— Ella —
La notte è stata insonne, attraversata da immagini in loop. Il corpo dello schermo. La striscia di pelle dorata sul campo da basket. Gli occhi verdi dietro occhiali spessi, sbarrati dalla paura di vedermi ferita. Centomila euro virtuali che svaniscono con un clic. Una follia. La mia follia.
Al mattino presto, la stanchezza è pesante, ma l'eccitazione è una corrente elettrica sotto la mia pelle. L'ignoto ha un prezzo, e io l'ho pagato. Ora, voglio la mia ricompensa.
Il mio computer sfrigola sul tavolo della colazione. Nessun messaggio. Niente. Solo il silenzio digitale dopo la tempesta di ieri. L'attesa mi consuma. Sono una donna d'azione, di decisione immediata. Questa passività è un supplizio.
Mi preparo meccanicamente per l'università. I miei gesti sono precisi, lenti, come per contenere l'energia che bolle dentro di me. Scelgo un abbigliamento semplice ma impeccabile: un pantalone dritto nero, una camicia di seta color crema di cui arrotolo accuratamente le maniche. Un'armatura di semplicità elegante.
Camminando nei corridoi della facoltà, il mio sguardo scruta ogni angolo, ogni silhouette maschile. Non lo cerco, ovviamente. Cerco... un'impressione. Una tensione nell'aria.
Insegno il mio corso di introduzione alla scultura in argilla ai primi anni. Le mie mani lavorano la materia grigia con un'automaticità sicura, spiegando le pressioni, le proporzioni, il rispetto della forma nascosta nel blocco. Ma la mia mente è altrove. Su un altro corpo, un'altra forma da rivelare.
— La bellezza, dico alla classe, la mia voce un po' più roca del solito a causa della mancanza di sonno, non è solo nella forma finita. È nel potenziale. In ciò che è suggerito, nascosto, a metà rivelato.
Sento degli sguardi su di me, studenti un po' intimiditi dalla mia intensità di oggi. Non sorrido. Oggi, sono la mia arte, allo stato brado.
La fine del corso suona come una liberazione. Pulisco in fretta le mie mani, l'argilla secca sotto le unghie. Devo uscire. Respirare. Camminare.
È uscendo dall'edificio dei laboratori che lo vedo. Luca. Scende le ampie scale di pietra che portano alla biblioteca, la testa chinata, un libro stretto contro il petto. È esattamente come ieri: maglione informe, ciuffo, occhiali. Il perfetto camouflage.
Eppure, qualcosa è cambiato. Per me. Ora, quando lo guardo, non vedo più solo lo studente insignificante. Vedo il contrasto. La tensione tra l'apparenza e la realtà. È un'opera d'arte a sé stante, un paradosso vivente. E questo è il mio paradosso da decifrare.
Una pulsione irrefrenabile si impadronisce di me. Voglio metterlo alla prova. Vedere la falla. Verificare la mia intuizione.
Accelerando il passo per raggiungerlo, i miei tacchi risuonano sui gradini. Non mi ha sentita, assorbito nei suoi pensieri o nel suo libro. Sono a due gradini dietro di lui quando il mio piede si posiziona male sul bordo di un gradino consumato, scivolando su una foglia bagnata.
Un disequilibrio improvviso, brutale. La sensazione atroce del vuoto sotto il mio tallone. Un urlo soffocato scappa dalle mie labbra.
La caduta sembra inevitabile. Le vecchie pietre dure, spietate, aspettano le mie ossa.
Una mano. Ancora una.
Si avvolge attorno alla mia vita con una forza e una rapidità che tolgono il respiro. Mi schiaccia contro un corpo fermo, solido, fermando bruscamente la mia corsa verso il suolo. L'impatto è elettrico. La mia schiena si adatta alla curva di un torace che non ha nulla di molle sotto il maglione. Le mie mani si afferrano istintivamente all'avambraccio che mi cinge. Il muscolo è duro, teso come un cavo d'acciaio sotto il tessuto.
Il tempo si ferma.
Sono sospesa, letteralmente, tra le sue braccia. Il mio respiro è corto. Sento il suo respiro caldo sul mio collo, veloce, anche lui. L'odore di sapone semplice, di lana, e qualcosa sotto, un calore maschile, puro.
Mi giro lentamente nella sua stretta. I nostri volti sono a pochi centimetri. Le sue occhiali sono scivolati, rivelando completamente i suoi occhi. Un verde di foresta profonda, striato d'oro. Sono sbarrati, pieni di un'autentica allerta, ma anche di un'intensità che mi attraversa. Non c'è più timidezza qui. Solo una reazione pura, animale. Protettiva.
— Professore... sussurra, la sua voce roca, strozzata.
Il suo sguardo penetra nel mio, senza protezione, senza il filtro delle lenti spesse. Vedo le occhiaie sotto i suoi occhi, la tensione nella sua mandibola. Vedo l'uomo dietro il ragazzo. E in quel secondo di eternità, ne sono certa.
È lui.
Il corpo dello schermo. La forza della mano che ha fermato la palla. Gli occhi che, senza le loro armature, rivelano una profondità e un fuoco insospettati.
Un sorriso lento, quasi involontario, si allarga sulle mie labbra. Il pezzo del puzzle si incastra con una soddisfazione profonda, vertiginosa. Il cacciatore ha trovato la sua preda. No. L'artista ha trovato il suo soggetto.