RISPUNTA IL SIGNOR J.
– Jonas, non mi va di farlo con la porta aperta.
– Hai paura che si svegli ancora? Non ti preoccupare, faccio il bravo.
– Bravo a far che? Ma sentilo…
Darla si lasciò avvolgere dalle braccia di suo marito, cercando di dimenticare la striscia di luce fioca che filtrava dalla porta socchiusa della camera da letto. Negli ultimi anni aveva fatto l’abitudine alla presenza dei bambini che potevano materializzarsi in qualsiasi momento davanti al letto. Perciò era sempre riuscita a fare in modo che la porta restasse chiusa, durante i loro momenti di intimità.
Una volta Jonas era scoppiato a ridere quando lei aveva confessato di non riuscire a lasciarsi andare, con Miss Michelle che sonnecchiava per conto suo sul tappetino del bagno. Era fatta così, non le piaceva l’idea che altri potessero vederla (o intuire l’estasi che la prendeva) in quei momenti.
Anche stavolta sarebbe stato così. Doveva rimanere vigile. Non avrebbe tollerato che fosse ancora una volta Jessica ad avvertirli delle convulsioni del fratellino; sua madre sarebbe accorsa per prima se fosse successo ancora, e Rory l’avrebbe trovata accanto a sé, non appena avesse aperto gli occhi e si fosse accorto che era tutto un sogno.
Suo marito le torturò i seni, facendola gemere. Dovette baciarlo con passione per non gridare di piacere; poi chiuse gli occhi e la porta socchiusa sparì insieme ai bambini, alla gatta e al resto della casa.
– Devi cercare anche tu, di capire me, te lo ricordi, no?
– D’accordo, d’accordo. Con te non si può averla vinta mai.
Sdraiati sotto le lenzuola, al buio, lei contro il braccio teso di Jonas, s’interruppero per riprendere fiato. Infine erano ritornati sull’argomento; era inevitabile che, dopo aver fatto l’amore, la realtà ripiombasse sul piccolo quadretto familiare con tutto il suo peso, le responsabilità, le sfide quotidiane da affrontare. E coi segreti di Rory.
– Ne abbiamo già parlato a cena. – tentò di giustificarsi Jonas per l’ennesima volta. Ormai era con le spalle al muro; di logica avrebbe dovuto cedere alle argomentazioni di Darla, e lo sapeva bene. Aveva mancato di tatto col bambino… Forse era stato un po’ troppo presuntuoso nel credere che tra lui e Rory non valessero le stesse regole comportamentali che la madre si sforzava di rispettare.
Eppure c’era qualcosa nel tono irritato di Darla che lo induceva a non demordere:
– Questo non significa che se il bambino si porta qualcosa dentro, non dobbiamo almeno fare un tentativo per aiutarlo ad aprirsi. Non ti pare?
– L’hai fatto piangere, Jon. Quando siete tornati dal bagno della trattoria, aveva un’aria così triste e impaurita.
– Ehi, non crederai che sia colpa mia. Doveva liberarsi da quell’incubo, e parlarne…
Sua moglie si sollevò per metà, puntellandosi sul gomito. Lui avvertì la spiacevole sensazione del materasso che cedeva da una parte, e l’aria fresca che penetrava sotto le coperte fino all’addome.
– Te l’ha detto? L’hai spinto a parlarti del sogno?
– Sarà stata una parte. Non è neanche chiaro se l’abbia presa sul serio oppure no. Sai quello che penso sulla fantasia troppo eccitabile dei…
– Jon! – lo interruppe Darla. Stavolta pareva più che infastidita, o soltanto ferita perché Rory aveva mostrato ancora una volta la sua netta predilezione per il padre. Ora pareva intenzionata a fare a suo marito una vera e propria lavata di capo, perché aveva infranto delle regole ben precise per il loro equilibrio familiare:
– Samantha è stata chiara: NON spingere mai il bambino a rievocare i suoi fantasmi, o quelle che chiami fantasie. In nessun modo.
– Ho solo cercato di fare quello che credevo giusto.
– Hai fatto male, invece!
Darla tornò a stendersi, mordendosi le labbra. Non sapeva neanche perché se la stava prendendo tanto; dopotutto loro due non c’entravano nulla con quell’incubo. Forse addirittura, parlarne con suo padre aveva fatto del bene a Rory.
