Venticinque

1289 Words
«Me dici che minchia ce fa quello in camera tua?» Guardo Damiano gelida, con le braccia incrociate al petto e la schiena poggiata al muro, congelando in un misero maglioncino quando fuori ci saranno due gradi. «Sei qui per parlare di questo? Perché in tal caso me ne vado anche subito» Metto in chiaro, rivolgendogli un'occhiataccia, ma il moro non sembra particolarmente spaventato dalla mia minaccia. «Lo sai perché sono qui» Cambia fortunatamente argomento, facendo qualche passo verso di me, ma io continuo a tenermi a debita distanza. «Veramente non ne ho idea» Lui si mette le mani in tasca e mi guarda dritto negli occhi facendomi tentennare solo un secondo, stupida me che subisco sempre di più il suo fascino. «Me dispiace de quello che è successo, non voglio che nun ce parliamo più.» Mi dice in modo sincero, ma è molto lontano da essere abbastanza. «Cosa ti dispiace di preciso? Di avermi baciato o di essere stato un coglione?» Lo incalzo, e dal mio modo di parlare si capisce quanto la delusione prevalga sulla rabbia. «Di entrambe le cose» Abbasso lo sguardo, sentendomi ferita al pensiero che si sia già pentito di ciò che è successo. «Non volevo farti arrabbiare» Aggiunge, assottigliando le labbra in una smorfia leggermente imbarazzata. Si vede che non è abituato a scusarsi, e trovo ridicolo come pensi ancora che sia una questione di rabbia. «Non reagisco così perché volevo che tra noi ci fosse qualcosa di più, Damiano» Chiarisco, con un tono calmo che non coincide minimamente con il mio stato d'animo. «Ma perché per la tua stupida impulsività abbiamo perso quello che già c'era.» Scuote la testa come se non capisse la lingua in cui sto parlando, e io non comprendo come si possa essere così ciechi. «Non valeva molto se sei disposta a perderlo per una cazzata così» Devo respirare profondamente per non saltargli al collo e aggredirlo fisicamente, col sangue che mi ribolle nelle vene e i pensieri che non riescono più a rimanere intrappolati nella mia testa. «Forse per chiunque altro lo sarebbe, Damiano, ma tu lo sapevi.» Gli dico lentamente, sperando che capisca da solo e che non ci sia bisogno di essere più specifica. Lui però mi guarda aspettando che continui, e io lo faccio senza ulteriori indugi. «Sapevi che non avevo forze per essere ferita e soffrire ancora, e sapevi quanto significasse che mi fossi mostrata fragile ai tuoi occhi, e che avessi deciso di fidarmi» Dico quelle cose con il respiro corto e gli occhi che pizzicano, ma non gli permetto neanche di diventare lucidi. Non ne vale la pena. «Sapevi tutto questo, e hai provato comunque a farmi del male. Per fortuna sono ancora in tempo per scappare» La voce che ho alzato gradualmente parola dopo parola torna andare abbassarsi sulla frase finale, sentendomi libera di un peso per avergli finalmente detto cos'è stato a farmi allontanare in quel modo. «Certo che sei assurda. Come puoi pensare che io sappia tutto questo quando tu non me dici niente di chi cazzo sei?» Parla con un tono normale, ma dice quelle parole in modo così tagliente che mi colpiscono come se le avesse urlate. «Ho capito che eri fragile dal primo giorno in cui ti ho parlato, ma come posso sapere fino a che punto?» Continua, e nonostante io senta che non è questo il punto ho comunque bisogno di capire dove vuole arrivare. «Dici che ti sei fidata di me ma non hai aperto bocca sul tuo passato, come pretendi che io sappia cosa posso permettermi di fare e cosa no se non parli?» Deglutisco lentamente, turbata dalle sue parole e allo stesso punto ribollente di frustrazione, e sento che le mie emozioni sono così contrastanti dal non permettermi neanche di capire cosa mi porteranno a fare. «È così fottutamente importante che tu sappia il mio passato?» A questo punto