Il primo squillo è interminabile.
Ella tiene il telefono contro l'orecchio, gli occhi chiusi, il respiro corto. Ascolta il tono meccanico, quel bip regolare che risuona come un conto alla rovescia. Una volta. Due volte. Immagina il telefono che vibra su una scrivania, in una tasca, su un comodino. Immagina suo padre che cerca gli occhiali, che strizza gli occhi sullo schermo, che non riconosce il numero.
Tre volte.
Non risponderà. È occupato. È in riunione, in viaggio, sta facendo qualcosa di importante. Qualcosa che non l'ha aspettata per tre anni e che non si interromperà per lei oggi. Finirà sulla segreteria, quella voce grave che non sente da mille giorni, e dovrà lasciare un messaggio. Non sa lasciare messaggi. Non sa nemmeno cosa dire a un uomo vivo, figurarsi a una segreteria—
— Pronto?
La voce è lì. Improvvisa. Vicina. Incredibilmente vicina, come se fosse nella stanza accanto.
Ella apre gli occhi. Non dice niente.
— Pronto? ripete la voce. C'è qualcuno?
È lui. È suo padre. Ma non è proprio la voce che ricordava. È più stanca, più rauca, come se quei tre anni avessero limato qualcosa dentro. È anche affannata, come se avesse corso per rispondere, come se avesse avuto paura che finisse prima che lui raggiungesse il telefono.
Ella apre la bocca. Le labbra si muovono. Nessun suono esce.
È lì, in piedi in mezzo al salotto, il telefono schiacciato contro l'orecchio, la foto della bambina sul letto dietro di lei, il baule aperto, le lettere sparse, e non riesce a parlare. Le parole sono bloccate da qualche parte tra il cuore e la gola, fermate da tre anni di silenzio, dalla paura, dalla vergogna.
— Pronto? La voce di suo padre è più preoccupata ora. Chi parla?
Lei chiude gli occhi. Inspira. Espira. E spinge le parole come si spinge una porta troppo pesante.
— Papà... sono io.
Il silenzio.
Un silenzio talmente profondo, talmente assoluto, che all'inizio pensa che la linea sia caduta. Allontana il telefono dall'orecchio, controlla lo schermo. La chiamata è ancora attiva. I secondi scorrono.
— Papà?
E poi lo sente. Un rumore infinitesimale, quasi impercettibile. Un respiro che si strozza. Un fiato che si spezza.
— Ella?
La voce di suo padre trema. È la prima volta che la sente tremare. Quell'uomo che è sempre stato una roccia, una quercia, una montagna – quell'uomo che non piangeva ai funerali, che non vacillava nelle tempeste, che attraversava la vita con la certezza delle cose incrollabili – quell'uomo trema.
— Figlia mia? La sua voce si alza, si incrina, si rompe. Figlia mia, sei tu?
— Sì, papà. Sono io.
Non sa perché piange ora. Credeva di non avere più lacrime. Le aveva date tutte quella notte, sulle piastrelle, sotto la doccia, in macchina. Ma sono tornate. Scorrono sulle sue guance, calde, silenziose, e lei non fa niente per fermarle.
— Figlia mia. Ripete la parola come se non potesse crederci, come se fosse una parola straniera che aveva dimenticato come si pronuncia. Figlia mia, dove sei?
— Sono a casa mia. A... a casa mia.
Non dice l'appartamento. Non dice Luisi. Non può.
— Stai bene? chiede suo padre. La sua voce è cambiata. È più ferma ora, più vicina all'uomo che lei conosceva. C'è urgenza dentro, un'angoscia trattenuta. Lui ti ha fatto del male?
La domanda la trafigge. Lui non chiede cosa sia successo, non chiede perché lei chiami dopo tre anni. Chiede se lei sta bene. Chiede se qualcuno le ha fatto del male. Lui è suo padre, e un padre protegge. Anche da lontano. Anche dopo tre anni. Anche quando non si risponde alle lettere.
— No, dice lei. Insomma... Inspira. Non sa come raccontare. Non sa da dove cominciare. Non è il momento. Non al telefono. Non così. Papà, io...
Si ferma. Le parole sono lì, sull'orlo delle labbra, terrificanti e liberatorie. Le trattiene un secondo ancora, come si trattiene il fiato prima di tuffarsi.
