– Abbiamo cercato di aiutarlo, tranquillizzarlo. Ma ha spaventato tutti gli altri bambini. Le maestre mi hanno riferito che molte bambine sono state aggredite e hanno avuto crisi di pianto. Come saprà di certo, i primi giorni di scuola sono difficili per tutti.
– Lo sono anche per mio figlio – aveva protestato Darla. Ma c’era stato poco da fare; la società decideva, a un certo punto nella vita, se accettarti o meno nei suoi circoli a numero chiuso. E a Rory quel giudizio inappellabile era piovuto addosso davvero troppo presto.
Ma chi avrebbe avuto cuore di giudicarlo un diverso, a vederlo seduto lì, tranquillo, a giocare ai videogame? All’asilo i suoi problemi non erano stati così evidenti; forse era più abituato all’ambiente, o aveva finito per convivere con le sue paure (o i suoi sospetti, come li chiamava Samantha).
“Cosa c’è che non va, tesoro?” continuò quel suo monologo interiore.
A un certo punto Rory si voltò, facendola trasalire, ancora coi fogli in mano. Ma non guardò lei; si era accorto del gatto, che era entrato sornione a fare le fusa a sua madre. Miss Michelle (Micha per la famiglia) si strusciò contro le caviglie di Darla, lasciando qualche traccia del suo morbido pelo bianco, poi miagolò per avvertirla che anche lei era affamata.
– Visto che anche Micha è venuta a dirci di sbrigarci? Devi far presto se vuoi riempire almeno una paginetta prima di pranzo. - disse Darla, alzando la voce quel tanto che le permetteva di coprire gli spari e i tonfi che provenivano dal monitor.
Si accorse che il ciclo di lavaggio delle lenzuola doveva essere terminato da un bel po’ perché dalla lavanderia di fronte alla stanza di Rory il ronzio della lavatrice si era interrotto. C’era da tirar fuori il bucato, infilarlo nell’asciugatrice… E doveva ancora pensare a cosa cucinare. Per fortuna sarebbero stati a cena fuori quella sera; non avrebbe dovuto sforzarsi troppo per il pranzo.
Spazientita, allontanò la gatta un po’ troppo bruscamente e si avvicinò a Rory, coprendo in parte la visuale del gioco.
– Allora? Siamo pronti o no?
– Un attimo, ti ho detto!
– Non alzare la voce, signorino. Con la mamma si impara ad essere educati e a parlare con garbo, te l’avrò detto mille volte.
– Scusa.
– Scusa che?
– Scusa mamma.
“Bene” disse lei tra sé. Era stato più facile del previsto; quella mattina era stranamente “trattabile”, anche se in parte poteva esser dovuto al senso di colpa per aver bagnato il letto.
Quando finalmente Rory bloccò il gioco e le permise di spegnere la console, gli si sedette accanto sul letto, e gli porse i disegni che aveva raccolto sulla scrivania.
– Più tardi dovresti finire quelli che hai lasciato a metà. Sono molto belli.
Lui la guardò inarcando le sopracciglia, con una strana smorfia da adulto che gli aveva visto fare tante altre volte. Era quella che usava per far capire a lei o a suo padre che avevano commesso qualche grossolano errore “da adulti”.
– Quelli li ho finiti già. Non mi servono più.
– Neanche questo?
Gli porse quello con la famiglia Raisi al completo.
– Sì.
Si alzò senza neppure degnarla di uno sguardo, e andò a frugare nel ripiano sotto la scrivania in cerca del quaderno.
– Rory?
Lui ritornò mogio con carta e penna. Fare i compiti per fortuna non richiedeva mai troppo tempo; quando sarebbe tornata Jessica, avrebbe terminato o rimandato tutto al giorno dopo. Che la donna che aveva davanti si fosse arrabbiata o meno, non avrebbe avuto nessuna importanza. Non quel giorno, perché fin dalla mattina presto sapeva che i mostri erano in agguato, e presto o tardi sarebbero tornati a prenderlo.
– Rory, mi ascolti o no?
– Sì, mamma.
– Non vuoi proprio dirmi cosa ti ha fatto gridare stanotte?
– Non me lo ricordo.
– Prima hai detto che non volevi dirmelo. Né a me né al papà. Te lo ricordi?
– No.
– Lo dirai almeno a Samantha?
