Capitolo III

1768 Words
Capitolo III Araldica Il portinaio del palazzo era gallonato senza parsimonia di oro e di fregi sull'uniforme azzurro cielo. E il palazzo era l'unico di via Omenoni, che si fosse salvato dal piccone demolitore e dal rullo e troneggiava, adesso, patinato di antica venustà sulla piazza Crispi, che, quando fu eretto e poi per vari secoli ancora, non esisteva. La salvazione l'aveva dovuta appunto ai sei «omenoni» gigantesche figure di cariatide — che sostenevano il frontone dell'ingresso carrozzabile e al pregio storico delle pure linee del sue seicento non ancora imbastardito dal rococò. Sul portone, appoggiato di spalla al plinto di una delle statue, col palazzo troneggiava il portinaio. Aveva, costui, berretto largamente gallonato e mezza e anche grossi baffi giallastri e neri occhi minacciosi. Furon per primi gli occhi che gli folgorarono, quando egli si vide ritto dinanzi, sul marciapiede, un omettino vestito di grigio tortora, con un cappelluccio duro e tondo, una cravatta rossa cremisina e un bastone dallo strano manico appuntito. Sbucato chi sa di dove, l'omettino sollevò un poco il cappelluccio per salutare e disse: — Non vorrei sembrarle indiscreto... — Che c'è?! Gli occhi avevano sfolgorato, ma sopratutto di sorpresa. Il cerbero minaccioso doveva essere un buon uomo, in fondo, e l'omettino aveva destato in lui soltanto meraviglia. — Non c'è nulla?... Ammetto, però, che questa assenza di tutto sia grave. Terra bianca, tosto stanca?... Che ne dice? Il portinaio pomposo non poteva più dir nulla. La sorpresa diventava stupefazione. — Ecco! Se non sono indiscreto, è questo il palazzo del barone Gerolamo Verbena del Santo? — Eh! sicuro? — Il barone è a palazzo? Il portinaio si chinò e accostò i baffi al tubino dell'omuncolo. — Ehi! dico! Chi è lei? — Io?... Che c'entra? Io sono Vladimiro Curti Bo'... in due parole: Curti... Bo'... — E poi? L'ometto si alzò sui tacchi e sollevò un poco il bastone. — Non basta? — No, che non basta! Che cosa gliene importa se il barone è a palazzo o no? Che affari ha lei con Sua Eccellenza? — Affari?... Nessuno. Lo riconosco. lo non faccio affari?... È meglio viver piccolo che morir grande. Però... però... Lei dovrebbe ascoltarmi?... Calamità scopre amistà!... Il portinaio si sollevò e diede un'occhiata di commiserazione all'omuncolo. — Il signor barone è fuori! — e voltatosi si diresse nell'interno dell'atrio, apri la porta a vetri della portineria e scomparve con tutto l'azzurro e l'oro che aveva indosso. Vladimiro sospirò. Si toccò il tubino, si tirò le punte del panciotto, prese un poco l'abbrivio dondolandosi ed entrò anche lui, prima nell'atrio e poi in portineria. — No!... Non si abbandoni a violenze delle quali avrebbe duramente a pentirsi!... Ho qualcosa di molto grave da dirle!... L'eloquenza del tristo è falso acume; ma le mie parole son d'oro e mirra. Le ascolti. Quell'affare dell'oro e della mirra convinse sempre più il portinaio che aveva a che fare con un pazzo. E poiché sapeva che per liberarsi da un pazzo occorre fingere di prenderlo per savio, si rassegnò. Depose la mazza, si tolse il berretto e sedette davanti al suo tavolo, asciugandosi la fronte dal sudore. — Dica pure... — Oh! finalmente! Creda a me: piccolo ago scioglie stretto nodo! È pazzo!, pensò di nuovo dentro di sé il portinaio. Con questi calori prematuri, la pazzia fermenta. Intanto, Vladimiro s'era seduto. Non sopra una seggiola, ma sull'angolo del tavolo, con un saltino pieno di