Capitolo 5

1368 Words
La notte è calata senza che lei se ne accorgesse. Ella è ancora per terra, schiena contro la porta, le gambe stese davanti a sé, intorpidite. La stanza è immersa nel buio. Più niente luce del giorno attraverso le tende. Solo il bagliore pallido dei lampioni che filtra dalla finestra e disegna ombre sul pavimento. Non si è mossa per ore. Il corpo le fa male. La schiena, i reni, la nuca. Punti dolenti dappertutto, come se l'avessero picchiata. Ma è dentro che fa più male. Un dolore sordo, profondo, che pulsa a ogni battito del cuore. Fuori, la città vive la sua vita notturna. Risate salgono dalla strada, motori, una musica in lontananza. Il mondo continua a girare. Qui, in questo appartamento, il tempo si è fermato. Il telefono vibra. Il rumore la fa sobbalzare, strappata brutalmente dal torpore. Guarda lo schermo che si accende nel buio, proiettando una debole luce sulle sue mani. 2:03. E un messaggio. Numero sconosciuto. Esita. Una parte di lei vorrebbe ignorare, lasciare il telefono vibrare fino al silenzio. Un'altra parte, più curiosa, più inquieta, allunga la mano. Sblocca lo schermo. Apre il messaggio. Una foto. Le sue dita si congelano. Il fiato si ferma. Luisi bacia Sherry. La foto è nitida, scattata da vicino, come se qualcuno avesse voluto catturare ogni dettaglio. Luisi, occhi chiusi, una mano tra i capelli di Sherry. Sherry, inarcata contro di lui, un sorriso sulle labbra sotto il bacio. Si vede il bar dietro di loro, le luci soffuse, l'atmosfera raccolta del Velvet. Sotto, il testo. Rendi il posto che hai rubato per 3 anni. Ella guarda lo schermo. Le sue dita tremano. La foto balla davanti ai suoi occhi, sfocata, nitida, sfocata. Non può staccare lo sguardo. È come un incidente, come una ferita che non si smette di toccare. Zoomma. Macchinalmente, senza pensare, giusto per vedere, per vedere tutto, per incidere ogni dettaglio nella memoria. Il viso di Sherry. I suoi occhi truccati. Le sue labbra rosse. Il suo collo. La collana. Ella zoomma ancora. La collana è sottile, delicata, con un piccolo ciondolo a forma di cuore. Un cuore in oro rosa, minuscolo, quasi invisibile. L'ha già vista. Natale scorso. Luisi gliel'aveva regalata, in un astuccio blu, con un sorriso. «Per te, amore mio. Perché tu porti il mio cuore vicino al tuo.» Lei l'aveva trovata magnifica. L'aveva portata tutti i giorni per settimane. Fino a quando non l'ha persa. Era due mesi fa. Aveva cercato dappertutto, rivoltato l'appartamento, svuotato la borsa, guardato sotto i mobili. Niente. La collana era sparita, volatilizzata, inghiottita dal nulla delle cose perdute. Luisi l'aveva consolata. «Non fa niente, te ne comprerò un'altra.» Non l'ha mai comprata. E ora è lì. Al collo di Sherry. I pezzi del puzzle si assemblano con una chiarezza insostenibile. La collana non è stata persa. È stata presa. O regalata. O forse Sherry la indossava già quella sera, mentre Luisi diceva a Ella che l'amava, che era l'unica, che era tutto per lui. Tutto per lui. Solo che no. Lei era solo un volto. Il telefono le sfugge di mano. Cade sul parquet con un tonfo sordo. Lo schermo resta acceso, la foto ancora visibile, la collana che brilla, ironica, crudele. Ella si alza. O meglio, il suo corpo si alza, spinto da qualcosa di più forte di lei, un istinto di sopravvivenza, un riflesso primario. Le gambe la portano barcollando verso il bagno. Urta il divano, si riprende al muro, continua. La porta del bagno. La luce. Preme l'interruttore, il neon ronza, si accende, l'abbaglia un secondo. Poi vede il lavandino, il water, le piastrelle bianche. Lo stomaco si contrae. Cade in ginocchio davanti al water, appena in tempo. La nausea la travolge, violenta, incontrollabile. Vomita. Niente. Non ha mangiato niente dalla mela di ieri. Solo bile, acido, spasmi che le lacerano la gola. Vomita ancora, e ancora, scossa da conati che le strappano gemiti. Vomita i tre anni. Le colazioni condivise, le cene a lume di candela, le notti d'amore. Vomita le promesse, le risate, i progetti. Vomita