~ Nadya~

1427 Words
“Ok, forse ho esagerato. Si, decisamente ho esagerato.” È l’unico pensiero che riesco a formulare mentre lo vedo avvicinarsi, lento, con quella calma inquietante che appartiene solo ai predatori pericolosi. I suoi occhi sono fissi su di me, scuri e impenetrabili, e ogni passo che accorcia la distanza tra di noi mi fa sentire come una preda intrappolata. “Dai, sono davvero curioso di vedere cos’altro hai da offrirmi”, ringhia, la voce bassa e tagliente come una lama. Mi incastra contro il muro, il suo corpo così vicino al mio che l’aria sembra scomparire. Trattengo il fiato, ma il calore che mi invade non è solo per il panico: è per la vergogna, per quella sensazione inspiegabile che mi brucia dentro. Potrebbe schiacciarmi, mettermi al mio posto in un attimo, proprio come ha fatto suo padre. Ha la stazza, la forza, il potere. Eppure, non riesco a provare la paura che dovrei sentire. Non la paura di una prigioniera davanti al suo carceriere. “Che c’è ? Hai perso di già il coraggio?” Dice quando osserva la mia immobilità e meraviglia. Dio, per un uomo che proviene da un mondo così oscuro é dannatamente attraente. E bello, si, ma forse è quella oscurità che trattiene a stento che lo rende irresistibile. Decisamente sto perdendo il senno della ragione. “Lasciami!”, esplodo, come risvegliata da un incubo. Spingo con tutte le mie forze contro il suo petto duro come pietra, ma non si muove. Neanche di un millimetro. È come cercare di spostare una montagna con le mani nude, e il cuore mi batte all’impazzata. Alzo lo sguardo, sfidandolo, e i miei occhi si inchiodano ai suoi. Due pozze metalliche, oscure e insondabili, che sembrano trapassarmi l’anima senza pietà. Mi sento nuda, esposta, come se ogni mio pensiero fosse già suo. “Cos’hai, piccola tigre? Hai paura che esca fuori il mostro che è in me?” sussurra, la sua voce bassa e vellutata. “Dai, continua a lottare! Dimostrami che sei forte come lo eri un momento fa.” Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma è il tono, quel maledetto tono, a farmi tremare. Nonostante la minaccia nascosta, mi attraversa come una scossa elettrica, accendendo qualcosa che non riesco a controllare. È assurdo, è folle, ma per un attimo mi sento ipnotizzata. No. Non può essere. È impossibile provare attrazione per… per un mostro del genere. È uno psicopatico, proprio come suo padre. Se non lo fosse, mi avrebbe già lasciata andare. Con questo pensiero fisso in mente, alzo il ginocchio e lo colpisco con forza nelle parti basse. Il suo respiro si spezza, un gemito di dolore gli sfugge dalle labbra, e la prigione delle sue braccia si dissolve. Non mi fermo a guardare: scappo. Magari riuscirò a sfuggire anche a quei gorilla che stanno di guardia alla porta… magari. Ma appena faccio un passo oltre la soglia, una mano enorme mi afferra con una forza brutale. Le braccia dell’uomo mi stringono così forte da farmi sentire un sinistro scricchiolio nelle ossa. Urlo. Urlo per il dolore, ma anche per la disperazione. “Lasciala!” la sua voce autoritaria risuona alle mie spalle come uno schiocco di frusta. “Sei una maledetta montagna d’uomo, la stai spezzando!”, grida, e la guardia mi lascia andare. Mi accascio per un attimo, ma lui mi afferra e mi trascina di nuovo nella stanza, chiudendo la porta dietro di sé con un tonfo. Sono confusa. L’ho appena aggredito in ogni modo possibile, eppure sembra fin troppo calmo. Mi strattona verso di sé, e quando mi stringe contro il suo corpo caldo e duro, un sussulto mi sfugge. “Riconosco che sei coraggiosa, una dannata belva di ragazza”, dice con voce ferma, “ ma ogni cosa ha un limite. Se provi a uscire di nuovo in quel modo, potrebbero spararti. Vuoi davvero morire prima del tempo?” Sussulto, ma non so se è per la paura o per il modo in cui il mio corpo sembra aggrapparsi istintivamente al suo. Il calore che emana è travolgente, come un fuoco che mi attraversa, e quel profumo… quel maledetto profumo. Un misto di pelle, tabacco e un accenno di bagnoschiuma che non dovrebbe avere alcun effetto su di me. Eppure, per qualche ragione, lo trovo irresistibile. Mi schiaffeggio