Capitolo I
Capitolo I
Colloquio
Erano due curiosi esemplari della razza umana.
Il caffè d'angolo — sul quadrivio — lasciava i tavoli di ferro e le seggiole tutta la notte all'aria aperta, sul marciapiede larghissimo, a disposizione dei nottivaghi. Unica precauzione era quella che prendeva il cameriere alle due, quando le saracinesche si abbassavano, con l'aggrupparli contro il muro, tra una porta e l'altra. Del resto, c'era la ringhiera di legno che delimitava a mezzo cerchio, simbolica affermazione di possesso, il territorio di «Fulgenzio». Fulgenzio era il nome del proprietario ed egli lo aveva dato al suo locale.
Il quadrivio, assai vasto, sfociava trasversalmente, da una parte e dall'altra, in un viale largo, alberato, coi tappeti erbosi e le panchine nel centro.
Quei due si erano seduti a un tavolo di ferro. Alle quattro e mezzo del mattino, anche di giugno, col chiarore dell'alba, neppure gli operai delle fabbriche passavano ancora. Ma i grossi autobus sì, che tagliavano orizzontalmente il quadrivio e scorrevano con rombi e scoppi sull'asfalto verso la stazione. Qualche rarissimo passante camminava in fretta.
I due seduti parlavano. E chi li avesse uditi avrebbe trasecolato.
L'ometto piccino, dal volto di faina, vestito di grigio tortora, assai decente, col cappelluccio duro un poco di traverso sul cranio, fissava il compagno e diceva:
— La prima cosa necessaria, dunque, sarebbe quella di apprendere a fortificare la volontà!
L'altro era vecchio e maestoso. Vestito di nero, con un nero cappello a tese larghissime e la bianca barba fluente, teneva rivoltate sulle cosce le falde della giacca lunga, a coda. Aveva gli occhi immensi, glauchi, così chiari da dar fastidio e, quando parlava, la pelle del volto, che era Tresca rosea da bimbo, gli si colorava dolcemente.
— Niente affatto. La volontà è una forza spirituale. Essa tiene insieme i mondi nello spazio e determina la rivoluzione dei pianeti.
— Guarda, guarda... — mormorò l'ometto e quel suo faccino arguto, dagli occhi a succhiello, sembrò gli si appuntisse ancor di più, per il movimento che fece di gettare la testa in avanti. — Sicché le trote hanno una forza spirituale, che le tiene lontane dalla mia lenza... Eh! già!...
— Chi vi parla di trote?
— Naturalmente! Chiedo scusa...
— Nessuno di noi ha una volontà!
— Davvero?
— Gli uomini possono soltanto mettere in opera la loro ragione e il loro intelletto a guidare e condurre la Forza Volontaria Universale già esistente nella Natura!
— Ma va' là! — poi subito si riprese, vedendo il sussulto del vecchio. Dicevo che certo è cosi, sebbene incredibile, O, forse, lo è perché incredibile!
Seguì un silenzio. L'ometto accavallò le gambette e si gettò un poco all'indietro sulla seggiola, troppo alta per lui. Coi piedi sollevati da terra sembrava una scimmiettina vestita a festa. Aveva tra le mani un bastone di canna col manico d'osso, lungo e ricurvo, ingiallito, che terminava aguzzo come il suo naso. Se lo avvicinò alle labbra e cominciò a succhiarne la punta. Di sotto in su guardava la barba fluente che aveva ripreso a dissertare.
— La vita è universale ed è dovunque. Essa si identifica colla Volontà. Non è un prodotto dell'uomo, né può essere monopolizzata da lui. L'uomo ne riceve una certa quantità al momento del suo ingresso nel mondo. Tale quantità gli è fornita in prestito dalla Natura e alla Natura egli dovrà restituirla, quando uscirà dal mondo...
— Eh! sì...
In questo dire distaccò una mano dal bastone e l'abbassò sotto il tavolo per fare le corna. Era superstizioso e quell'uscire dal mondo non gli piaceva.
— E, adesso, voi partite di nuovo?
— Lascio la città, immane agglomerato di sozzure e di errori!
— Fate bene!... Oh! se fate bene!...
Aveva una voce armoniosa, l'omettino, piena, sonora; ma di quando in quando la elevava di tono, ed essa gli si lacerava in stridori inaspettati. Sembrava, allora, un'ocarina mal suonata. Fu con uno di questi stridori che, dopo una pausa, insinuò:
— Però! Ci venite assai spesso in questo agglomerato di sozzure!
— Non è la mia Volontà, che mi vi ci conduce, ma quella del Signore.
— Ogni settimana?
