Capitolo 2

1021 Words
La notte è interminabile. Ella fissa il soffitto come se potesse darle delle risposte. I minuti scorrono, lenti, pesanti. Li conta suo malgrado. Uno. Due. Cinque. Dieci. La sveglia digitale segna le 2:17, poi le 2:43, poi le 3:08. Il tempo non passa, o forse passa troppo in fretta, non sa più dirlo. Ripensa a tre anni fa. Al primo appuntamento, in quel ristorantino italiano dove Luisi aveva ordinato per lei in italiano, giusto per far colpo. Al primo bacio, su quella panchina pubblica, una sera d'autunno con le foglie morte tra i capelli. Al primo "ti amo", sussurrato nel suo collo, una mattina come oggi. Ai progetti. All'appartamento che avevano scelto insieme, litigando per il colore delle pareti. Alle vacanze in Corsica, quella spiaggia deserta dove le aveva promesso che sarebbero tornati tra dieci anni con dei bambini. Alle risate, a tutte quelle risate, risate stupide per delle sciocchezze, serate intere a non fare altro che stare insieme. Tutto questo può sparire in una sera? Basta un messaggio per cancellare tre anni? 3:15. Afferra il telefono, meccanicamente. Apre i********: senza pensarci, scorre foto senza vederle. Poi guarda la piccola icona in alto, quella che indica chi è connesso. Luisi è online. Alle 3:15 del mattino. Progetto urgente. Fissa il puntino verde accanto al suo nome. Progetto urgente alle 3 del mattino. Certo. Immagina riunioni notturne, scartoffie da finire, colleghi sfiniti intorno a un tavolo. L'immagine non regge. Cerca di farla reggere, ma crolla. Il pollice le trema sopra lo schermo. Potrebbe scrivergli. Potrebbe chiedere: «Che fai sveglio?» Potrebbe esigere: «Dove sei veramente?» Non fa niente. Riposa il telefono sul comodino, con lo schermo contro il legno. Come se non vedere lo schermo potesse cancellare ciò che ha visto. 3:47. Chiude gli occhi. Li riapre. Il soffitto è sempre lì, bianco, immobile, indifferente. 4:22. Forse sprofonda in un dormiveglia, non sa dirlo. Immagini fluttuano, ricordi mescolati a incubi. Luisi che si allontana in un corridoio senza fine. Lei che corre senza avanzare. Una porta che si chiude. 5:08. Si alza. Tanto vale smettere di far finta. I piedi nudi sul parquet, il freddo che sale. Va in cucina, prepara il caffè. Macchina a capsule – lei lo odia, Luisi lo adora. Ha imparato ad amarlo perché lui lo amava. Il caffè cola, guarda il liquido nero riempire la tazza, e pensa: a cos'altro ho imparato ad amare senza rendermene conto? Bevve il caffè in piedi, appoggiata al piano di lavoro. La cucina è pulita. Troppo pulita. Ha passato la serata a riordinare, a pulire, a cancellare le tracce della cena che non c'è stata. L'aragosta è ancora in frigo, dovrà fare qualcosa, mangiarla o buttarla, non lo sa. 6:30. Il giorno sorge piano dietro i palazzi. Ella è sempre lì, la stessa tazza di caffè ormai freddo tra le mani, a guardare la luce che cambia senza vederla. 7:15. Potrebbe farsi una doccia, vestirsi, andare in ufficio. Non lo fa. Resta lì. 7:48. Il telefono vibra. Lei sussulta. Jack: Ciao Ella. Scusa se ti disturbo. Luisi è al Velvet, ha bevuto troppo. Puoi venire a prenderlo? Non posso riaccompagnarlo io, stasera ho mia figlia. Jack. L'amico di Luisi. Quello che è sempre lì, sempre disponibile, sempre un po' troppo gentile con lei per essere del tutto sincero. Ha sempre sospettato che lei gli piacesse più del dovuto. Ma non è il momento. Legge il messaggio. Lo rilegge. Luisi è al Velvet. Ha bevuto troppo. Ancora. Quante volte è andata a prenderlo? In bar, ristoranti, serate di lavoro. Sempre la stessa scusa: ha bevuto troppo, non può tornare da solo, puoi venire? E lei veniva. Sempre. Perché era lui. Perché lei lo amava. Le dita esitano sopra la tastiera. Potrebbe rifiutare. Potrebbe dire no, per una volta. Potrebbe dire: «Può prendersi un taxi.» Scrive: Va bene. Arrivo. Ancora prima di aver deciso di farlo. Perché? Perché è più semplice. Perché rifiutare significa aprire una porta che non è pronta ad aprire. Perché finché continua a fare gli stessi gesti, può credere che nulla sia cambiato. Riposa il telefono. Guarda intorno a sé. La cucina pulita, il caffè freddo, la luce del mattino che illumina le pareti. Ancora una sera a ripescarlo. La frase le attraversa la mente senza preavviso. Non ha scelto di pensarla. È venuta da sola, come una verità che non vuole più restare nascosta. Ancora una sera. Ancora una volta. Quante volte prima che smetta di contare? Espira lentamente, un sospiro che viene da lontano, dal profondo del petto. Un suono stanco, rassegnato, che dice tutto ciò che non osa formulare. Afferra la borsa, le chiavi. Non si è fatta la doccia, non ha cambiato i vestiti. Indossa ancora la vecchia maglietta di Luisi, quella con cui ha dormito, o meglio, ha cercato di dormire. Pazienza. Tanto lui sarà troppo ubriaco per notarlo. Nell'ingresso, si ferma davanti allo specchio. Il suo riflesso le restituisce una donna stanca, gli occhi cerchiati, i capelli in disordine. Ha trentadue anni. Sta andando a prendere il suo uomo in un bar alle 8 del mattino, in maglietta, dopo una notte insonne. Cosa stai diventando, Ella? Apre la porta. La richiude alle spalle senza far rumore, come per non svegliare una casa che già dorme. L'ascensore scende. Nella cabina, sola davanti al suo riflesso nell'acciaio, pensa al puntino verde delle 3 del mattino. Al messaggio di Jack, arrivato al momento giusto, come se fosse stato programmato. A quella vocina interiore che le dice: fermati, fai domande, apri gli occhi. Ma non fa domande. Non apre gli occhi. Va a prendere Luisi. Ancora una volta. --- La porta del palazzo si apre sulla strada. Il sole è già alto, la gente va al lavoro, la vita continua. Ella cammina verso la sua macchina parcheggiata un po' più in là. Le chiavi tintinnano nella sua mano. Pensa: stasera, dovremo parlare. Pensa: non ora. Prima riportalo a casa. Prima sopravvivi alla giornata. Accende il motore. Il motore ronza. Guida verso il Velvet, verso Luisi, verso il seguito della storia che non osa ancora scrivere. Nella sua testa, la piccola crepa si allarga. Invisibile. Silenziosa. Ma è lì.
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