Capitolo 6

1021 Words
Alba Il giorno sorge appena. Ella è in piedi davanti alla finestra del salotto, le braccia incrociate sul petto, lo sguardo perso sulla città che si risveglia. Non ha dormito. Non ci ha nemmeno provato. Dopo aver lasciato le piastrelle del bagno, ha vagato per l'appartamento come un fantasma, toccando i mobili senza vederli, fermandosi davanti alla tavola ancora apparecchiata, le candele consumate, la torta intatta. Cammina a piedi nudi sul parquet. Il legno è freddo, ma non lo sente. Non sente più niente. Il suo corpo è lì, meccanico, funzionale – un passo, poi un altro, poi un altro – ma la sua mente è altrove. Nel bar. In macchina. Sulle piastrelle. Nelle parole che girano in loop da ore. Volto sostitutivo. Lei salta. Rendi il posto. Si ferma davanti allo specchio dell'ingresso. È grande, ovale, incorniciato di legno dorato – un acquisto di Luisi, ovviamente. A lui piacevano le cornici, le apparenze, i riflessi ben vestiti. Si guarda. I capelli sono arruffati, gli occhi rossi e gonfi, le labbra pallide. Indossa ancora la vecchia maglietta di Luisi, quella con cui ha dormito – o cercato di dormire – per tre notti. È sgualcita, macchiata, deformata. – Questo viso, mormora al suo riflesso. È tutto ciò che vedeva? La sua voce è rauca, appena udibile. Il suo riflesso non risponde. Si limita a fissarla, con quegli occhi nocciola che non sono i suoi. Quegli occhi che appartenevano a Sherry prima di lei. Quegli occhi che non sono mai stati amati per quello che erano. Resta lì un lungo momento, immobile, a sostenere il proprio sguardo. Poi si gira. Scoperta Nella camera, il letto è vuoto. Luisi non è tornato. Meglio così. Non vuole vederlo. Non vuole più vederlo mai più. Apre l'armadio. I suoi vestiti sono allineati, ordinati, per colore e per stagione, come li ha sempre sistemati. Maglioni che lui le ha regalato. Vestiti che piacevano a lui. Una sciarpa che aveva scelto perché "sta bene con i tuoi occhi". Ci passa sopra la mano senza fermarsi. In fondo, sotto le pile di jeans, c'è il baule. Un vecchio baule di legno, cerchiato di ferro, che sua madre le ha dato il giorno della sua partenza. Aveva diciannove anni. Partiva per gli studi, la sua vita, il suo futuro. Sua madre l'aveva presa tra le braccia e le aveva messo tra le mani questo baule. "Ci sono delle cose dentro. Lettere, foto. Non aprirlo subito. Aspetta di essere pronta." Non l'ha mai aperto. Dieci anni. Dieci anni che questo baule dorme in fondo ai suoi armadi, ai suoi traslochi, alle sue vite successive. Lo ha tirato da un posto all'altro senza mai sollevare il coperchio. Come un segreto che si tiene persino a sé stessi. Stamattina, lo prende a due mani. È pesante, più pesante di quanto ricordi. Lo posa sul letto, scioglie il lucchetto arrugginito, solleva il coperchio. L'odore del passato le salta al viso. Carta antica, polvere, e un profumo quasi cancellato – lavanda e vaniglia. Il profumo di sua madre. Le lettere Le lettere sono lì. Decine di buste, legate con nastri colorati, alcune ingiallite dal tempo, altre ancora bianche. La scrittura di sua madre su ogni busta. "Per Ella." "Per la mia bambina." "Per quando sarai pronta." Ne prende una. La apre. Legge. "Tesoro mio, So che non rispondi. So che hai scelto la tua vita, che non vuoi i miei consigli. Ma io sono tua madre e ho il diritto di insistere. Quell'uomo non fa per te. Non ti chiedo un principe – solo qualcuno che ti guardi davvero. Qualcuno che non ti faccia aspettare. Qualcuno che non ti dia le bricioole chiamandole festino. Torna. Per un weekend. Per un'ora. Solo per vederti. Ti voglio bene, Mamma." Riposa la lettera. La sua mano non trema. Quello che resta in lei è un vuoto strano, un'assenza di dolore che assomiglia quasi al sollievo. Sua madre sapeva. Senza sapere niente, aveva capito tutto. Affonda la mano nel baule e ne tira fuori una foto. La foto Un'istantanea ingiallita, sciupata sui bordi. Una bambina dai capelli scuri e gli occhi nocciola, in abito bianco, in piedi davanti ai cancelli di un dominio immenso. Dietro di lei, un viale di ghiaia, alberi secolari, una facciata di pietra chiara. Il maniero Venturi. La bambina ride. Non guarda l'obiettivo – guarda qualcosa dietro il fotografo, qualcuno che la chiama, sua madre forse, o suo padre. È felice, semplicemente felice, come si è felici a sette anni quando il mondo è ancora un posto sicuro. Ella fissa la foto. Quella bambina è lei. Quella bambina che correva a piedi nudi sull'erba, che si arrampicava sugli alberi, che rideva per niente. Quella bambina non sapeva niente dei volti sostitutivi. Non sapeva niente degli uomini che ti guardano senza vederti. Era protetta, amata, intera. – Dove è finita quella bambina? La domanda fluttua nella camera silenziosa. Nessuna risposta. Solo il rumore lontano della città, i primi clacson, il rombo di una metro sotto terra. La decisione Ella rimette la foto sul letto. Poi si alza. Va verso il comodino, afferra il telefono. Le sue dita sbloccano lo schermo meccanicamente. Apre i contatti. Scorre. Nomi che non ha chiamato per anni – amici d'infanzia, cugini, gente che ha smesso di aspettare sue notizie. Scorre, scorre, fino a un nome. Papà. Tre lettere. Tre anni. Tre anni senza sentire la sua voce, senza rispondere ai suoi messaggi, senza nemmeno sapere se fosse ancora vivo. Lui non l'ha mai chiamata neanche. Per orgoglio, probabilmente. O per rispetto. Perché credeva che lei avesse fatto la sua scelta. Fissa il nome. Il pollice è sospeso sopra lo schermo, immobile. Nella sua testa, una voce sussurra: Molla giù. Non vorrà parlarti. Ti ha dimenticata. Non sei più sua figlia. Ma un'altra voce, più antica, più profonda, risponde: Sei mia figlia. Sarai sempre mia figlia. Non sa se sono le parole di suo padre o solo ciò che ha bisogno di sentire. Non sa più cosa sia vero e cosa non lo sia. Ma sa che se non fa questo gesto ora, non lo farà mai più. Inspira. E preme.
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