CAPITOLO 3: Il contagio-1

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CAPITOLO 3 Il contagio«Roba da matti» sibilò la signora Alice Galbiati scrutando il piazzale dell’azienda dove lavorava come ragioniera da vent’anni. Una Ferrari 599 era partita sgommando, guidata da un individuo dall’aspetto torvo, vestito con un’eleganza fuori luogo. Qualche secondo dopo dal sedile del passeggero di una Porsche Cayenne era sceso il signor Alberto, titolare della Locatelli Srl, un’impresa che da tre generazioni costruiva strade, viadotti e grattacieli. La signora Galbiati non riconosceva i modelli delle auto sportive che le sfilavano davanti agli occhi ma capiva che quelle novità potevano significare solo guai. Già nel mese di ottobre le era sembrato molto strano che il signor Locatelli la esortasse, quasi forzandola, a usufruire di un mese di ferie dopo appena tre settimane dalla fine del periodo di chiusura estivo. Al suo rientro si era trovata di fronte uno spettacolo sconvolgente: un viavai di terroni con facce poco raccomandabili che pretendevano di dirigere i lavori della ditta, manco fosse roba loro. Ce n’era uno, in particolare, tale Carmine Procopio, che trattava il signor Alberto come un lavapiatti. Arrivava in sede e si dirigeva verso l’ufficio del capo senza essere annunciato e senza sorbirsi la sacra anticamera che a tutti – fornitori, dipendenti e clienti – era toccata inesorabilmente da quando, cinquant’anni prima, il nonno del signor Alberto aveva fondato quell’azienda. Il Procopio si era fatto stipulare un contratto, a seimila euro di retribuzione mensile netta, come responsabile della sicurezza negli oltre cinquanta cantieri aperti dalla Locatelli Srl. Poi aveva preteso l’assunzione del fratello più giovane, un certo Nicola, come contabile aggiunto, così le era stato detto. Alla fine, da quando erano arrivati quelli lì, la signora Galbiati era stata di fatto tagliata fuori. Ma eran minga finite là le stranezze. Comparsi i terroni, alla Locatelli Srl si era interrotta la consueta pratica di utilizzare il parco mezzi aziendale. Da un giorno all’altro, per l’impresa, aveva iniziato a lavorare un esercito di camion, pale meccaniche e bulldozer appartenenti a piccole società e ditte individuali tutte riconducibili in un modo o nell’altro ai calabrotti. E mentre fino a quel momento le operazioni di smaltimento rifiuti erano avvenute alla luce del sole, all’improvviso una pletora di padroncini sconosciuti aveva iniziato a viaggiare la notte depositando una striscia di mistone pulito, in cima al vano di carico, per camuffare il vero contenuto del mezzo d’opera. Rob de matt. La signora Galbiati non vedeva nulla di buono in quelle novità. Da oltre mezz’ora Matteo Palumbo vagava per le strade di Porta Ticinese in attesa che Filippo Barone si presentasse all’appuntamento. Aveva girato una decina di volte attorno a Piazza Ventiquattro Maggio, aspettando che lo sciacquapalle uscisse dal portone. Per un ragionamento folle, che riteneva inspiegabile, stava buttando dalla finestra tempo prezioso, sottraendo una moneta di cui non disponeva alla figlia Sofia, il batuffolo di affetto e amore incondizionato che da due anni gli riempiva il cuore di sospiri. Lo stronzo pretendeva di uscire dalla porta di casa e trovare l’auto proprio davanti al marciapiede, senza attendere un minuto né percorrere un passo in più del necessario. Palumbo era entrato in Creia.Mi Consulting appena terminata l’università, quasi dieci anni prima, e di merda ne aveva dovuto trangugiare a tonnellate. Ma più il rapporto di Barone con i suoi amici calabri si rafforzava, più lui si sentiva intoccabile e perdeva il contatto con la realtà. O almeno, per quanto gli sembrava, le cose stavano così. Filippo Barone aprì lo sportello del passeggero della BMW X6 e gettò una cartella piena di documenti sul cruscotto. La sera prima aveva prestato il SUV al suo contabile e factotum affinché quella mattina venisse a prenderlo sotto casa. Non si era presentato all’appuntamento in perfetto orario ma inconvenienti simili facevano parte del lavoro e, in ogni caso, c’era ben poco da discutere: cascasse il cielo, il quindici del mese e senza un minuto di ritardo, sul conto in banca intestato al foggiano dall’accento milanese compariva una bella quantità di K. Non era una casualità che il compito di provvedere ai pagamenti fosse di Palumbo stesso e che, curiosamente, egli avesse maturato l’inflessibile abitudine di destinare il primo bonifico rigorosamente al