Nadya

1378 Words
Mi alzo di scatto e inizio a guardarmi intorno, cercando disperatamente un modo per scappare. Controllo di nuovo la finestra, per la quinta volta da quando sono qui. Niente. Impossibile aprirla. Non è fatta del solito vetro, ma di un materiale molto più resistente, probabilmente a prova di proiettile. Anche romperla sarebbe un’impresa titanica, e non ho gli strumenti per farlo. Mi dirigo nel bagno, sperando di trovare qualcosa che possa essere usato come arma. Qualsiasi cosa. Ma anche lì, le cameriere hanno già ripulito ogni angolo, portando via tutto ciò che potrebbe rappresentare una minaccia. Rimangono solo la doccia e la seghetta del water. Niente di utile, niente che possa darmi una possibilità concreta. Sbuffo, frustrata e disperata. Cosa farò quando tornerà quel mostro? Le cameriere, nel loro parlare sommesso, hanno lasciato trapelare qualcosa. Lo chiamano Don Morozov. Un titolo che mi fa gelare il sangue. Non bisogna essere un genio per capire cosa significhi: un don della bratva. Questa gente è molto più pericolosa di quanto immaginassi. Come se lo avessi evocato con la forza del pensiero, la porta si spalanca all’improvviso. Lui entra come una tempesta, furioso e inarrestabile. Indietreggio istintivamente, il cuore che martella nel petto, ma non serve a nulla. Mi raggiunge in un attimo, come un toro infuriato, e mi afferra per una mano senza dire una parola. Mi trascina giù per le scale, con una forza che non lascia spazio a resistenze, fino a una stanza che mi terrorizza solo a guardarla. È una dannata stanza della tortura. Una prigione di incubi, un luogo che trasuda violenza e perversione. Il solo pensiero di ciò che potrebbe farmi mi paralizza. La pelle mi si accappona, il respiro si spezza. Urlo quando, con un gesto brutale, mi strappa la camicetta di dosso. “Ah, non vedevo l’ora di arrivare a questo momento”, sibila, un sorriso crudele che mi gela il sangue. “In ginocchio!” ordina, spingendomi con forza. Non sono mai stata così terrorizzata in vita mia. La paura mi stringe la gola come una morsa. Preferirei che mi sparasse, che mettesse fine a tutto, piuttosto che subire il tocco di quelle mani sporche e brutali. “Spogliati. Completamente”, ordina di nuovo, la voce tagliente come una lama. Ma io non riesco a muovermi. Sono bloccata, la mente che corre freneticamente alla ricerca di una via d’uscita, di un miracolo che possa salvarmi. Quando vede che non obbedisco, mi afferra per i capelli e mi costringe a guardarlo negli occhi. “Ho detto che ti devi spogliare completamente”, ringhia, il tono gelido e carico di minaccia. Il dolore mi strappa un gemito e la paura mi paralizza. Le lacrime iniziano a scendere, copiose, annebbiano la mia vista. Con mani tremanti, inizio a sbottonare i pantaloni, ma lo faccio lentamente, sperando disperatamente in un intervento divino, in qualcosa – qualsiasi cosa – che possa salvarmi. Lui mi osserva con impazienza, i suoi occhi viscidi che mi fanno rabbrividire. “Muoviti! Non ho tutto il tempo del mondo”, sbraita, e con un gesto rapido abbassa la cerniera dei suoi pantaloni. Quando si avvicina, il disgusto mi prende alla gola e ho un conato. Non può succedere. Non può succedere davvero. “Dio, ti prego, aiutami!” sussurro disperata, quasi senza voce. “Padre”, tuona una voce improvvisa. In quel momento, penso che sia un angelo. L’uomo si irrigidisce all’istante, si volta verso la porta e si sistema i pantaloni con un gesto rabbioso. Che ca**o vuoi? Non vedi che sono impegnato?” ringhia, voltandosi verso la figura che è appena entrata. Io tremo ancora di più, il busto scoperto, la camicetta strappata che pende da un braccio come un inutile pezzo di stoffa. “C’è un problema urgente”, dice il giovane, con una voce ferma e controllata. I suoi occhi si posano su di me per un istante. Non mi guarda come suo padre, non mi divora con lo sguardo. Si limita a contrarre la mascella, poi torna a fissare l’uomo di fronte a lui. “C’è stata una rissa tra i nostri uomini e la gang