Capitolo 3

1346 Words
Guida senza davvero vedere la strada. I semafori scorrono, le strade si susseguono, ed Ella le attraversa come un'automa. Le mani tengono il volante, i piedi premono sui pedali, ma la sua testa è altrove. Nel passato. In tutte quelle notti in cui ha fatto lo stesso tragitto. Ripensa alla prima volta. Era successo sei mesi dopo l'inizio della loro storia. Luisi l'aveva chiamata a mezzanotte, con la voce impastata: «Sono da Marco, ho bevuto troppo, puoi venire?» Lei era venuta, preoccupata, quasi lusingata che avesse pensato a lei. Lui l'aveva baciata in macchina dicendo: «Sei la migliore.» La seconda volta, l'aveva trovato carino. La terza, normale. Alla decima, aveva cominciato a trovarlo stancante, ma era rimasta in silenzio. Perché era lui. Perché l'amore è anche accettare i difetti dell'altro, no? Gli affari. È sempre la scusa. Lui esce per gli affari, beve per gli affari, torna tardi per gli affari. Gli affari giustificano tutto. Ella ha imparato a non fare domande. A ingoiare i dubbi come pastiglie amare. A fidarsi perché è più semplice che dubitare. A un semaforo rosso, guarda il suo riflesso nello specchietto retrovisore. Ha gli occhi rossi, i lineamenti tirati. Si passa una mano tra i capelli in disordine, e rinuncia. Quante volte? Ha smesso di contare. Il Velvet è nel quartiere elegante, vicino agli uffici de La Défense. Un locale privato, riservato a chi conta, a chi ha soldi e potere. Ella non c'è mai entrata. Luisi ci viene spesso. Per gli affari. Parcheggia in doppia fila, pazienza. Tanto non resterà molto. Prende Luisi e se ne va. Come al solito. La facciata è discreta, quasi anonima. Solo una porta nera con una targhetta dorata: Velvet – Club Privato. Un buttafuori in giacca ne oscura l'ingresso, massiccio, lo sguardo indifferente. – Vengo a prendere Luisi, dice Ella. È dentro. Il buttafuori la squadra un secondo – la vecchia maglietta, gli occhi cerchiati, i capelli arruffati – e probabilmente la giudica innocua. Si fa da parte. – Salone VIP in fondo. Lei spinge la porta. L'interno è uno shock. La musica pulsa, pesante, bassi che vibrano nel petto. Luci soffuse, rosse e dorate, disegnano ombre sulle pareti imbottite. Gente bella, vestita bene, ride attorno a tavolini bassi su cui si allineano bottiglie di champagne. L'aria odora di profumo, alcol, denaro. Ella attraversa la sala senza guardare nessuno. Cerca Luisi, solo Luisi. Vuole finire in fretta, tornare a casa, rimettersi a letto, dimenticare che questa notte è esistita. La folla è fitta. Si infila tra la gente, urta una donna che le lancia uno sguardo assassino. Si scusa appena. Continua. In fondo, un corridoio. Delle porte. Salone VIP. Costeggia il corridoio, guarda i numeri. 1, 2, 3. La porta del 4 è socchiusa. Della luce filtra, risate, tintinnio di bicchieri. E una voce. Quella di Luisi. La riconoscerebbe tra mille. Quel timbro leggermente grave, quel modo di strascicare la fine delle frasi, quell'arroganza che ha quando è tra amici. Ella si ferma. Non sa perché. Qualcosa la trattiene, un istinto, un campanello d'allarme nel ventre. Ascolta. – ...tre anni, ti rendi conto? Tre anni con quella faccia. Risate. Voci di uomini, complici. – E lei non ha mai sospettato niente? chiede qualcuno. – Lei? No. Mi ama troppo. Luisi ride. È comodo, una donna che ti ama troppo. Non vede niente, accetta tutto, è sempre lì quando serve. Il sangue di Ella si ghiaccia. Appoggia una mano al muro per sostenersi. – Allora così, era una faccia di ricambio? Un'altra voce, più giovane. – Totalmente. Ti ricordi Sherry? Il mio primo amore, al liceo? È il suo ritratto. Stesso naso, stessi occhi. Quando ho visto Ella, ho creduto che fosse tornata lei. No. – Sherry è partita per gli Stati Uniti dieci anni fa, non l'ho mai dimenticata. Così quando è tornata il mese scorso... beh, diciamo che il rimpiazzo ha finito la sua missione. Risate. Applausi. Rumore di bicchieri che si scontrano. Ella non respira più. È in piedi, con la mano appoggiata al muro, e non respira più. Le parole le girano in