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Viaggio a Lost City

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Blurb

La tranquilla vita borghese di un avvocato di Pavia, Jonas Raisi, viene sconvolta, assieme a quella della sua famiglia, durante un weekend fuori città da cui non farà più ritorno. Suo figlio Rory, vittima della sindrome di Capgras a seguito di un raccapricciante episodio di violenza domestica, riuscirà inconsapevolmente a vendicarsi della doppia personalità del padre che ha sempre tentato di ignorare l’accaduto, nonostante i rimorsi, e di convincersi che i problemi del bambino non fossero dovuti a sue colpe specifiche.Nel momento in cui i misteriosi disturbi di suo figlio trascinano l’intera famiglia in un incubo senza fine, Jonas, sua moglie Darla e i figli si ritrovano dispersi a Lost City, a tu per tu con personaggi simili a loro stessi ma non originali. Solo il piccolo Rory non ne sembra terrorizzato. Lui li conosce bene. Si compie, alla fine, l’estraniante, perfetta e agghiacciante metafora delle vendette sopite, e dei rimorsi che uccidono.Se ci fosse dato modo di analizzare i traumi dell’infanzia, e le paure che hanno inquietato tutti noi da bambini, si farebbe luce anche su molte delle ombre che oggi tormentano il mondo degli adulti.Il romanzo per giovani adulti, Viaggio a Lost City, di Raffaele Isolato, mette a confronto l’insospettata complessità dell’universo infantile con i drammatici, spesso sottovalutati chiaroscuri della responsabilità genitoriale.

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UN SEGRETO-1
UN SEGRETO – No, non l’avrei mai immaginato neppure io, Lily. Sai che penso? Che se ci fosse data la possibilità di sapere tutto in anticipo, sarebbe bello poter scegliere anche se venire al mondo oppure no… – Ma… Darla, che cosa orribile da dirsi! – Sei stata tu a cominciare la conversazione! E lo sai che odio quando si parla così di mio figlio. – Non sono io a desiderare che non fosse mai… – Li-ly! Ora io non mi stavo riferendo a lui! Dicevo di me! Di me! Mi capisci una sola volta, quando parlo? Darla strinse tra le dita il cavo del telefono e gettò un’occhiata distratta al grande armadio a specchio che dominava la camera da letto. La lastra le rimandò l’immagine impietosa di una donna giovane, ma triste e in disordine, che dal lato opposto della stanza litigava con la sua unica sorella quando, invece, avrebbe dovuto occuparsi del suo bambino. Erano mesi che Rory non bagnava il letto; mesi che non aveva incubi. E poi, proprio quando le cose sembravano cominciate a migliorare… – Non che fosse cambiato tanto negli ultimi tempi. Ma davvero, Lily; io ci speravo. Ci speravo tanto. Un sospiro dall’altra parte e sentì tutta la compassione della sorella. Dopotutto, Liliana era una delle poche persone con cui potesse parlare liberamente. A parte la loro madre, che ormai era troppo vecchia, e poi c’era Jonas. Ma quando si trattava del bambino, Jonas era diverso; lo era sempre stato, da quando erano iniziati i problemi. – Lo sai, cara, che in questi casi i progressi si fanno poco a poco. E lui è così piccolo. Il mio Giacomo ha portato i pannolini fino a cinque anni! Quattro e mezzo, a dire il vero… Ma poi si è sistemato tutto. – Rory non ha quattro anni ma sei, Lily. E poi lui è di-ve-rso da Giacomo. Non farmi ripetere le cose, per cortesia. – Diverso, ora! Quando siete venuti da noi per Pasqua si comportava come un bambino normalissimo. Gli fa bene giocare col cuginetto. L’immagine riflessa ammiccò a Darla di rimando. Pasqua… Era stato sette mesi prima, e allora credevano davvero che Rory stesse facendo grandi progressi. – Darla, mi senti? – la sollecitò la voce squillante di Lily. – Scusami? – Ti ho chiesto cosa ne pensa la psichiatra. – Oh, Samantha. Lei dice che è tutto ok. – Tutto ok? Nient’altro? – Vorrebbero fargli degli esperimenti… È un sistema che… – Esperimenti? Che assurdità… Non vorranno trattarlo mica come un animaletto da laboratorio! Certe volte penso che tuo marito abbia ragione. Questi centri all’americana non mi ispirano tutta la fiducia che danno a te, tesoro. Ora la donna allo specchio passò una mano tra i folti capelli bruni in un gesto d’insofferenza. Ecco cosa succedeva a prolungare una telefonata con Liliana oltre i dieci minuti standard: si passava dal provocatorio all’esasperante in pochi secondi. – E invece io mi fido della dottoressa Moni, Lily. E quel che è importante è che a Rory piace. – Oh, a Rory piaccio anch’io se è per questo. C’era un tono fiero in quelle parole che la fece