agilità e non privo di grazia, e si tolse il tubino, deponendolo accanto a sé. — Eccomi qui! Saremo più vicini in tal modo. Voglio dire, che io sarò più vicino al suo volto. Fece una pausa, che impiegò ad aggiustarsi con la mano libera quella inconcepibile cravatta cremisina. Con l'altra non aveva abbandonato il bastone. Il portinaio dava occhiate un po' al fenomeno che gli si era appollaiato sul tavolo e un po', oltre la vetrata, all'androne, ché adesso temeva di veder entrare qualcuno d'importanza. E allora sarebbe stato costretto di far passare a quel pazzo la pazzia! — Io le ho detto il mio nome, ma non la mia professione. Poiché, se è vero che non faccio affari, è pur vero che qualcosa faccio. Qualcosa che mi piace e che mi occupa. Studio araldica... — Che cosa? — Oh! già!... Io catalogo, cerco, rintraccio, analizzo, viviseziono le armi gentilizie... Per me non esistono ormai più misteri in fatto di bande, barre, branche, blasoni, scudi semplici e scudi ombelicali. Conosco le imprese di tutte le famiglie nobili italiane e non c'è figura che non sappia interpretare, leggenda che non possa illustrare. Potrei dirle i colori familiari di tutti i casati, compreso l'azzurro cielo, che è quello del suo abito!... Da quanti anni lei ha l'orgoglio e l'onore d'essere il Minosse del barone Gerolamo Verbena del Santo? — D'essere che cosa? — chiese con un ritorno al malumore il portinaio e di nuovo gli occhi gli si fecero minacciosi. — Oh! già... Minosse è guardaportone all'Erebo... — E... rebo? — Luogo di raccolta di tutta la migliore nobiltà del mondo... Come vede, il posto è d'importanza. Ma torniamo a noi. Se io studio araldica, compilo in pari tempo un'enciclopedia nobiliare. La più completa! La più perfetta! Quando sarà terminata, non esisterà segreto delle grandi casate che non sia svelato. Capisce? Il portinaio, dando diverso corso ai propri timori, dubitò che l'ometto fosse un truffatore. Questo qui, pensò, sta per farmi il trucco della pubblicità a pagamento. Ma Vladimiro, quasi avesse letto nel pensiero del degno uomo, trasse il portafogli e dal portafogli un biglietto da cinquanta lire, nuovo nuovo. — Ecco qua! Vuol guadagnarselo? Anzi, facciamo così: io glielo do, purché lei prometta di rispondere come può... dico: come può, e questo la libera da ogni scrupolo... alle mie domande. Gli occhi del portinaio s'erano sgranati. — Lei mi dà?... — Ma certo! A lei. E ora risponda. Guardò sparire il foglio filigranato in una tasca dell'uniforme azzurra e sorrise. — È volato in cielo! — sospirò. — Cominciamo. Da quanti anni lei è portinaio del barone? — Ventiquattro... — Trentasette meno ventiquattro, tredici. È dal 1913? — Sì. Il barone era appena venuto a Milano. — E aveva comperato questo palazzo? — Come avrei potuto esserne il portinaio altrimenti? — Giusto! Ricco, dunque, a milioni? — Ricco, certo; ma a quei tempi non si parlava di milioni. — Già. Perché il denaro aveva un diverso valore... — Anche. — E da dove veniva il barone Verbena? — Dall'America... L'omettino si agitò sullo spigolo del tavolo. — È un po' vago! — Nessuno ne ha mai saputo di più. Il barone è nato, sembra, a Napoli... — Nobiltà partenopea! Oh! lo so! Il suo blasone è formato da una sbarra traversa diagonale, con un fior di verbena presso una siepe nel primo campo e una raggiera nel campo inferiore... Blasone borbonico o, forse, spagnolo... Ma io vorrei sapere qualcosa su lui stesso... Questo mi occorre... S'era messo a succhiare il manico del bastone e