Ma a lei aveva detto che era un segreto, dannazione! A lei aveva detto che non se lo ricordava, che forse l’avrebbe detto solo alla psichiatra!
– Non mi considera neanche sua madre… - scoppiò in singhiozzi all’improvviso, rintanandosi ancora una volta nell’incavo del braccio di Jonas. Lui la strinse a sé, e ascoltò paziente il suo sfogo. Tutto sommato, era contento che l’indomani non fossero stati costretti a svegliarsi con quella nuova specie di muro tra di loro. Cos’avrebbe fatto lui, se suo figlio si fosse semplicemente rifiutato di chiamarlo papà, o di trattarlo come tale?
– Ho sbagliato, tesoro. La prossima volta ne parliamo insieme, prima che lo costringa a rivelarmi qualcuna delle sue paure.
Lei si calmò, lasciò che la pelle di suo marito assorbisse pian piano le sue lacrime:
– Non l’ho detto per questo. È solo che ho paura per lui; si sta isolando anche da noi, come era successo all’asilo.
– Con sua sorella ha un rapporto grandioso. Ti prego, non peggiorare le cose, Darla.
– Ma tu non hai mai notato come mi guarda, a volte. Quando mi ha detto che non ero davvero io… Insomma, sua madre, pareva così serio. Sembrava molto più grande, e così convinto.
Jonas sospirò; respirò a fondo l’odore della crema da viso mista al sudore di lei.
– Era spaventato; non è riuscito a liberarsi da quella visione, ed era ancora un po’ confuso. Tutto qui.
Quando lei gli parlò, c’era un’ansia evidente nella sua voce:
– Me ne parlerai, allora? Mi dirai del suo sogno?
– Eravamo d’accordo di farlo di fronte alla psichiatra.
– Non mi importa. Sono stata sincera anch’io con te, oggi.
E così Darla stette ad ascoltarlo in silenzio per dieci minuti, lasciando che le ombre intorno a loro prendessero le forme bizzarre e incredibili delle fantasie del loro bambino. A un certo punto rivide lo strano disegno sulla scrivania di Rory; era impossibile non correlarlo ad alcuni degli episodi raccapriccianti dell’incubo.
Intanto Jonas continuava, con un tono cantilenante che pareva fosse in procinto di spingerlo ad addormentarsi da un momento all’altro:
– C’erano due adulti senza volto, coi lineamenti coperti come da una guaina di pelle. Quella per Rory era la faccia, o comunque si trattava di maschere strane; pensava fossero i suoi falsi genitori. Quando gli ho chiesto se davvero pensasse che da qualche parte ci fossero esseri del genere, lui ha detto che era ovvio che sì, che loro prendevano spesso il posto delle persone che conosceva già, e giocavano ad imbrogliarlo, o a fargli degli scherzi cattivi. Pareva fosse talmente sicuro che non riusciva neanche a impressionarsi più di tanto mentre lo raccontava.
– I due tizi con la maschera lo inseguivano lungo un corridoio con tante stanze chiuse; lui voleva aprirne qualcuna ma non c’erano chiavi. Sentiva i due mostri che mugugnavano, ma ovviamente, non avendo la bocca, non si distinguevano le parole, e Rory correva, e correva finché non si è scontrato col suo vecchio bambolotto.
Darla ebbe un sussulto:
– Il Signor J.?
– Diciamo… Una sua versione più grossa, e ovviamente animata. Rory sentiva i campanellini, e poi lui ha cercato di prenderlo, ecco tutto.
– Poverino… E poi?
– E poi si è svegliato. Fine del sogno. – Suo marito sbadigliò rumorosamente, e sottrasse all’improvviso il braccio dalla nuca di Darla per trovare una posizione più comoda
– Come vedi, nulla più che un incubo infantile. Anche se scommetto che la tua dottoressa ci troverà qualche sua psicosi particolare.
– Non è la “mia” psichiatra, Jon. È quella di nostro figlio, e caso mai la nostra. E poi, come fai a dire che se ne è stato calmo a raccontare, se quando è tornato dal bagno aveva quell’espressione terrorizzata?
Stavolta Jonas riprese il tono fermo di poco prima; pareva che quella domanda l’avesse risvegliato di colpo:
– E io che cavolo ne so? Non posso mica entrare nella testa di quel bambino, tesoro? E poi d’accordo che domani è domenica, ma ho lavorato tutta la settimana e sono esausto.