proprio IBAN. «Alùra, come andiamo?» disse Barone, dopo aver allacciato la cintura di sicurezza. «Buongiorno capo, operativi e pronti a fatturare», rispose l’altro, calando la migliore faccia da poker. «Ottimo. Si va ad Assago per una consulenza. Prendi la Serravalle e fai scannare gli otto cilindri che ti ho messo sotto il culo. Rapidi e via. Sistemato ’sto sbatti si torna in ufficio. Mi aspetta una schedule delirante.» Fedele agli ordini ricevuti, il contabile si avvalse della massa prepotente del veicolo per infilare Via Ascanio Sforza. Barone digitò un messaggio sulla tastiera del cellulare israeliano, utilizzando l’applicazione Kline Plus. Sollevò lo sguardo e vide la superficie delle acque verdastre del Naviglio Pavese aprire una scia al passaggio di un’enorme nutria che, attraversando il canale, incrociava un battello fluviale trasformato nel dehors di una birreria. Poco più avanti, nell’immagine di un graffito, due donne in bianco e nero protestavano contro un poliziotto in assetto antisommossa. Il murale era dipinto sul lato di un ponte dove due nordafricani avevano iniziato il turno mattutino per distribuire pezzi di cocaina. Una cifra di volte l’amministrazione comunale aveva coperto quelle opere con vernice arancione, ma i writers che frequentavano il centro sociale di Via Emilio Gola non si erano arresi. Girarono a destra e imboccarono l’alzaia. Palumbo spinse i cinquecento cavalli del SUV in autostrada. Gli alberi che coprivano la vista dei palazzoni grigi della Barona lasciarono spazio al verde piovigginoso delle risaie, gonfie e segnate da canali stretti. La solitudine delle cascine sopravvissute fece lo stesso con la moltitudine inesauribile delle villette a schiera. Gli spazi divennero regolari e si replicarono immutati nelle figure preconfezionate, identiche l’una all’altra, delle fabbrichette di attrezzature idrauliche, in quelle delle società di produzione di dispositivi biomedici, negli ingrossi di materiali edili o di componenti per impianti elettrici, nei saloni di rivendita di auto, nelle sedi degli impianti di produzione di sacchetti ecologici, negli opifici della manifattura tessile. La BMW si fermò di fronte a un cancello nero sovrastato da punte affilate. Al centro era collocata un’insegna, raffigurava due L che incrociandosi formavano un rettangolo. In fondo a un piazzale sorgeva un edificio color salmone, alto tre piani. Sui lati sostavano due file parallele formate da tir, cisterne, ruspe, pale meccaniche e automobili, entrambe caratterizzate dalla stessa combinazione cromatica blu e rossa e dalla presenza di pellicole adesive che riproducevano il logo della Locatelli Srl. Barone notò un altro tipo di veicolo a completare il parco macchine aziendale. Ai piedi di una scalinata erano parcheggiate due Porsche Cayenne, una Bentley coupé e una Lamborghini Aventador. Sapeva perché si trovavano lì. Erano state prese in leasing a carico della Locatelli Srl: uno dei metodi preferiti dai Procopio per spolpare le società che cadevano nella loro rete. Un sensore li scrutò puntandogli contro un led rosso. Al loro passaggio diede impulso a una porta a vetri che si aprì. Barone e Palumbo furono accolti dal sorriso di una giovane segretaria dai capelli biondi con addosso un tailleur blu e una camicia bianca dall’ampia scollatura. Sul lato sinistro della giacca era appeso un badge che recava stampata l’immagine coordinata dell’azienda e il nome della donna scritto in stampatello nero. Si chiamava Francesca. Alzò la cornetta di un telefono bianco e chiese istruzioni riguardo i nuovi visitatori. Annuì due volte, ondeggiando il capo, e li invitò cortesemente a seguirla. Lasciato il vestibolo percorsero un lungo corridoio dove si riversavano le porte di alcuni uffici. Barone intravide una distinta signora, stretta in un golfino beige, con il viso imperlato da boccoli grigi tanto rotondi da sembrare appena usciti dai bigodini. Quando le passarono davanti percepì uno sguardo ricolmo di disgusto. Una targhetta indicava l’ufficio dell’ingegner Alberto Locatelli. Barone non sapeva se quell’attribuzione fosse lecita ma nella sala d’attesa erano sedute diverse persone, alcune in abiti da lavoro, altre in giacca e cravatta. I due furono annunciati dalla segretaria e saltarono l’intera fila. La disposizione fisica nella stanza comunicò a Barone il grado di penetrazione del virus all’interno di quella che era stata una gloriosa azienda lombarda. Dietro una robusta scrivania color noce una poltrona di pelle nera