CAPO XLVII Era mio unico pensiero il morire cristianamente e col debito coraggio. Ebbi la tentazione di sottrarmi al patibolo col suicidio, ma questa sgombrò. «Qual merito evvi a non lasciarsi ammazzare da un carnefice, ma rendersi invece carnefice di sé? Per salvar l’onore? E non è una fanciullaggine il credere che siavi [85] più onore nel fare una burla al carnefice, che nel non fargliela, quando pur sia forza morire?» Anche se non fossi stato cristiano, il suicidio, riflettendovi, mi sarebbe sembrato un piacere sciocco, una inutilità. «Se il termine della mia vita è venuto», m’andava io dicendo, «non sono io fortunato, che sia in guisa da lasciarmi tempo per raccogliermi e purificare la coscienza con desideri e pentimenti degni d’un uomo? Volgarmente giudicando, l’andare al patibol