di Lukin. Maksim è stato ferito gravemente. E non solo: hanno preso una quantità enorme della nostra merce… e ora la spacciano come fosse roba loro”. Il demonio ringhia qualcosa tra i denti, borbottando parole incomprensibili, mentre oltrepassa con un movimento brusco suo figlio. Gli dice qualcosa a bassa voce, poi se ne va, sbattendo la porta alle sue spalle. Rimango lì, immobile, con il cuore che batte all’impazzata, abbandonata sul pavimento gelido. Sono sola con suo figlio, il mio presunto guardiano. Non riesco a muovermi. Nonostante sia semi nuda, esposta al suo sguardo scuro e indecifrabile, la paura mi tiene incollata a terra, paralizzata. Con due falcate, lui è già davanti a me. Mi afferra per un braccio e mi solleva senza sforzo dal pavimento. I suoi movimenti sono bruschi, carichi di tensione, e il suo volto è una maschera di rabbia trattenuta. Digrigna i denti mentre cerca di coprirmi con quello che resta della mia camicetta, i suoi gesti rapidi e nervosi. Lo guardo, confusa, come se fosse il mio angelo custode. Se non fosse stato per lui, chissà cosa avrei subito. Ma non riesco a fidarmi completamente, non ancora. Mi prende per le spalle, le sue mani ferme ma non violente, e mi costringe a guardarlo negli occhi. I suoi occhi sono cupi, tormentati. “Odio doverlo fare”, sussurra, la voce così bassa che per un attimo penso di averlo immaginato. “Ma stasera… stasera tieniti pronta. Qualcuno ti porterà via da qui”. Le sue parole mi colpiscono come un fulmine. Lo fisso, incredula, cercando di capire se sta dicendo la verità o se è solo un’altra illusione. Si guarda rapidamente oltre la spalla, come per assicurarsi che nessuno lo stia ascoltando, poi torna a fissarmi, il volto teso. “Niente cazzate. Se vi vedono… se vi prendono, siamo tutti fottuti”, aggiunge, il tono carico di una stanchezza che sembra andare oltre il semplice fisico. “Adesso ti porterò nella tua stanza”, continua, il tono fermo e autoritario. “Non devi parlare con nessuno di questa cosa e aspetta pazientemente. Hai capito?” Mi scuote leggermente, cercando di riportarmi alla realtà, perché devo sembrare imbambolata, ancora persa nel vortice della paura e del sollievo. Annuisco. “Sì, ho capito! Ma perché non mi lasci andare ora?” La mia voce trema, incrinata dall'angoscia. “Non credo di riuscire a stare qui un attimo in più, capiscimi…” Mi stringo le braccia attorno al corpo, come per proteggermi da qualcosa di invisibile. “Come posso fidarmi che quello che dici sia vero? Per l’amor del cielo, non so nemmeno il tuo nome… So solo che non voglio più trovarmi davanti a quell’uomo, mai più!” “Sono Nik... chiamami Nik” fa un respiro profondo, cercando di mantenere la calma. “E no. Non posso lasciarti andare adesso. Ho creato apposta questo dannato diversivo per tenerlo impegnato, per tenere tutti impegnati. Ma purtroppo devo esserci anch'io, altrimenti lo sospetterebbe.” Fissa il pavimento per un istante, poi rialza lo sguardo. “Ascoltami bene: verrà il mio amico Adrik stasera a prenderti. Ti porterà in una baita, nelle montagne. Lì sarai al sicuro”. Posso davvero credere che sia vero? In ogni caso, non ho altra scelta se non aspettare e fidarmi di ciò che dice. Altrimenti, non saprei come affrontare un altro episodio come quello di prima, con quel demonio. Nik non dice più nulla mentre mi riporta nella stanza. Mi lancia solo uno sguardo, uno di quelli che rivelano l’incertezza di chi non sa se continuare ad aiutarti oppure no. Poi scompare dietro la porta, lasciandomi sola. Quando l’adrenalina abbandona completamente il mio corpo, crollo a terra e inizio a piangere di nuovo. Ho paura che, di questo passo, finirò per prosciugare ogni lacrima che ho dentro. La scena di prima è stata insostenibile, qualcosa di inimmaginabile rispetto a tutto quello che ho vissuto finora. Se non fosse stato per Nik, a quest’ora sarei sicuramente morta. Se stasera non mi darà davvero una mano, non passerà molto prima che lo sia.
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