sorridere. – Ma certo che gli piaci. – Ti parla della zia, qualche volta? Quella simpaticona che ha visto durante le vacanze ad Aprile? – Certo… A volte. – mentì Darla. Più tardi, Darla passò in bagno per dare un’occhiata più da vicino alla sconosciuta dall’aria frastornata che poco prima la osservava dall’armadio della sua stanza. Aveva il viso gonfio, ma non aveva pianto; era come se quella notte fosse stata difficile anche per lei, oltre che per il piccolo. “Cos’avrà mai sognato?” La Darla con le borse sotto gli occhi le rispose scuotendo la testa, risoluta: “Sai bene che non te lo direbbe mai. Non quando sta così.” Prese la spazzola e iniziò a domare le ciocche crespe che le piovevano sugli occhi. Era stata una cattiva idea licenziare la donna di servizio, ma a Rory non piaceva. A Rory non piacevano le persone nuove; a volte neanche quelle a lui più vicine. Jonas aveva liquidato la questione col licenziamento immediato dell’anziana ucraina, che quasi aveva pianto nel separarsi da loro. – L’assumeremo part-time, magari quando il piccolo andrà a scuola – aveva cercato di tranquillizzarla, e pareva aver funzionato all’inizio. Salvo che Rory non aveva mai iniziato le elementari, Irina non si era fatta più vedere, e a casa le faccende era costretta a sbrigarle ancora tutte lei. Niente più lavoro, niente più giri per supermercati e negozi, niente più tv sul divano mentre i bambini erano a scuola. Ma al diavolo! Che importanza avevano quelle sciocchezze se in gioco c’era la felicità del piccolo? Di lenzuola bagnate ne avrebbe lavate dieci al giorno. Avrebbe rassettato i letti per lui, l’avrebbe coccolato e non si sarebbe mai separata da quegli occhioni scuri che a volte la facevano sentire così… Posò la spazzola e si accorse di non poter completare la frase. Perché una parola unica non c’era. “Amata? Odiata?” provò a suggerire la Darla allo specchio. No, odiata mai. E Samantha (dottoressa Moni per quelli che insinuavano che era troppo parziale con lei) glielo aveva assicurato: a volte Rory faceva un po’ di confusione, tutto qui. A volte dimenticava di avere una mamma e un papà che gli volevano bene, e qualcosa in quella testolina così carina si metteva a dirgli di stare in guardia. La signora così simpatica che li aveva ospitati a Pasqua non era più la zia; la donna che gli aveva rimboccato le coperte la sera prima assomigliava solo, alla sua mamma e per qualche motivo ne aveva preso il posto. Una volta aveva provato a parlargli, stringendogli la manina tra le sue: – Te lo sei sognato, piccolino. Di mamma ce ne hai una sola, e sono sempre stata qui. Dove vuoi che vada ora che Irina se n’è andata e a casa c’è tanto da fare? In quell’occasione Rory le aveva sorriso mostrandole i dentini bianchi, come una smorfia che si fa per scherzo. Dio sa se aveva anche in quel momento le sue vocine nella testa. Darla controllò l’orologio da polso: le undici e dieci. Jessica usciva prima da scuola, il sabato e non aveva ancora pensato al pranzo. Per giunta Jonas sarebbe rincasato con lei. Quella sera avevano in programma di uscire; ne avevano davvero tutti bisogno, in quella famiglia, soprattutto dopo l’incidente della mattina. Ci voleva qualcosa che servisse a distendere un po’ i nervi, tutto lì. Prima di andare in cucina, passò in camera di Rory. Era ancora seduto lì sul materasso spoglio, a giocare ai videogame. Il videogioco gliel’aveva comprato lo zio Michele per il suo compleanno, ed era un po’ troppo violento per i gusti di Darla. Si correva per tunnel senza uscita, si sparava ai nemici, per metà zombie, che sbucavano da ogni dove (perfino da botole nascoste nel soffitto), e si correva verso una luce che indicava solo il livello successivo. Pareva non ci fossero mai nemici ammazzati a sufficienza per smettere di giocare. Il bambino però si divertiva un mondo. Pigiava furiosamente i tasti del joystick con i ditini troppo piccoli per adattarsi ai pulsanti, e accompagnava ogni zombie abbattuto con versi striduli che gli alteravano la voce facendola sembrare lo squittio di qualche strano animaletto strozzato. – Bam! Bam! Bam! Zac! Sì, vai giù così! Darla lo chiamò dalla soglia, ma ovviamente il volume era troppo alto perché lui la sentisse. Per un attimo la sconvolse la sensazione che lui non potesse aver affatto bisogno di lei. Affettivamente, s’intende. Se al posto suo fosse tornata la sconosciuta che gli aveva rimboccato le coperte, avrebbe sentito la mancanza della vera Darla? “Sciocca!” si disse, mordicchiandosi la lingua per aver osato pensare una cosa simile. Poi si avvicinò