guardava il portinaio. Si tolse quella specie di becco dalle labbra per chiedere: — Non ha parenti? — Una figlia. — Non ha moglie? — Oh! no... — Nel '13, quanti anni aveva? — Giovane ancora... Oggi ne ha sessantadue... — E la figlia? — La baronessina Verità ha ventiquattro anni... Vladimiro sollevò le sopracciglia e arrotondò le labbra. — Dall'America ha dunque portato la Verità in fasce? — Quando arrivò qui, la moglie era viva. Mori nel '16... — Vedo! Triste cosa la morte! E la Verità rimase nuda! — Triste!... — ripeté l'uomo vestito di cielo. Vladimiro saltò a terra e, rimessosi il tubino, fece il giro del tavolo e gli andò accosto. — Quanti servi in palazzo? — Il maggiordomo, due cameriere, una guardarobiera, la cuoca e l'autista. — Fa affari, il barone?... — Oh! — Lo ha detto lei! — Io?! — Gioca in Borsa? — Credo. — E poi? — Ha una scuderia da corsa... — Ah! sì?... Una scuderia!... Si chinò all'orecchio del portinaio: — Lei deve dirmi... sì, questo è compreso nelle cinquanta lire... deve dirmi perché l'Imperatore, ogni venerdì arriva al palazzo e vi si ferma sino alla notte del sabato... — L'Imperatore!? — Il poveretto non aveva più fiato. Eccolo che si mette di nuovo a vaneggiare, pensò. — Un uomo alto almeno un metro e ottanta... vestito di nero... con una cospicua barba bianca... un grande cappello spiovente... le code alla giacca... — Ah! ma lei parla del signor Swan! Perché lo chiama l'Imperatore? — Perché forse lo è! — Non scherzi! Il signor Swan è un degno commerciante... È svizzero... Conosce il padrone da molto tempo... — E da quanto tempo viene qui ogni venerdì?... — Saranno due mesi... — Svizzero? Di dove? — Credo risieda a Lugano... — E quando si trova a palazzo, che cosa fa? — Come vuole che lo sappia?... Matteo, il maggiordomo, mi ha detto, che sta quasi sempre in biblioteca o nello studio del barone... Legge e scrive... Con Sua Eccellenza parla di religione... L'ometto si diede un colpo con le dita sul tubino, per rassodarne la stabilità. — Ah! di religione!... Anche con lui! È teosofo il barone?... — Che cosa?... — Chi trova Iddio dentro di sé avrà rivelati da lui tutti i misteri!... È proprio pazzo, pensò per l'ennesima volta il portinaio; ma non si attardò nell'idea, perché udì dal cortile gli scoppi di un motore. — È il barone! È il barone che esce!... Si era alzato e aveva afferrato berretto e mazza. Guardò l'orologio a muro sulla porta. — Le undici! Non è mai uscito a quest'ora... E si precipitò fuori della portineria. Vladimiro s'era cacciato dietro il muro e, toltosi il cappelluccio, sporgeva appena appena un po' la fronte e gli occhi per guardare dalla vetriata. L'Isotta-Fraschini traversò l'androne e scomparve. Gli occhi in agguato avevan veduto nell'interno della macchina la tesa abbassata d'un vasto cappello chiaro, il profilo di un poderoso naso rostrato e il pizzo grigio d'una barbettina. — Oh! dove va il barone alle undici?!... Pronunziò tra sé queste parole ch'era già fuori nell'androne e correva per uscire. Il portinaio se lo vide passare davanti come una freccia e tese la mazza per cacciargliela fra i piedi. Ma non lo prese e quello fu in un baleno sulla piazza e saltò dentro il primo tassì fermo davanti alla Banca. Il tassì partì. L'uomo azzurro cielo, dopo qualche minuto di perplessità, si mise la mano in tasca e palpò il foglio da cinquanta. C'era proprio! Non aveva sognato. Per dar cinquanta lire a quel modo ci voleva un matto!...
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