Rory gettò il quaderno sul letto e sbuffò in un gesto di stizza che sarebbe parso quasi comico in altre circostanze; ma Darla teneva fisso su di lui uno sguardo particolarmente ansioso che lo metteva a disagio.
– Forse.
Era tutto quello che per il momento avrebbe potuto ottenere da lui. La donna si alzò e posò il quaderno sulla scrivania.
– Non importa se non te lo ricordi o non vuoi dirmelo, sai? – gli disse quando cominciò a vederlo ripetere le letterine che lei stessa aveva tracciato per lui sulle prime righe.
Lui alzò lo sguardo, incuriosito.
– L’importante è che tu sappia che va tutto bene, e che non c’è da aver paura. Neanche in sogno.
Il bambino sorrise, scaldandole il cuore. Comparvero le fossette sulle guanciotte forse troppo pallide, poi le rispose senza un attimo di esitazione.
– Veramente? Anche se tu non sei la mia vera mamma?
Di sabato le lezioni terminavano un’ora prima, e all’una Jessica irruppe dalla porta d’ingresso col suo solito carico di pettegolezzi e segreti inconfessabili da raccontare alla madre. La scuola media le piaceva molto di più di quella elementare; c’erano ragazzi più grandi, non i soliti “bambini piagnucolosi”, e poi le sue compagne di classe erano quasi tutte simpatiche.
– Mamma! – gridò già dal soggiorno. Poi gettò la cartella in un angolo e si concentrò sull’odore di bruciato che proveniva dalla cucina. Uova… Frittata. Storse la bocca e si avviò delusa verso il salone.
– Buongiorno, bentornata. – la salutò sua madre senza allontanarsi dai fornelli. Pareva indaffarata col contenitore del sale, o forse no, era formaggio.
Jessica la osservava ancora con le labbra imbronciate, dalla finestrella che metteva in comunicazione la cucina con la sala da pranzo.
– Buongiorno, mamma.
– Hai chiuso la porta?
– Papà è ancora in garage.
– E tu chiudila lo stesso, no?
La bambina si esaminava le unghie. Lo smalto fucsia, assai poco evidente, che sua madre l’aveva aiutata ad applicare il giorno prima era ancora più sbiadito; era stato bello però quando le sue amiche le avevano fatto i complimenti. Avrebbe voluto… Avrebbe voluto che la mamma le chiedesse com’era andata. Non le piaceva come se ne stava concentrata a cucinare dandole le spalle. Frittata, per giunta. Frittata bruciata.
– Non mi piace la frittata, e tu lo sai! – esclamò all’improvviso, cambiando argomento. Ecco, ora non avrebbe più potuto chiederle di accompagnarla da Noemi a studiare quel pomeriggio. A Noemi aveva promesso una delle boccette di smalto rosso della mamma, e sapeva che lei non avrebbe potuto negargliela… Se fosse stata gentile e beneducata per tutto il pranzo.
E invece no. Era stata colpa di sua madre; era lei che aveva rovinato tutto a causa di quell’odore insopportabile di uova, e poi perché non le aveva chiesto: “Allora, Jessica, com’è andata oggi? Che mi racconti?”.
Eppure sapeva quanto a lei piaceva parlare delle sue giornate; e non solo di quando prendeva un sei. Una banale sufficienza era meno interessante dell’anellino nuovo che aveva sfoggiato Noemi in classe, o del ragazzo di terza di cui una delle sue compagne era segretamente innamorata.
– Ma ci ho messo il formaggio fuso, quello che piace a te. Fa’ la brava, stasera usciamo e puoi ordinare la pizza con le patatine. Ora però va’ a lavarti le mani, e chiama tua fratello.
La voce di sua madre non fece che aumentare il suo malumore. Era sovrappensiero a causa di Rory, ecco cosa c’era che non andava, e tutto per via di quella mattina. Con le sue urla da bamboccio piscialletto, Rory era riuscito a svegliare anche lei, che aveva la stanza dall’altra parte della casa.
– Ok, prima però dopo pranzo puoi accompagnarmi da…
In quel momento sua madre gridò, portandosi un dito alle labbra.
– Mamma? – chiese Jessica, correndole accanto.
– Non è niente, uno schizzo d’olio. Allontanati che è bollente. Fa’ presto che la tavola è già apparecchiata, su!