testa, si ripetono, si scontrano. Faccia di ricambio. Tre anni con quella faccia. Il rimpiazzo ha finito la sua missione. Dovrebbe andarsene. Dovrebbe girarsi, tornare alla sua macchina, rientrare a casa, fare finta di non aver sentito niente. È quello che farebbe una donna intelligente. Una donna che si rispetta. Non se ne va. Con delicatezza, senza far rumore, si sporge verso lo spiraglio della porta. Quel tanto che basta per vedere. La stanza è grande, lussuosa. Divani di cuoio bianco, illuminazione soffusa, bottiglie sul tavolino. Luisi è al centro, sprofondato in una poltrona, un bicchiere in mano. Ha il sorriso soddisfatto di chi ha vinto qualcosa. E accanto a lui, una donna. Bionda, magra, bella. Troppo bella. È seduta sul bracciolo della sua poltrona, con una mano posata sulla sua spalla. Lui le accarezza distrattamente la vita, come si tocca qualcosa che ci appartiene. Sherry. Ella la riconosce senza averla mai vista. È la ragazza della foto ricevuta quella notte. È quella per cui Luisi l'ha tradita. È l'originale di cui lei è solo la copia. – Sherry torna, lei schizza via. La frase cade, chiara, definitiva. Luisi la pronuncia guardando Sherry, con un sorriso. Come se parlasse di buttare via un vecchio mobile. Come se tre anni non pesassero nulla. Gli amici intorno approvano. Uno di loro alza il bicchiere: «A Sherry! Alla vera!» Sherry ride, posa un bacio sulla guancia di Luisi. Lui la attira a sé. Ella guarda. Guarda la scena come si guarda un incidente. Incapace di distogliere lo sguardo. I dettagli si imprimono nella sua memoria: la camicia blu di Luisi, quella che lei gli ha regalato a Natale. Gli orecchini di Sherry, che brillano sotto la luce. La bottiglia di champagne sul tavolo, una cuvée speciale che avevano assaggiato insieme in un weekend. La camicia che lei ha regalato. Lo champagne che hanno condiviso. Tutto questo, ora, serve a celebrare il suo stesso tradimento. Vuole muoversi. Non può. I piedi sono inchiodati al suolo. Le gambe tremano. Le mani sono ghiacciate. – Piange? Una voce alle sue spalle. Una donna, probabilmente una cliente, che usciva dal bagno e si è fermata vedendola. Ella si porta una mano alla guancia. Le dita incontrano dell'umido. Piange. Piange senza rendersene conto, senza rumore, senza singhiozzi. Solo lacrime che scendono, inesorabili. Si gira verso l'estranea. Una donna sulla quarantina, elegante, lo sguardo preoccupato. Tiene in mano una borsa Chanel e sembra sinceramente in pensiero. – Piange, ripete la donna. Si sente bene? Ella apre la bocca. Non esce niente. Vorrebbe dire qualcosa, qualsiasi cosa. Spiegare che no, non sta bene, che la sua vita è appena crollata in tre frasi, che l'uomo che ama la tratta come una bambola di ricambio, che tre anni sono appena diventati tre anni di bugie. Non dice niente. La donna fa un passo verso di lei. «Posso aiutarla? Chiamare qualcuno?» Ella scuote la testa. Un gesto meccanico, incontrollato. Poi si volta e se ne va. Cammina. Prima lentamente, poi più veloce. Il corridoio scorre, la sala principale, la musica che pulsa, la gente che balla, ride, vive. Li attraversa come un fantasma. Nessuno la guarda. Nessuno vede le sue lacrime. La porta nera. Il buttafuori. La strada. L'aria fresca del mattino le schiaffeggia il viso. Inspira profondamente, una volta, due volte. Barcolla fino alla macchina, si appoggia allo sportello. Nella sua testa, le parole girano in loop. Faccia di ricambio. Tre anni con quella faccia. Sherry torna, lei schizza via. Lei schizza via. Lei, Ella, schizza via. Come una cosa di cui ci si sbarazza. Apre lo sportello, si siede al volante. Le mani tremano troppo per accendere il motore. Le appoggia sulle cosce, le stringe forte per fermarle. Non funziona. Allora resta lì, nella sua macchina parcheggiata in doppia fila davanti al Velvet, a guardare senza vederla la porta nera da cui non andrà a prendere Luisi. Non questa volta. Mai più. Nel suo petto, la crepa si è trasformata in un baratro. E lei sta cadendo.
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