Corre.
Senza sapere perché corre, senza sapere dove va. Le gambe la portano, la precipitano lontano da quella porta nera, lontano da quella musica, lontano da quelle parole che riecheggiano ancora nella sua testa. I tacchi battono sul marciapiede, disordinati, lei quasi cade, si riprende per un soffio.
La sua macchina è lì, parcheggiata in doppia fila, lo sportello aperto. Lei ci si infila come chi si getta in acqua, sbatte lo sportello, si ritrova nell'abitacolo silenzioso.
Le mani sul volante.
Tremano.
Le guarda, incredula. Le sue mani, le sue stesse mani, che conosce a memoria, quelle mani che battono sulla tastiera otto ore al giorno, che preparano cene, che accarezzano un viso – tremano come foglie. Le dita sussultano, incontrollabili, indipendenti dalla sua volontà.
Le stringe sul volante. La pelle è fredda. Stringe più forte, per costringerle a fermarsi. Niente da fare. Il tremore continua, risale lungo le braccia, si diffonde alle spalle.
Il suo corpo intero comincia a vibrare.
Non piangere.
L'ordine viene da qualche parte dentro di lei, una voce autoritaria, quella che ha sempre tenuto le redini. Non piangere. Non ora. Non qui. Sei in una strada, in una macchina, potrebbe passare della gente, vederti, osservarti. Non piangere.
Inspira. Profondamente. L'aria entra nei polmoni, bruciante. Espira lentamente, come si insegna alle donne a fare durante il parto, per gestire il dolore.
Non piangere.
Inspirare. Espirare. Inspirare.
Gli occhi bruciano. Li chiude. Nel buio, le parole tornano. Tre anni con questa faccia. Il rimpiazzo ha finito la sua missione. Lei salta.
Le spalle si sollevano. Un singhiozzo. Un pianto che sale, che lei rifiuta, che respinge. Si morde il labbro inferiore, forte, fino al sapore di ferro. Il dolore aiuta. Il dolore è concreto, lui, non come quel vuoto che si apre nel petto.
Inspirare. Espirare.
Gli occhi si aprono. Incontrano lo specchietto retrovisore. Il suo riflesso. Occhi rossi, guance pallide, una bocca deformata dallo sforzo di non cedere. Si guarda e pensa: questa faccia. Questa faccia che hai, non è nemmeno la tua. È quella di un'altra. Per tre anni, hai prestato il tuo viso a una donna che non sei tu.
E piange.
Non un pianto elegante, non lacrime da cinema che scorrono belle lungo le guance. No. Piange come si vomita, come ci si svuota di qualcosa di marcio. I singhiozzi la scuotono tutta, la piegano in due sul volante. La testa batte sulla pelle, una volta, due, non le importa. Piange. Piange tutto quello che non ha pianto quella notte, tutto quello che ha trattenuto, tutto quello che si è negata.
– Perché, mormora nello spazio vuoto della macchina. Perché.
Nessuno risponde.
Molto tempo dopo – non sa quanto tempo – i singhiozzi si calmano. La stanchezza prende il sopravvento. Resta lì, la fronte appoggiata al volante, ad ascoltare il respiro che piano piano torna normale.
Si raddrizza. Gli occhi le pungono, la gola è in fiamme. Si passa una mano sul viso, sente il sale seccarsi sulla pelle.
La chiave è nel quadro. Gira. Il motore si accende.
Non sa dove andare. Non a casa. Non ancora. Non con quella tavola apparecchiata, quelle candele consumate, quell'aragosta nel frigo. Non con tutta quella scenografia di festa che non c'è stata.
Guida.
Senza meta, senza direzione. Gira a destra, poi a sinistra, poi dritto. Le strade scorrono, i palazzi, i negozi che stanno appena aprendo, la gente che inizia la giornata. Il mondo continua. Lui, continua. Lei no. Lei è sospesa, nella sua bolla di vetro, a guardare la vita degli altri attraverso un vetro.
Ripensa alle notti.
Alle notti in cui si addormentava tra le sue braccia, la testa nell'incavo della sua spalla, ad ascoltare il suo cuore battere. Alle notti in cui lui le diceva "ti amo" nel buio, come una promessa. Alle notti in cui lei si svegliava prima di lui e lo guardava dormire, meravigliata che fosse lì, che fosse suo.
Ripensa alle promesse.
A quella conversazione su una panchina, una sera d'estate, quando lui aveva detto: "Tra dieci anni, saremo qui, con dei bambini forse, e ci chiederemo come abbiamo fatto a essere così felici." A quell'altra volta, in un ristorante, quando aveva parlato di matrimonio senza parlarne davvero, parole al vento, dei "un giorno, quando saremo pronti".
Ripensa all'anello.
Tre settimane fa, passava davanti a una gioielleria. Un anello era esposto, semplice, elegante, con un piccolo diamante solitario. Lei era rimasta lì, a guardarlo, a immaginare. E lui, dietro di lei, aveva detto: "Ti piace?" Lei era arrossita, si era allontanata. Ma lui aveva notato il modello. Lei ne era sicura.