al piccolo per richiamare la sua attenzione. – Rory, tesoro. È da due ore che sei attaccato alla tv; non ti va di prendere il quaderno e scrivere qualche letterina per la tua mamma? Ehi, Rory? Lui si interruppe nel mezzo di un gridolino esaltato, poi schiacciò il pulsante di pausa. Si voltò appena e Darla intravide gli occhioni scuri che parevano penetrarla, intuendo i suoi pensieri. Anche quello assurdo che le era venuto a proposito della falsa signora? – Solo un’altra mezz’ora, mamma! Ti prego! – implorò col faccino atteggiato nella solita espressione tragicomica che usava per estorcere regali a Jonas. – Lo dici tutte le mattine, e poi va a finire che i compiti non li fai mai. – Ma i compiti non li faccio perché a scuola non ci vado! – Ah sì? E tu dimmi, perché non ci vai come tua sorella? È perché te ne vorresti stare a giocare senza scrivere sul quaderno? È per questo? Lo sguardo s’indurì di colpo, poi il bambino si voltò e schiacciò di nuovo il pulsante di pausa. La musichetta del gioco ripartì, ma Rory non gridava più per incitare il suo eroe. “Ho sbagliato ancora?” si chiese Darla con un pizzico di frustrazione. Dopotutto era stato un risveglio difficile per lui. – Mamma, mi dispiace di avere fatto la pipì a letto. Non lo faccio più. Lo disse all’improvviso, senza distrarsi dal videogame. – Non è stata colpa tua, tesoro. La mamma lo sa. Di colpo gli occhi le si riempirono di lacrime. Quella mattina l’aveva chiamata mamma già due volte; spesso passava un’intera settimana senza che lo facesse. Restò qualche momento a lasciarsi ipnotizzare dalle immagini luccicanti e intermittenti sul televisore, poi decise di dargliela vinta, stavolta. – D’accordo. Solo una mezz’ora e poi prendi lo zainetto, d’accordo? Non ci fu nient’altro che un cenno di testa in risposta. Lo zainetto giaceva sotto la scrivania ingombra di pennarelli, soldatini e fogli scarabocchiati; pareva un pallone sgonfio, dai colori sgargianti, lasciato lì in attesa di servire ancora a qualcosa. Rory non lo aveva usato che per tre giorni, un paio di mesi prima, a scuola. Prese qualcuno dei fogli tra le mani, cercando di riordinare, anche se a Rory non piaceva che qualcuno toccasse le sue cose senza avvisarlo. – Bam! Bambam! – gridò all’improvviso, accompagnato dal rumore di una esplosione. Su un foglio c’erano disegnate quattro persone, due grandi e due piccole, che si tenevano per mano sotto un sole fatto di tanti ghirigori arancioni. Dovevano essere loro, i quattro componenti della famiglia Raisi, perché la bambina aveva due corte treccine bionde come quelle che portava Jessica d’estate. E la figura che rappresentava Darla aveva degli scarabocchi neri sulla fronte e ai lati del viso. Il disegno doveva essere incompleto, però. Sui volti non c’era disegnato niente; erano quattro cerchietti rosa con uno spazio bianco al centro. Strano che un bambino interrompesse un disegno a quel modo. Darla raccolse altri disegni. Un albero, una casa coi muri trasparenti, un’altra figura che rappresentava un pupazzo col cappello a campanellini... A quel punto chiuse le dita con più energia e gualcì il foglio. Fu più forte di lei; fece sparire quell’ultimo disegno. Il bambino continuava a darle le spalle. “Non pensarci più Rory, non pensarci più, ti prego” gli chiese in silenzio, aspettando che si decidesse a spegnere quel giochetto infernale. Sospirò profondamente. Tre giorni di scuola, al terzo circolo didattico di via Solferino, la scuola che fino all’anno prima aveva frequentato anche Jessica. Tre giorni di scuola per valutare un bambino e rispedirglielo a casa con la scusa di non avere ancora un insegnante di sostegno “adeguato al suo disagio”. – Il comune assegna fondi assistenziali per contribuire a questo tipo di spese. Ma purtroppo negli ultimi due anni siamo stati a corto di finanziamenti… E d’altronde questo è il primo caso… Ma le assicuro che tra non più di qualche settimana suo figlio potrà ritornare con ogni sicurezza tra i suoi amichetti – era stato il discorsino della direttrice. Darla ricordò che il suo primo pensiero era stato: amichetti? Mio figlio non conosce nessuno in quella classe. Poi finalmente si venne al punto, e fu informata che Rory aveva cominciato a lanciare segnali d’allarme già dal secondo giorno di scuola. Pareva convinto che le insegnanti non fossero quelle del giorno prima, che i suoi compagni di classe si scambiassero i posti per fargli dispetto, che la scuola stessa non fosse nel posto dove si trovava la volta precedente.

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