— Come lo sapete?
Gli occhi glauchi, smisurati, girarono lentamente e si abbassarono a fissare l'omuncolo.
— Come lo sapete? — ripeté il vecchio e la voce di solito soavemente enfatica, gli si era fatta dura, minacciosa.
— Ma io ho ucciso il sonno! Capite? Ho ucciso il sonno!
— Capisco soltanto che voi mi avete spiato!
Sempre più la sua voce suonava infiammata.
— Oh! — e sollevò il bastone verso il cielo, che oramai era tutto chiaro, azzurro, e cominciava a sfolgorare. — Come potete supporre una simile cosa! Non può certo essere stata la Volontà Universale a suggerirvela. Oh! no! Io non vi spio. Soltanto, come vi ho detto, non mi corico neppure più io, alla notte!... E allora, fin quando è buio, passeggio per la mia cameretta... lì, vedete?, sopra a questo caffè... E appena l'alba tocca il cielo con le sue dita di rosa... scendo in istrada... quaggiù... e mi aggiro fra le aiuole...
Gli occhi glauchi si volsero a guardare il viale.
— È un modo di dire! Io adoro le immagini. So benissimo che qui le aiuole non esistono... ma soltanto praticelli che di giorno i bimbetti, acconciamente sollevati sull'erba dalle mani sagaci delle balie, irrorano dei loro spruzzettini.
— L'Adepto crea in sé le sue immagini., l'uomo comune, invece, vive tra le creature dell'immaginazione altrui... Ma voi non mi avete detto ancora come fate a sapere che io vengo a Milano ogni settimana...
— Perché non dormo!... Perché mi aggiro per questi viali e ogni sabato vi vedo arrivare che non è ancora l'alba e sostare sulle dure seggiole di questo caffè, a tali ore gratuito ma inospitale... E poiché costantemente voi, alle sei meno un quarto, vi alzate e vi allontanate con maestà... la vostra figura è senza dubbio maestosa... da quella parte, verso la stazione... ecco la ragione per la quale ho dedotto che è alle sei o poco dopo le sei che voi partite... Orbene se, per far l'ora del treno, avete ritenuto opportuno fermarvi all'aria aperta, mi è apparso chiaro che non avete una casa in città... e, se non avete una casa, come non dedurne anche che arrivate qui dal di fuori, per una breve sosta settimanale?...
— La potenza dell'immaginazione è ancora assai poco nota all'umanità, altrimenti si baderebbe di più a quel che si pensa... Ma voi non vi siete ingannato. Ogni venerdì io arrivo a Milano e ogni sabato ne parto... Con gioia! Non potrei vivere in questo luogo di depravazione e di ignoranza... Il primo e il più importante passo che deve fare se desidera ottenere la possanza dello spirito, è quello di diventare naturale... Io vivo là dove si può essere naturali...
Per qualche istante, l'omettino continuò a succhiare l'osso del bastone.
— Lontano?
— Uhm!
— In campagna?
— Uhm!
Si era schiarita la voce e sputò.
L'ometto trasalì, ma subito riprese a meditare.
— Sarei molto curioso di conoscere il luogo dove si può essere naturali!
L'uomo dal cappello a vaste tese e dalla candida barba fluente si alzò con ponderata lentezza.
— È ora ch'io vada a prendere il mio treno... — pronunciò solennemente.
L'omettino era anche lui saltato giù dalla seggiola. Col cappello e sui tacchi, arrivava sì e no allo sterno dell'altro.
— Permettete che mi presenti... C'incontreremo ancora... in questo caffè... E il nome è una etichetta sociale, che può essere utile talvolta... Io mi chiamo Vladimiro Curti Bo'... In due parole: Curti... Bo'...
L'uomo a cui Vladimiro aveva voluto fornire le proprie generalità, contemplò per qualche istante la creatura vile che gli arrivava alla pancia e poi e lasciò cadere sul capo:
— E io sono l'Imperatore.
Quindi prese ad allontanarsi per la piazza, verso stazione.
L'omettino rimase dov'era. La parola Imperatore lo aveva reso immobile, come se gli si fosse rotta la carica nel pancino.
Ma quando l'imponente figura del vecchio fu scomparsa, giù per via Plinio, la marionetta tornò ad animarsi. Si toccò il tubino, aggiustandoselo sul cranio, si tirò le punte del panciotto, diede un colpettino alla cravatta, che aveva a fiocco e di un assurdo rosso cremisino, quindi avanzò.
Tenendo il bastone a bilancia, si avviò anch'egli per via Plinio, nella scia dell'Imperatore, muovendosi a passettini calcolati, con circospezione.