mentalmente. Basta. Non c’è nulla di attraente qui. Nulla. Dovrei essere lontana, dovrei aver trovato un modo per scappare da queste grinfie, da questi mostri. Mi dimeno di nuovo, più forte, ma lui non cede. Non mi lascia andare. I suoi occhi mi fissano con una tale intensità che mi sembra voglia divorarmi, pezzo dopo pezzo. Poi, come se qualcosa si spezzasse dentro di lui, mi spinge indietro con un gesto brusco. “Per fortuna i tuoi panini sono ancora intatti, nonostante la tua… bravura”, borbotta, la voce carica di sarcasmo. “Mangia. E fai la brava.” E con questo se ne va, chiudendo la porta dietro di sé come se stesse scappando da qualcosa. Il mio cuore sprofonda. Non ho risolto nulla. Il mio stupido piano non ha portato a niente. E ora? Come farò a scappare prima che l’altro mostro torni? Solo il pensiero mi fa gelare il sangue. Ho visto il modo in cui mi guarda. È un maiale, un maledetto psicopatico. Uno che non esiterebbe a spezzarmi, a usarmi per il suo piacere. Dio, ti prego, non permettere che succeda. Non permettere che la mia prima volta sia con un demonio che mi violenta. Morirei. Morirei prima di sopportare una cosa simile. Decisamente affamata, mi affretto verso la teglia che ha lasciato accanto alla porta. Le mani tremano mentre afferro il cibo, ma una fitta di colpa mi attraversa. Nonostante non sia stato lui a portarmi qui, nonostante non mi abbia fatto del male, io l’ho aggredito come una furia. Certo, non che non se lo meritasse – è pur sempre un dannato criminale e mi tiene prigioniera contro la mia volontà – ma, a differenza degli altri, è stato persino gentile. Mi ha portato del cibo. Mi ha difesa dalla guardia. E, cosa più importante, non mi ha mostrato che tipo di mostro si nasconde dietro quegli occhi grigi e metallici. Sospiro, stanca. Non ho energie, vorrei solo dormire per sempre. Non ho chiuso occhio né stanotte né oggi, tormentata dalla paura per la mia famiglia e da quello che potrebbe succedermi. Eppure, in fondo, una piccola scintilla di speranza continua a bruciare. Forse loro non sono morti. Forse io non diventerò una bambola di carne per quel maiale maledetto. Mentre mastico lentamente, il rumore dell’acqua cattura la mia attenzione. Mi avvicino al muro che confina con la mia stanza, confusa. Pensavo di essere isolata qui, senza nessuno accanto. Ma il rumore è chiaro, proveniente dall’altra parte. Rimango in ascolto per un tempo che sembra infinito, finché non sento la sua voce. “Sì, scopri se la famiglia della ragazza è ancora viva”, dice, e il mio cuore si ferma per un istante. Sta parlando di me? Della mia famiglia? “E nel caso... mettili al sicuro. Altrimenti, mio padre si assicurerà di portare a termine il lavoro. Sì, d'accordo. Grazie, Adrik.” Adrik? La persona con cui sta parlando ha lo stesso nome di mio fratello? Rimango immobile, il respiro spezzato. Le sue parole riecheggiano nella mia mente. Sta cercando di proteggere la mia famiglia? Per la prima volta da quando sono qui, sento un piccolo spiraglio di speranza. Forse, in fondo, il figlio del diavolo non è poi così malvagio come suo padre. Quella notte riuscii a dormire profondamente. Forse era per ciò che avevo sentito, o forse perché, in un modo assurdo e inspiegabile, con lui accanto mi sentivo al sicuro. Una sicurezza fragile, certo, ma sufficiente a placare per qualche ora i miei pensieri tormentati. Il giorno seguente mi svegliai con una strana impazienza. Mi aspettavo che venisse a trovarmi, che si presentasse con il suo sguardo imperscrutabile e quelle risposte taglienti che non riuscivo mai a interpretare. Ma non accadde. Le uniche persone a entrare furono le cameriere, silenziose e distaccate, che si limitarono a portarmi del cibo o a pulire. Ora sono passati due giorni da quando sono qui, e lentamente sento la mia sanità mentale vacillare di nuovo. La prigionia mi sta consumando. Voglio respirare aria fresca, sentire il sole sulla pelle. Starmene qui tranquilla, aspettando il mio destino, è come accettare passivamente la mia sorte. E io non voglio farlo. Devo assolutamente scappare.
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