È passato mezzogiorno quando la chiave gira nella serratura.
Ella è seduta sul divano, le gambe raccolte sotto di sé, una tazza di caffè freddo appoggiata sul tavolino. Non si è mossa dalla chiamata. Ha rimesso a posto il baule, piegato le lettere, rimesso la foto della bambina nella busta. Poi si è seduta e ha aspettato.
La porta si apre. Luisi entra.
Indossa la stessa camicia di ieri, sgualcita, il colore aperto, la cravatta assente. Ha i capelli in disordine, gli occhi cerchiati, ma ostenta quel sorriso soddisfatto che lei conosce fin troppo bene – il sorriso di chi ha vinto qualcosa, o preso qualcosa, o tutte e due le cose. Non la vede subito. Appoggia le chiavi nel portachiavi all'ingresso, si china per togliersi le scarpe, ed è mentre si raddrizza che la nota.
— Ah. Sei qui.
Nessuna sorpresa. Nessun imbarazzo. Solo la constatazione della sua presenza, come si constata che c'è il sole.
Attraversa il salotto senza notare la tavola ancora apparecchiata, le candele consumate, la torta intatta sotto la pellicola. Non vede niente. Non vede mai niente.
— Scusa per ieri sera, dice avviandosi verso la cucina. Progetto pazzesco, abbiamo lavorato fino a tardi. Alla fine ho dormito in ufficio.
Apre il frigo, ne tira fuori una bottiglia d'acqua, beve dal collo. I suoi gesti sono precisi, disinvolti. È a suo agio. È a casa sua. Non ha nulla da rimproverarsi.
Ella lo guarda.
Lo guarda davvero, per la prima volta da anni. Guarda quell'uomo che ha amato, quell'uomo per cui ha lasciato tutto, e non riconosce niente. La camicia blu che lei gli ha regalato a Natale. Il profumo di Sherry che aleggia intorno a lui, nauseante di dolcezza, mescolato all'alcol e al sudore. I segni di rossetto sul colletto, appena visibili, che non si è nemmeno preso la briga di cancellare.
— Lo so.
La sua voce è calma. Troppo calma. Sorprende persino lei.
Luisi si ferma, la bottiglia a metà strada dalle labbra. Si gira verso di lei, e per la prima volta, un barlume di incertezza attraversa il suo sguardo.
— Sai cosa?
Potrebbe dire tutto. Potrebbe parlare del Velvet, della porta socchiusa, delle parole che ha sentito. Potrebbe parlare di Sherry, della collana, dell'SMS anonimo. Potrebbe parlare della foto, del contratto, dei tre anni di bugie. Ha tutto lì, sull'orlo delle labbra. Basterebbe aprire bocca e lasciar uscire.
Ma non ora. Non così.
Perché se parla ora, lui negherà, si arrabbierà, ribalterà la situazione come fa sempre. Le dirà che è paranoica, che inventa, che non si fida di lui. E lei non ne ha la forza. Non oggi. Non dopo la notte che ha appena passato.
Allora dice:
— Niente. Non so niente. Vai a farti una doccia.
Lui la fissa un secondo di più, gli occhi socchiusi, come se cercasse qualcosa dietro il suo viso. Poi alza le spalle.
— Sì, hai ragione. Puzzo di ufficio.
Appoggia la bottiglia, attraversa il corridoio, entra in bagno. La porta si chiude. Il chiavistello scatta. Qualche secondo dopo, l'acqua scorre.
Ella non si muove.
Sente il rumore del getto contro le piastrelle, i tubi che vibrano nei muri. Immagina l'acqua che scorre sulle sue spalle, che porta via il profumo di Sherry, il sudore, i segni di rossetto. Lui si lava il corpo come si cancella una lavagna. Come se l'acqua potesse lavare via le bugie.
Uscirà di lì, pulito, lavato, innocente. La guarderà con quel sorriso che ha sempre, e le chiederà cosa prepara per cena, e non saprà mai. Non saprà mai che lei era lì, dietro la porta del Velvet. Non saprà mai che ha sentito tutto. Non saprà mai che ha passato la notte sulle piastrelle, a vomitare, a piangere, a chiedersi chi fosse.
Non saprà mai.
Perché lei non glielo dirà. Non gli darà questa soddisfazione. Non gli darà più niente, affatto.
Si alza. Le gambe sono stabili, per la prima volta da tre giorni. Prende il telefono dal tavolino, apre i messaggi, trova il nome di suo padre.
Scrive lentamente, ogni lettera ponderata, ogni parola scelta.
"Torno tra tre giorni. Non dirlo a nessuno."
Rilegge. È secco, quasi militare. Ma suo padre capirà. Suo padre ha sempre capito le cose che lei non diceva.
Invia il messaggio. Lo schermo mostra "Inviato". Poi i due piccoli segni di spunta blu che confermano la lettura.
La risposta arriva quasi immediatamente.
"Ti aspetto."
Due parole. Niente di più. Ma Ella le legge e rilegge, e sente qualcosa nel petto che si allenta, una mano invisibile che molla la presa.
In bagno, l'acqua scorre ancora. Presto Luisi canterellierà, come fa sempre, canzoni che lei non riconosce. Uscirà, si pianterà davanti a lei, le sorriderà.
E lei gli sorriderà a sua volta.
Un sorriso che non vuole dire niente. Un sorriso che è già un addio.