Aveva creduto.
Tre anni a credere. Tre anni a costruire un futuro sulla sabbia. Tre anni a essere la faccia sostitutiva di una donna che lui non aveva mai dimenticato.
Le mani si serrano sul volante.
La macchina si ferma a un semaforo. Lei si guarda intorno. Non riconosce niente. Dov'è? Da quanto tempo guida? Non lo sa. Non sa più niente.
Il semaforo diventa verde. Una macchina dietro suona il clacson. Lei riparte, gira a caso, si ritrova finalmente in una strada che conosce.
La loro.
Quella dell'appartamento.
Senza pensarci, parcheggia. Spegne il motore. Resta lì, a guardare il palazzo dove vive da tre anni. Tre anni di vita insieme, di risate, litigi, riconciliazioni. Tre anni tra quelle mura.
Deve salire.
Deve prendere le sue cose, andarsene, sparire prima che lui torni. Questo farebbe una donna forte. Una donna che si rispetta.
Scende dalla macchina. Le gambe le tremano, ma cammina. L'ascensore, il corridoio, la porta. Le sue chiavi. Le tira fuori dalla borsa, le dita intorpidite. La chiave entra nella serratura. La porta si apre.
La tavola è ancora apparecchiata.
I due coperti, uno di fronte all'altro. La tovaglia bianca. Le candele rosse, consumate fino alla base, la cera rappresa in piccole pozzanghere sui candelieri. Il secchiello dello champagne con la sua acqua tiepida. La torta sotto la pellicola. Tutto è lì, testimone muto della serata che non c'è stata.
Ella si ferma sulla soglia.
Guarda la scena. Quella tavola che ha preparato con tanto amore, tanta speranza, tanta attesa. Le ore passate a scegliere i bicchieri giusti, la tovaglia giusta, la disposizione giusta. La cura nel piegare i tovaglioli, nel disporre le posate, nell'allineare le candele.
Tutto per niente.
Tutto per una bugia.
Chiude la porta dietro di sé. Il rumore è sordo, definitivo. Resta lì, schiena contro la porta, a guardare la tavola.
Poi le gambe le cedono.
Scivola lungo il battente, si siede per terra, le ginocchia ripiegate contro di sé. Il parquet è freddo. Non le importa.
Davanti a lei, a pochi metri, la tavola apparecchiata. I due coperti. L'assenza di Luisi nella sedia di fronte. L'assenza di tutto ciò che sarebbe dovuto essere.
Guarda le candele consumate.
Come lei.
Consumata fino alla base, la cera rappresa, la fiamma spenta. Niente più da bruciare. Niente più da dare.
Il tempo passa. Lei non lo misura. Le ombre si muovono sul muro, la luce cambia attraverso le tende. Fuori, la vita continua. La gente va e viene, parla, ride, vive. Qui, in questo appartamento, c'è solo lei, seduta per terra, a guardare una tavola che non è servita a niente.
Non piange più. Le lacrime sono prosciugate, per ora. Rimane solo il vuoto. Un gran vuoto freddo che si espande nel petto, che riempie tutto lo spazio, che la intorpidisce.
Quanto tempo ci vorrà perché passi? si chiede.
La domanda resta senza risposta.
Un'ora forse. Forse di più. Non lo sa. È altrove, in un altro mondo, un mondo dove niente ha più importanza. I minuti scorrono, indifferenti.
La schiena le fa male, appoggiata alla porta. Le gambe si intorpidiscono. Ma lei non si muove. Non può muoversi. Muoversi significherebbe accettare che la vita continui. Muoversi significherebbe fare il primo passo verso il dopo.
Non è pronta per il dopo.
Allora resta lì, seduta per terra nell'appartamento vuoto, a guardare i due coperti. Uno per lei. L'altro per un uomo che non è mai venuto. Che non verrà mai più.
Nella testa, una frase gira in loop, le parole di Luisi al Velvet: Lei salta.
Sì.
Lei salta.
Ma non come immagina lui. Non strisciando, non supplicando, non piangendo ai suoi piedi.
Quando salterà, sarà a testa alta, le tasche piene di ciò che si merita, e lui, resterà lì, con la sua Sherry e le sue bugie, a chiedersi cosa le sia successo.
Ma per ora, è lì, per terra, incapace di muoversi.
Per ora, è gelata.
Ferma nel dolore, nel freddo, nell'attesa assurda che qualcosa cambi, che qualcuno venga, che la vita riprenda il suo corso.
Nessuno viene.
Allora aspetta. Un'ora. Due forse. Non lo sa più.
Davanti a lei, le candele consumate la guardano, ironiche, rimandandole l'immagine di ciò che è diventata: una fiamma spenta, cera rappresa, un resto di serata da buttare nella spazzatura.
Domani, aveva detto al suo riflesso nel forno.
Domani è arrivato.
E non ha portato niente di buono.