la collana di Natale, le vacanze in Corsica, il primo appuntamento. Vomita tutto quello che ha creduto, tutto quello che ha dato, tutto quello che è stata per lui. Niente. Non è stata niente. Gli spasmi si diradano. Resta lì, in ginocchio, le mani aggrappate alla tazza, la fronte sudata. Il suo corpo è esausto, svuotato di ogni forza. Vorrebbe alzarsi, ma non può. Vorrebbe piangere, ma non restano più lacrime. Allora si lascia scivolare di lato, si accascia sulle piastrelle fredde. La guancia incontra la ceramica. È fresca, quasi piacevole dopo il calore della nausea. Chiude gli occhi. Ascolta il respiro, troppo veloce, troppo a scatti. Le piastrelle sono dure. Non le importa. Resta lì, raggomitolata sul pavimento del bagno, la guancia contro il freddo, le ginocchia tirate su. Una bambina sperduta in una notte senza fine. I minuti passano. Forse ore. Non sa più. Il tempo non esiste più. C'è solo questo corpo che soffre, questa testa che gira, questo cuore che si ostina a battere quando lei vorrebbe che si fermasse. Sopra di lei, il neon ronza debolmente. Un suono continuo, fastidioso, che finisce per diventare parte del silenzio. Nella testa, le parole girano in loop. Rendi il posto che hai rubato per 3 anni. La collana che credevo persa. Tre anni con questa faccia sostitutiva. Apre gli occhi. Il soffitto è bianco, con una piccola macchia d'umidità in un angolo. La fissa, la guarda, ci si aggrappa come a un'ancora. – Non sono che un volto sostitutivo. La sua voce risuona stranamente nella stanza vuota. È la prima volta che pronuncia le parole ad alta voce. Sentirle, dirle, farle esistere nel mondo reale, è peggio che averle solo pensate. Un volto sostitutivo. Per tre anni, ha dato tutto quello che aveva. Il suo tempo, la sua energia, il suo amore. Il suo corpo, le sue notti, i suoi sogni. Ha costruito la sua vita intorno a lui, intorno a loro, intorno a quello che credeva essere un futuro insieme. E lui, nel frattempo, vedeva un'altra. Ogni volta che la guardava, era Sherry che vedeva. Ogni volta che la baciava, era Sherry che baciava. Ogni volta che diceva «ti amo», era a Sherry che parlava, attraverso di lei, attraverso quel volto che non era il suo. Non è mai esistita per lui. Era un fantasma. Una sagoma. Un tappabuchi in attesa che la vera tornasse. E la vera è tornata. Allora lei, Ella, non deve fare altro che andarsene. Lasciare il posto. Sparire. Stringe i denti. Le lacrime tornano, ma non sono più lacrime di dolore. È qualcos'altro. Rabbia, forse. Umiliazione. Una fredda collera che comincia a salire, a sostituire il vuoto, a scaldare le sue membra intorpidite. Sulle piastrelle, resta ancora un lungo momento. Il respiro rallenta. Il corpo si distende poco a poco. Non piange più. Riflette. Tre anni. Tre anni della sua vita dati a un uomo che non li voleva. Ma quei tre anni non sono persi. Esistono. Sono suoi. E tutto quello che ha imparato in questi tre anni – ad amare, a sperare, a lottare – può usarlo altrove. Per sé. Contro di lui. Si raddrizza lentamente. I muscoli protestano, ma regge in piedi. Si avvicina al lavandino, apre l'acqua fredda, si sciacqua il viso. L'acqua gelida la morde, la sveglia. Si guarda nello specchio. Lo stesso viso di stamattina. Gli stessi occhi, gli stessi lineamenti. Eppure, qualcosa è cambiato. Qualcosa nel suo sguardo. Una luce nuova. Una determinazione che non c'era prima. – Non sono un rimpiazzo, dice al suo riflesso. Sono Ella. Ripete, più forte. – Sono Ella. E per la prima volta dopo ore, si riconosce. In salotto, il suo telefono è ancora per terra, lo schermo ora spento. La foto è ancora lì dentro, la collana ancora al collo di Sherry, le parole ancora scritte. Ma Ella non è più la stessa di quella che ha ricevuto quel messaggio. Raccoglie il telefono. Guarda lo schermo nero. Poi lo ripone in tasca, va in camera, apre l'armadio. La sua valigia è in alto, polverosa, non usata da anni. La prende. La posa sul letto. E comincia a fare i bagagli.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD