Capitolo 9

1046 Words
L'ufficio è quasi vuoto a quell'ora. Ella è arrivata prima di tutti, i capelli ancora umidi, un sapore di caffè amaro in bocca. Ha incrociato solo la guardia di sicurezza nell'atrio e una donna delle pulizie che passava l'aspirapolvere nell'open space. Nessuno le ha chiesto perché venisse così presto. Nessuno le chiede mai niente. Si è sistemata alla sua postazione, ha acceso il computer, ha fissato lo schermo senza vederlo. Poi si è alzata. Ha aperto il primo cassetto della scrivania. Il secondo. Il terzo. Ha cominciato a rimuovere le sue cose personali, una per una, con gesti lenti, metodici, quasi cerimoniali. La tazza che aveva comprato al mercatino delle pulci con Luisi, due anni fa. Un cucchiaino d'argento, regalo di sua madre. Un blocchetto di appunti mezzo pieno, post-it, una foto di loro due fissata con una puntina alla parete del suo cubicolo. La stacca delicatamente, guarda i loro due volti che sorridono all'obiettivo. Non ricorda nemmeno chi abbia scattato quella foto. Non ricorda più quel giorno. Infila tutto in una borsa di stoffa, che mette in fondo al suo armadietto. Non sa ancora quando partirà, né come. Ma sa che non tornerà. E non vuole lasciare niente dietro di sé. La mattinata passa, lenta, ovattata. I colleghi arrivano, la salutano distrattamente, si sistemano alle loro postazioni. Nessuno nota che la sua scrivania è vuota, che i suoi scaffali sono spogli. Nessuno nota mai niente qui. È un'azienda dove si guardano gli schermi, non le persone. Alle undici, Luisi varca la porta. Sembra riposato, quasi vivace. La doccia gli ha fatto bene. Indossa una camicia pulita, una cravatta nuova, e quel sorriso da predatore che non lo abbandona mai. Attraversa l'open space a grandi falcate, stringe una mano qua, lancia una battuta là, e viene a fermarsi davanti alla scrivania di Ella. — Hai cinque minuti? Lei alza gli occhi verso di lui. Quel volto che conosce a memoria, quel volto che ha baciato, accarezzato, vegliato. Lui le sorride come se niente fosse. Come se non avesse passato la notte altrove. Come se lei non avesse pianto sotto la doccia gelata. — Sì. Per cosa? Lui posa una pila di fogli davanti a lei, spessa una ventina di pagine, coperta di piccoli caratteri e loghi ufficiali. — Il contratto per la filiale nel Sud-est asiatico. Va firmato oggi, scadenza improrogabile. Ella guarda i documenti. Li conosce, in teoria. Ci ha lavorato sei mesi fa, quando non era ancora che un progetto vago, un'idea buttata lì in riunione. Non ha seguito gli sviluppi recenti. Non è stata invitata alle riunioni decisive. L'hanno tenuta all'oscuro, dolcemente, senza che se ne accorgesse. — Hai verificato i termini? — Certo. Luisi fa un gesto seccato con la mano. Fidati di me. Fidati di me. La frase schiocca nell'aria come una bandiera rossa. Ella lo guarda. Lui sostiene il suo sguardo senza battere ciglio, il sorriso sempre sulle labbra, la mano sempre appoggiata sulla pila. Fidati di me. È quello che le ha detto la prima sera, quando lei esitava a salire sulla sua macchina. È quello che le ha detto quando le ha chiesto di andare a vivere insieme. È quello che le ha detto ogni volta che lei faceva una domanda, dubitava, sentiva che qualcosa non andava. Fidati di me. E lei si è fidata. Si è fidata per tre anni. Tre anni di fiducia cieca. Tre anni a firmare senza leggere. Tre anni a essere il volto sostitutivo di una donna che lui non ha mai dimenticato. Afferra una penna. Il gesto è automatico, quasi meccanico. La sua mano sa firmare senza che la testa abbia bisogno di dare l'ordine. Ha firmato tanti documenti per lui, nel corso degli anni – contratti, appendici, ordini. Era la sua garanzia morale, la sua firma facile, la prova vivente che lui era un uomo di fiducia. — Qui, dice Luisi indicando la prima crocetta. E qui. Iniziali qua. E qui. Lei paraffa. Gira le pagine. Firma ancora. Ma mentre la sua mano destra traccia le lettere del suo nome, la sua mano sinistra scivola sul tavolo, afferra il telefono, lo apre. Discretamente. Senza pensare. La fotocamera si attiva. Inquadra la prima pagina, preme. La seconda. Preme. La terza, quella con le firme. Preme. Lo scatto è quasi silenzioso, coperto dal rumore di fondo dell'open space. Non sa perché lo fa. Non è premeditato. Non è nemmeno conscio. È un istinto, un'intuizione, una vocina nel profondo che sussurra: tieni una traccia. Dopo tutto questo tempo, dopo tutta questa fiducia tradita, il suo corpo ha imparato a diffidare anche quando la sua testa ancora non segue. — Ecco, dice lei posando la penna. Luisi si impadronisce dei documenti, controlla rapidamente le firme, annuisce con soddisfazione. — Perfetto. Sei davvero la migliore, Ella. Le fa l'occhiolino, gira i tacchi e torna verso il suo ufficio senza una parola di più. Il complimento era meccanico, una formula vuota che avrebbe potuto dire a chiunque. Ella resta seduta, immobile, il telefono ancora caldo tra le dita. Aspetta che lui sia sparito dietro la porta del suo ufficio. Poi apre la galleria delle foto. Gli scatti sono nitidi. Si vedono gli intestatari, i loghi, le clausole in piccolo. Si vedono le firme – la sua, quella di Luisi. Scorre le immagini, le dita leggermente tremanti. Qualcosa non quadra. Non sa cosa. Non è un'avvocatessa, non ha l'occhio per individuare una clausola abusiva o una formulazione ingannevole. Ma c'è qualcosa nell'impaginazione, nello spessore del documento, nel modo in cui alcune pagine sembrano essere state inserite dopo. Un'impressione diffusa, come una nota stonata in una melodia conosciuta. Zomma sull'ultima pagina. La firma di Luisi è lì, nitida, applicata. Anche la sua. Ma sopra, nel corpo del testo, una frase le salta agli occhi: una formulazione troppo complessa, un rinvio a un allegato che non ha visto. Una clausola che non ha letto. Non riesce a metterci il dito. Chiude la galleria, posa il telefono sulla scrivania, lo schermo contro il legno. Il cuore le batte più forte, ma non è paura. È qualcos'altro. Una certezza che comincia a germogliare, ancora vaga, ancora confusa, ma tenace. Lui ha fatto qualcosa. Non sa cosa. Non sa ancora. Ma lei ha le foto. Ha una traccia. E un giorno, presto, capirà.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD