La notte è caduta da tempo.
Ella è sdraiata sulla schiena, gli occhi aperti nel buio. Ascolta i rumori del palazzo: una televisione dai vicini, una porta che sbatte nel vano scale, il ronzio lontano del frigorifero in cucina. Suoni che conosce a memoria, che fanno parte della sua vita da tre anni. Stasera, le sembrano estranei.
Luisi dorme accanto a lei.
È tornato tardi, ancora una volta. Ha mangiato da solo, si è fatto la doccia senza una parola, si è infilato sotto le lenzuola voltandole le spalle. In cinque minuti, dormiva. Il suo respiro è lento, profondo, regolare. Il sonno dei giusti. Il sonno degli uomini che non hanno nulla da rimproverarsi.
Ella, invece, non dorme. Non dorme più da giorni, o giù di lì. Il sonno è diventato un lusso che non può più permettersi, un rifugio che le è precluso. Appena chiude gli occhi, le immagini tornano. La porta del Velvet. Il sorriso di Sherry. La foto sul suo telefono. La collana.
Gira la testa verso Luisi.
La luna filtra attraverso le tende, disegna ombre sul suo viso. Sembra pacifico, quasi innocente. I lineamenti rilassati, la bocca socchiusa, un ciuffo scuro sulla fronte. Lei lo ha tanto guardato dormire, nel corso degli anni. Notti intere a vegliare il suo sonno, ad ascoltare il suo respiro, a rassicurarsi della sua presenza. Credeva che finché lui era lì, tutto andasse bene. Credeva che l'amore fosse una prova.
Allunga la mano.
Le dita si avvicinano al suo volto, lentamente, come ci si avvicina a una fiamma. Sfiorano la sua guancia, risalgono lungo la mascella, si fermano sulle sue labbra. Quelle labbra che ha baciato tante volte. Quelle labbra che hanno pronunciato il suo nome, che hanno detto "ti amo", che hanno mentito.
— Chi vedi, mormora lei, quando mi baci?
La sua voce è appena udibile, un soffio nel silenzio della camera. Lui non la sente. Non può sentirla. Ma lei ha bisogno di fare la domanda, anche nel vuoto, anche senza risposta.
Lascia le dita sulle sue labbra. Lui non si muove. Poi, lentamente, un sorriso appare sul suo viso assonnato. Un sorriso dolce, intimo, quasi infantile. Un sorriso che lei conosce. Un sorriso che lui aveva quando la guardava, una volta, quando le diceva che era bella.
Lui mormora.
Una parola. Una sola.
— Sherry...
Il nome cade dalle sue labbra come una confidenza, come un segreto che non può trattenere nemmeno nel sonno. Lo pronuncia con una tenerezza che lei non gli conosce più, una dolcezza che lui non le dà più da molto tempo. Forse da sempre.
Ella ritira la mano. La strappa via, quasi, come se si fosse bruciata. Le dita le tremano. Il petto le si stringe.
Non piange. Le lacrime non vengono più. Resta solo quel vuoto, quel grande vuoto freddo che si estende nel suo petto e che inghiotte tutto sul suo passaggio. Il dolore è lì, da qualche parte, ma è chiuso dietro una parete di ghiaccio. Non può raggiungerlo. Non vuole raggiungerlo.
Si alza.
Il lenzuolo le scivola sulla pelle. È nuda. Cammina senza rumore verso la porta della camera, la apre, la richiude dietro di sé. Il corridoio è buio. I suoi piedi nudi toccano il parquet freddo. Avanza senza pensare, senza sapere dove va, e si ritrova davanti alla porta del bagno.
Entra. Richiude la porta. Preme l'interruttore.
La luce del neon crepita, si accende, bianca e cruda. Lo specchio le rimanda il suo riflesso: una donna nuda, le spalle cadenti, gli occhi cerchiati, i capelli in disordine. Una donna svuotata. Una donna che non ha più niente da dare.
Apre la porta della doccia. Gira il rubinetto tutto verso il blu. L'acqua zampilla, gelata.
Ci entra dentro.
Lo shock le mozza il respiro. Il freddo è una lama, un pugno, un bruciore. L'acqua le scorre sulle spalle, sulla schiena, sul ventre. La sua pelle si rizza, i denti battono, le dita diventano bianche. Ma lei non si muove. Resta lì, in piedi sotto il getto gelato, le braccia strette intorno a sé, e lascia che l'acqua scorra.
Tremisce. Trema tutto il corpo. Ma non esce.
L'acqua fredda la sveglia. L'acqua fredda la purifica. L'acqua fredda porta via le tracce di questa notte, di questa camera, di quest'uomo che mormora il nome di un'altra nel sonno. Porta via la fiducia, la speranza, l'amore. Porta via tutto ciò che restava.
Ella appoggia la fronte sul muro piastrellato della doccia. Le piastrelle sono fredde, anche loro. Tutto è freddo. Tutto è pulito. Tutto è vuoto.
— Mai più, dice nel silenzio.
La sua voce è rauca, spezzata, ma regge. Regge in piedi sotto l'acqua gelata e ripete, più forte:
— Mai più.
Mai più sarà un volto sostitutivo. Mai più supplicherà di essere amata. Mai più aspetterà un uomo che non verrà, che non l'ha mai veramente guardata, che non l'ha mai veramente vista.
Lei è Ella. È la figlia dei suoi genitori. È la bambina che correva nel parco del maniero, a piedi nudi sull'erba, spensierata e amata. Non l'ha dimenticato. Lo aveva solo perso per strada.
Chiude il rubinetto. L'acqua si ferma. Il silenzio ricade appena turbato dal gocciolio del soffione.
Esce dalla doccia, si avvolge in un asciugamano, si siede sul bordo della vasca. Le sue dita sono raggrinzite, i piedi ghiacciati, ma il respiro è calmo. Per la prima volta da giorni, respira davvero. Lentamente. Profondamente.
Nel suo petto, il vuoto è sempre lì. Ma è meno freddo. Meno minaccioso. C'è spazio, ora, per qualcos'altro. Qualcosa che non ha ancora nome. Qualcosa che assomiglia a una decisione.
Si alza. Spegne la luce. Torna in salotto, si siede sul divano, le gambe raccolte sotto di sé, e guarda dalla finestra la città che dorme.
Domani prepara la partenza.
Dopodomani torna a casa.
E Luisi non la vedrà mai più.