– Scusami. Volevo solo sapere se ti ha detto qualcos’altro che possa averlo turbato. Non so, qualcosa di me, ad esempio.
“Se mi vuole bene come vuol bene a te” stava per aggiungere, ma si sarebbe sentita solo sciocca, e avrebbe sollevato ancora una questione che suo marito pareva ansioso di concludere una volta per tutte.
– Era solo spaventato che qualcuno di quei mostriciattoli potesse far del male a lui o a noi, tutto qui. Ma io gli ho promesso che avrebbe potuto dormire con noi, se fossero ancora tornati a fargli visita. Questo dovrebbe averlo calmato; e poi lo vedi anche tu, è tornato l’angioletto di sempre.
Darla ebbe la sensazione che sorridesse mentre lo diceva. Ne fu sollevata; almeno Jonas non era spaventato quanto lei.
– Hai fatto bene a dirgli che poteva dormire qui con noi. Forse non è una cattiva idea.
– Lo vedi? Dovresti fidarti di più del tuo maritino. Non sono poi da buttar via.
– Non l’ho mai pensato. Ti amo.
– Ti amo anch’io.
Darla restò a fissare la fessura in penombra della porta alla sua destra; poi si addormentò al ritmo regolare del respiro di suo marito.
A un certo punto Jonas rabbrividì sotto le coperte, sebbene sperasse che sua moglie lo credesse addormentato già da un pezzo. Quella notte dormì poco e male; forse proprio a causa del sogno di Rory. Aveva mentito a sua moglie, per tutta la serata aveva mentito a se stesso, e per troppi minuti nel bagno della trattoria aveva cercato di persuadere Rory a mentire a se stesso. Era impossibile che quel sogno finisse così, come il bambino gli aveva raccontato; erano passati troppi anni. E Jonas stesso non aveva colmato il suo cucciolo d’amore, attenzione, giocattoli, di ogni cura?
Ma ecco che rispuntava quella maledetta bestia con cappello a sonagli: aveva cercato di lasciarselo alle spalle, ma lui si era nascosto, subdolo, nell’inconscio del suo piccino. Per quanto tempo gli avrebbe rovinato la vita? E non solo quella di Rory, ma anche la sua, la vita di Jonas Raisi, avvocato adulto, forte e determinato a non soccombere al peso del passato?
Le ultime parole del racconto di Rory continuarono a rimbombargli nella testa, tormentando le poche ore di sonno che riuscì a strappare a quella notte:
… ma a scappare non ci riuscivo, perché il Signor J. mi stava davanti, ed era fortissimo e altissimo e non aveva la faccia. Mi ha preso per le spalle, mi ha alzato da terra e poi mi ha fatto cadere giù. Poi mi è saltato addosso subito, per tenermi fermo. E mi alzava la testa e me la sbatteva a terra, e me la rialzava e me la sbatteva ancora, e poi ancora, e poi ancora, e ancora, e ancora…
L’indomani mattina verso le nove Darla passò a controllare che Rory dormisse sereno, come l’aveva lasciato la sera prima. Pareva che non si fosse mosso neppure molto da quando gli aveva rimboccato le coperte augurandogli sogni d’oro.
– Non è un amore? – sussurrò Darla dalla soglia, rivolta al marito che avanzava mogio lungo il corridoio, con ancora lo spazzolino che gli penzolava tra le labbra. Riuscì a stento a mugugnare:
– Te l’avevo detto che non era niente di grave.
– Ok, ma ora tornatene in bagno, che se si sveglia e ti vede in questo stato gli viene davvero un colpo, poveretto.
– Ma ero venuto a darti il bacio del buongiorno!
– Shhh!
Jonas fece il gesto di abbracciarla, ma sua moglie fu talmente agile da evitarlo e richiudere allo stesso tempo la porta con cautela.
– Perché non ce ne torniamo a letto? Oggi abbiamo visite e poi non mi va di uscire. – continuò lui dal bagno.
Già, quello scocciatore di Danilo con famiglia al seguito, se l’era quasi dimenticato.
– Non saranno mica qui per pranzo, vero?
– Tranquilla, l’ho già avvertito che se ci avesse provato li avresti avvelenati tutti…
– Ma smettila, che stronzo che sei.
– Almeno ti ho fatto un favore. Tu i fornelli li odi o mi sbaglio?