accoglieva la corpulenta figura di Carmine Procopio. L’uomo portava un abito elegante che qualche statuaria commessa di una delle boutique di Via Monte Napoleone aveva scelto per lui. I capelli corti tentavano di celare la stempiatura, ma il filo di barba e la profonda cicatrice sopra l’occhio sinistro parlavano di criminalità con una chiarezza disarmante. Il titolare ufficiale, col suo pizzettino da brigadiere e la camicia bianca sotto il maglione grigio, era stato relegato al lato della plancia di comando, vicino al giovane Nicola Procopio che, a giudicare dai jeans skinny pieni di strappi, sembrava convinto di essere in discoteca più che in un luogo di lavoro. «Dottore carissimo!», esclamò Carmine Procopio, accogliendo Barone. «Venga, si accomodi», aggiunse, indicando un divano abbinato all’arredamento dell’ufficio. Strinse la mano a Barone e salutò Palumbo con un impercettibile cenno della testa. Non riteneva il contabile all’altezza della sua considerazione. Ne tollerava la presenza perché sapeva che nel borgo natio, ai piedi del Gargano, gli era stata insegnata l’omertà. E quella era una virtù che aveva la sua importanza. «Come sa, abbiamo intenzione di partecipare all’appalto per la costruzione di Città Futura», disse, con una forte inflessione calabro-milanese, recitando una parte prestabilita. «La Locatelli Srl rappresenta la storia dell’edilizia in questa terra. N’avimu parlato a lungo, con Nicola e Alberto, e abbiamo deciso di mettere il nostro know how al servizio della comunità», indicò delle fotografie appese alle pareti. Ritraevano i cantieri più importanti dove l’impresa aveva operato negli ultimi vent’anni: c’erano gli stabilimenti del complesso industriale ex Ansaldo, trasformati in un polo espositivo per celebrare la nuova Milano dell’arte, del design e della comunicazione; c’erano le ruspe che spianavano quella che sarebbe diventata la Tangenziale Est; c’era uno scatto in notturna delle moderne torri di un luogo che simboleggiava globalmente la rinascita meneghina: il distretto CityLife. A quel punto restava da chiedersi in che modo una banda di strozzini e pecorari come i Procopio fosse riuscita a conquistare un’azienda simile. Ma bastava guardare l’Alberto per arrivare alla soluzione dell’enigma. Tutto era iniziato quando il Locatelli padre aveva lasciato il bastone del comando all’erede. Molte cose, in ditta, erano cambiate. L’Alberto infatti era un gran bauscia con un debole smisurato per le strisce di makuba. Più che pensare alle fatture, perdeva il giorno inseguendo puttane di strada e varie etnie di scappati di casa in grado di procurargli la polvere magica. Quando la fresca per le macchine di grossa cilindrata, le seratine e le altre sciocchezze aveva iniziato a scarseggiare, il principino si era risolto a finanziare i suoi vizietti con il denaro destinato a creditori e fornitori della società. E arrivati a quel punto, una roba che anche il più ciula avrebbe saputo preventivare, in un settore controllato totalmente dall’altra Società, quella vera, quella che contava, l’Alberto aveva finito per pestare i piedi a un sacco di colleghi appoggiati, quando non proprio a gente che apparteneva. Una mattina aveva rinvenuto, davanti al cancello della ditta, una testa di maiale senza occhi, con una zampa infilata in bocca. La settimana dopo erano cominciati i giochi di fuoco e una pala meccanica dal valore di mezzo milione di euro era stata consegnata alle fiamme. In un’altra occasione dei tizi sconosciuti l’avevano inseguito in auto lungo la circonvalla e, dopo averlo costretto a fermarsi, gli avevano fracassato la testa chiudendola con violenza tra la scocca e la portiera della sua Ferrari. In quel momento era scattata la trappola. L’Alberto aveva bisogno di grano, protezione e ordine nei cantieri: servizi che i Procopio potevano offrire facilmente. Il problema era che non l’avrebbero fatto gratis. Carmine Procopio e don Peppe, suo padre e capobastone, si erano avvalsi del capitale sociale della ’ndrina. Avevano attivato i contatti nelle banche che lavoravano con la Locatelli Srl per avere informazioni sulla situazione patrimoniale dell’impresa. Poi, tramite un membro di quel mondo di mezzo di professionisti a cui apparteneva Filippo Barone, avevano avvicinato l’Alberto. Il dannato era diventato intoccabile da un momento all’altro: una sensazione non esattamente salutare per uno che già aveva una disperata storia d’amore con la bamba.
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