— Papà, torno a casa.
L'ha detto. Le parole sono uscite. Le ha gettate nel vuoto e aspetta, sospesa, la risposta.
Il silenzio, ancora. Ma un silenzio diverso. Più leggero. Come se qualcuno trattenesse il respiro dall'altra parte del filo. E poi:
— Finalmente.
La parola cade, semplice, nuda, carica di tutto ciò che non dice.
— Finalmente.
Ed è lì che lo sente piangere.
Non è un singhiozzo rumoroso, non un grido. È un rumore soffocato, quasi vergognoso, come se avesse messo la mano sulla cornetta per far sì che lei non lo sentisse. Ma lei lo sente. Suo padre, il patriarca Venturi, l'uomo d'affari inflessibile, la roccia della famiglia – suo padre piange.
E lei piange con lui.
Due silenzi che si rispondono attraverso i chilometri, due respiri spezzati dagli anni perduti, due persone che non sanno come parlarsi ma che ci provano, finalmente, a farcela.
— Quando? chiede lui. La sua voce è rauca, bagnata, ma più ferma. Quando arrivi?
— Presto. Tra qualche giorno. Devo sistemare delle cose qui.
— Tua madre...
Non ha bisogno di finire la frase. Ella capisce.
— Lo so.
Ripensa alle lettere, a tutte quelle buste mai aperte, a tutte quelle parole mai lette. Sua madre ha pregato tutte le sere. Sua madre ha scritto ogni settimana. Sua madre non ha mai smesso di aspettarla, anche quando lei non rispondeva, anche quando faceva finta che non esistesse più.
— Glielo dirò, dice suo padre. Le dirò che torni.
— Non subito. Aspetta un po'. Voglio... voglio farle una sorpresa.
Un silenzio. Poi un rumore strano – lei impiega un secondo a capire che è una risata. Una piccola risata soffocata, incredula, quasi infantile.
— Non sei cambiata, dice suo padre. Sempre a voler controllare tutto.
— L'ho preso da te.
Lui ride ancora, o forse piange, o forse tutte e due le cose. Non lo sa più. Non distingue più niente, solo quel calore nel petto, quella cosa che pulsa e che fa male e che fa bene allo stesso tempo.
— Papà?
— Sì?
— Mi dispiace. Per tutto. Per il silenzio. Per i tre anni. Per...
— Basta.
La voce è tornata ferma. La voce del capofamiglia. Ma c'è dolcezza dentro, una dolcezza che lei non aveva mai notato prima.
— Non devi scusarti. Sei mia figlia. Lo sarai sempre. E qualunque cosa sia successa, qualunque cosa tu abbia fatto o non abbia fatto, la porta di questa casa sarà sempre aperta per te. Sempre.
Ella chiude gli occhi. Le lacrime continuano a scorrere, ma sorride. Un sorriso piccolissimo, fragile, il primo da giorni.
— Grazie, papà.
— Non ringraziarmi. Torna. È tutto ciò che chiedo.
— Torno.
— Allora sbrigati.
— Mi sbrigo.
Un silenzio. Più dolce questa volta. Quasi confortevole.
— Ti voglio bene, papà.
Non l'ha premeditato. Le parole sono uscite da sole, per la prima volta da anni. Forse per la prima volta nella sua vita di adulta.
Dall'altra parte del filo, suo padre inspira profondamente. Quando risponde, la sua voce è strozzata, ma regge.
— Anch'io, figlia mia. Anch'io ti voglio bene. Dal primo giorno.
Lui riattacca prima che la voce lo tradisca completamente. O forse riattacca perché lei non senta il resto. Ella non lo sa.
Resta lì, il telefono in mano, lo schermo nero contro la guancia bagnata. Il giorno si è alzato. La città brilla lassù, le macchine suonano il clacson, la vita continua. Ma in questo appartamento silenzioso, in questo salotto dalle candele consumate, qualcosa è cambiato.
Non è più sola.
Ha un posto dove andare. Ha un padre che l'aspetta. Ha una madre che ha pregato per lei tutte le sere. Non è la donna di nessuno, non è il volto sostitutivo di nessuno.
È Ella Venturi.
E torna a casa.