alzo la voce, facendo un paio di passi verso di lui. «Per non fare questi cazzo di errori sì, è importante!» «È una cazzata! Basta essere delle persone decenti e interessarsi ai sentimenti degli altri! Dovresti farlo a prescindere!» Gli urlo in risposta, allargando le braccia, chiedendomi se sia davvero così difficile comportarsi bene con le persone a prescindere dai loro traumi. Lui si passa le mani tra i capelli con fare frustrato, e per un po' entrambi smettiamo di parlare. Non può ribattere a ciò che dico perché sa benissimo che ho ragione e che è un comportamento che potrebbe tenere, se solo volesse. Avevo pensato di averci visto qualcosa, ma se sei una bella persona solo se hai a che fare con qualcuno di fragile non si può dire che tu lo sia davvero. «Devi pesare le parole che dici. Il fatto che non ti abbia corteggiata dopo che t'ho baciato nun fa di me una brutta persona» Annuisco, sospirando, senza più nessuna voglia di urlare. «Hai ragione. Non fa di te una brutta persona, ma solo una a cui non importa abbastanza» «Se pensi che non me ne importi di te se vede che 'nme conosci pè niente» Sembra chiaramente amareggiato, ha un solco profondo tra le sopracciglia e se ne sta a braccia incrociate in una posizione di forte chiusura. «Allora forse non ti conosco, Damiano» Ammetto, più a me stessa che a lui, abbassando lo sguardo io stessa rattristata da quell'inevitabile constatazione. Ci sono cascata e ci ho creduto da subito come una bambina, proprio come non avrei dovuto fare. Mi stringo nel mio maglioncino in lana e nascondo sotto alle braccia le mani congelate, sentendo freddo nonostante tutta la ribollente rabbia che mi scorre nelle vene. Guardandomi il moro scuote la testa senza parlare, per poi sfilarsi la pesante giacca di pelle imbottita e avvicinarsi a me porgendomela. Vedendo che non la prendo, ma che anzi mi limito a guardarlo in segno di dissenso, lui sbuffa e si mette dietro di me, per poi poggiarmi la sua giacca sulle spalle. «Non fare la testarda, stai congelando» Mi ammonisce mentre protesto per farmela togliere. Lui mi strofina le mani sulle braccia per scaldarmele sentendo quanto sono fredde, e io odio come mi sento mentre mi riserva quelle attenzioni. Chiudo gli occhi in un'espressione sofferente, mantenendola per tutto il tempo in cui resta dietro di me, per poi tornare apparentemente tranquilla quando mi torna di fronte. Restiamo lì occhi negli occhi per una manciata di minuti e io vorrei chiedergli di smetterla di guardarmi come se gli importasse, e come se in me ci vedesse qualcosa di speciale. «Ho sbagliato. Ma questo non vuol dire che non ci tenga a te» Lo dice facendo un passo in avanti e posando le mani sulle mie braccia coperte dal suo giubbotto. Vorrei chiedergli nuovamente a cosa riferisca quando dice che ha sbagliato, se intenda che doveva comportarsi diversamente o se si penta proprio di avermi baciata. Ma non lo faccio, non ho le forze di sentire la verità. «Non importa, è stato solo un bacio, mi passerà» Mento, cercando di minimizzare dopo che capisco che continuare a parlarne è unitile, non otterrò nessuna delle risposte di cui ho bisogno da lui. «Sì?» Mi chiede, guardandomi negli occhi in cerca della verità, e io un po' ci sto male perché capisco che lui vuole che mi passi e che per me sia solo un bacio. «Sì. E adesso se vuoi scusarmi entro, Daniele mi sta aspettando» Dopo quelle parole lo vedo serrare impercettibilmente la mandibola, ma non commenta. Non ha il diritto di farlo, e l'atmosfera è così tesa che una parola di troppo rischierebbe di rompere tutto quanto. «Ce becchiamo a scuola» «Magari sì» Rispondo, per poi voltarmi senza congedarmi in modo particolare e ritornare in casa con il cuore appesantito.
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