele. Il vestito rosso che piace a lui. Quello che mette quando escono, ma che stasera indosserà solo per loro due. Scivola fuori dalla camera, chiude la porta con cautela. In salotto, afferra il telefono, annota mentalmente la lista della spesa. Poi si siede un minuto, guarda dalla finestra il sole che sale sulla città, ed è felice. Pienamente, semplicemente, stupidamente felice. In ufficio, Ella non riesce a concentrarsi. Legge tre volte la stessa mail senza capirne una riga. Digita dei numeri nel foglio di calcolo, e si accorge dieci minuti dopo di averli messi nella colonna sbagliata. I colleghi passano, parlano, ridono, e lei annuisce senza davvero ascoltare. «Ella? Sei sulla luna o cosa?» Léa, la sua vicina di scrivania, la guarda sorridendo. Ha trentacinque anni, due bambini, un marito che adora e un senso di osservazione acuto. «No, no, io...» Sospira. «D'accordo, sì. Sono sulla luna.» «Chi è?» chiede Léa, sporgendosi complice. «Un uomo?» Ella sente le guance scaldarsi. «Mio Dio, arrossisci!» Léa posa la tazza di caffè. «Racconta tutto.» «Sono i nostri tre anni, stasera.» Ella abbassa la voce, come se fosse un segreto. «Sto preparando una cena a sorpresa. Aragosta, champagne, tutto il necessario.» «E lui, lo sa?» «No.» Scuote la testa, un sorriso sulle labbra. «Crede che usciamo e basta. Ma stasera gli mando un messaggio per farlo tornare direttamente a casa.» Léa la guarda con una tenerezza divertita. «Sei ancora innamorata come una ragazzina. È bello.» «Sono passati tre anni,» dice Ella. «Dovrebbe passare, no?» «Se passa, allora non era amore.» Léa le tocca il braccio. «Goditela. Ci sono troppe persone che si dimenticano di essere felici.» Ella le sorride. Poi guarda l'ora. Ancora quattro ore prima di poter scappare a fare la spesa. Alle diciassette in punto, spegne il computer, afferra la borsa e lascia l'ufficio senza aspettare. Passa dal pescivendolo, sceglie due aragoste vive, le guarda muoversi nel sacchetto con un pizzico di colpa. Dal gastronomo per il resto: pane, formaggio, torta al cioccolato – quella di Luisi, con i pezzetti di caramello. Trova il vestito tornando a casa. L'aveva comprato due mesi prima, senza sapere quando metterlo. Nero? No, troppo triste. Rosso. Rosso intenso, come il vino, come i sentimenti che vuole mostrargli. In bagno, posa il vestito sul bordo della vasca. Si fa una doccia veloce, si lava i capelli, si profuma. Non troppo, quanto basta. Quello che lui le ha regalato a Natale. Alle diciannove, è tutto pronto. La tavola è apparecchiata. Tovaglia bianca, candele rosse, due coperti, una bottiglia di champagne nel secchiello del ghiaccio. L'aragosta aspetta in frigo, pronta per essere cotta. La torta troneggia su un piatto, coperta dalla pellicola. Ella invia il messaggio. Ella: Stasera, sorpresa. Torna direttamente dopo il lavoro. Ti aspetto a casa. Posiziona il telefono, guarda la tavola, e sorride. Perfetto. Diciannove e trenta. Nessuna risposta. Ella controlla il telefono. Il messaggio è partito, nessun punto esclamativo. Lui sarà in riunione. Venti. Niente. Si siede a tavola, poi si alza di nuovo. Va alla finestra, guarda la strada. Le macchine passano, la gente torna a casa, le luci si accendono nei palazzi di fronte. Venti e trenta. Afferra il telefono, rilegge il messaggio un'altra volta. Forse non l'ha visto? Forse è in ritardo, e arriverà da un momento all'altro, trafelato, con delle scuse e un sorriso? Ventuno. Ella non ha fame. Non ha sete. È seduta sul divano, le mani incrociate sulle ginocchia, a guardare la tavola apparecchiata come si guarda una scenografia teatrale dopo la fine dello spettacolo. Ventuno e trenta. Il telefono vibra. Lei balza in piedi. Luisi: Scusa, progetto urgente. Torno tardi. Non c'è bisogno che mi aspetti. Legge il messaggio una volta. Due volte. Tre volte. Progetto urgente. Certo. Può capitare. È il suo lavoro. È un quadro, ha delle responsabilità. Non è colpa sua. Si alza, va verso la tavola. Prende i piatti, li ripone. L'aragosta, la rimette in frigo, ancora viva, ancora nel sacchetto. La torta, la copre. Lo champagne, lo lascia nel secchiello, il ghiaccio si è sciolto, l'acqua è tiepida. Si versa un bicchiere d'acqua. Poi apre il frigo, guarda l'interno vuoto a parte l'aragosta e qualche verdura. Afferra una mela. La mangia in piedi, davanti al piano di lavoro, guardando dalla finestra le luci della città. La mela è insipida. Tutto è insipido. Ventidue e trenta. Va in bagno, si toglie il vestito rosso. Lo ripone sul bordo della vasca. Indossa una vecchia maglietta, quella di Luisi che a volte mette per dormire. Si corica. Il letto è vuoto. Immenso e vuoto. Guarda il soffitto. I minuti passano. Sente il proprio respiro, troppo forte nel silenzio. Si alza. Torna in cucina. Apre il forno per riflesso, per controllare di aver spento tutto. La luce del forno si accende, illumina il suo viso. Nel vetro, il suo riflesso. Stanca. Gli occhi cerchiati. La bocca tirata. «Domani,» sussurra al suo riflesso. Il vetro non risponde. «Domani, lui sarà qui.» Richiede il forno. Torna a letto. Il sonno non arriva. Ascolta i rumori del palazzo: una porta che sbatte, passi sulle scale, una televisione accesa dal vicino. Vite normali. Gente che torna a casa. Si gira sul fianco. Guarda il cuscino di Luisi. Vuoto. «Domani,» ripete. Ma nel profondo, qualcosa ha già cominciato a incrinarsi. Solo una crepa, minuscola, quasi invisibile. Ma è lì. Ed Ella la sente. Chiude gli occhi. Nella sua testa, rivede la tavola apparecchiata, le candele, l'aragosta nel sacchetto. Rivede il suo sorriso nello specchio del bagno quella mattina. Sei innamorata? aveva chiesto Léa. Sì. Troppo, forse. Troppo perché sia sano. Troppo perché sia reciproco. Scaccia quel pensiero. Non stasera. Non adesso. Domani, lui sarà qui. Domani, andrà tutto bene. Domani. La notte si stira, lunga e vuota, ed Ella alla fine si addormenta senza rendersene conto, una mano posata sul cuscino accanto a lei, come a colmare quell'assenza.

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