La bambina scrollò le spalle e rinunciò alla richiesta che stava per fare. Mentre si lavava le mani, si chiese se uno schizzo d’olio potesse bruciare a tal punto da far riempire di lacrime gli occhi di sua madre.
Jonas rientrò poco dopo, con la valigetta da lavoro sotto braccio e un sacchetto bianco da panetteria ancora fumante. Due larghe chiazze d’olio andavano formandosi su entrambi i lati.
– Jessica! Hai lasciato ancora la porta aperta! – esordì mettendosi il sacchetto tra i denti e lasciando la valigetta su una poltroncina all’ingresso.
– Sì, papà! – rispose la figlia dal bagno.
– Non ti ho detto mille volte che dietro non hai lo strascico, e che va richiusa immediatamente?
– Sì, papà!
– E non dire sempre sì papà! La prossima volta…
– Sì papà!
Jonas sbuffò, si tolse la giacca sempre col sacchetto unto in bilico tra i denti, poi si avviò verso il soggiorno. Puzza di frittata; sua moglie non si era sprecata, per pranzo. Magari era uno di quei giorni in cui decideva di fargliela pagare per aver mandato via Irina con un po’ troppa fretta. O forse era perché… Beh, dopotutto quello non era un giorno come gli altri.
– Darla? Dov’è il piccolo?
Nessuna risposta. Qualcosa sfrigolava in padella. Di solito Rory era sempre in giro per il salotto a giocare coi suoi soldatini; si era abituato a vederlo corrergli incontro (se prima come al solito non stava litigando con la sorella).
– Darla?
Sperava davvero che non l’avesse rimproverato. Quel bambino era così sensibile e impressionabile; gli ricordava lui da piccolo, almeno stando alle descrizioni che gli aveva fatto la madre. Andava protetto… E se a scuola nessuno sapeva farlo sentire al sicuro, allora ci avrebbero pensato lui e Darla. No, era impossibile che sua moglie l’avesse punito relegandolo in camera sua. Avevano adottato quella punizione per una delle marachelle di Jessica soltanto una volta, ma poi avevano deciso di non prenderla più neanche in considerazione.
Alla fine sua moglie parve accorgersi di lui.
– Jon? Bentornato. Rory è nella sua stanza. Purtroppo è rimasto indietro con i compiti, oggi.
L’uomo le si avvicinò furtivo di spalle, e l’abbracciò stringendole i seni.
– E così ti ho trovata sola e indifesa, eh? Dolcezza?
Lei non rise; si limitò a un gemito di sorpresa, poi rilassò le spalle e si lasciò baciare.
– Cristo, ma questa puzza è orrenda! – fu la seconda romanticheria di suo marito.
La donna si voltò di profilo e assunse un’espressione di finta umiliazione:
– Scusami, volevo preparare il pranzo perfetto in dieci minuti, e ho rovinato tutto in cinque…
– Hai avuto molto da fare?
Jonas la squadrava più insistentemente; infine la costrinse a voltarsi del tutto. Il vapore dell’acqua in cui bollivano i carciofi gli aveva appannato gli occhiali, e Darla sperò che non si accorgesse della sua agitazione.
E invece no. Proprio come era successo prima con Jessica, Darla non riusciva mai a nascondere niente. Era una pessima attrice.
– Tesoro… Hai pianto? È successo qualcosa al piccolo? Ha fatto qualche…
D’improvviso il tono di Jonas si era fatto affettuoso, protettivo; l’abbracciò stringendola a sé. Darla sentì il profumo forte di dopobarba, e in più la sua ansia. Non voleva lasciarsi andare proprio lì; i loro figli sarebbero stati a tavola tra qualche minuto, e non voleva neppure guastare il pranzo a suo marito. Dagli occhi già gonfi minacciarono di scivolare altre lacrime.
– No, no. Non è successo niente a Rory, sta’ tranquillo. Ne parleremo dopo pranzo, ok?
Jonas sembrò deluso e ancor più preoccupato. Si allontanò in modo da permetterle di governare la frittata troppo cotta. Poi si tolse gli occhiali e cominciò a pulirli con un fazzoletto.
– Ha detto qualcosa? È quel sogno, non è vero?
– No, Jonas. Il sogno non c’entra niente. È solo una piccola, minuscola parte di tutto quello che non va! Non te ne rendi conto?