~ Nikolai

1475 Words
So di essere matto. So che rischio di mandare tutto all’aria. Ma non potevo, non volevo che la prendesse. Questa dannata volta è stato più forte di me. Quando l’ho sentito parlare con il suo amico, vantandosi che sarebbe andato a casa a sbattersi la nuova ragazza, ho sentito un impulso incontrollabile. Avrei potuto ammazzarlo lì, sul momento. Mi sono trattenuto, ma solo per chiamare Adrik e il resto della squadra. Dovevamo mettere in moto un piano. Qualcosa che lo tenesse lontano da lei, almeno per qualche ora. È folle? Sì, lo è. Non so nemmeno perché mi importi di questa ragazza. Non le devo nulla, così come non dovevo nulla alle altre. Eppure qualcosa mi spinge a farlo. Forse perché questa volta non riesco a girarmi dall’altra parte. Non importa il perché, ormai il piano è già in atto. Esco di casa e salgo in auto, digrignando i denti. Sono furioso, anzi, furibondo. Andrò con lui, ovunque decida di andare. Lo terrò d’occhio e farò in modo che non torni prima di stanotte. Adrik sa cosa deve fare. Deve occuparsi delle due guardie alla porta. Le altre le distrarrò io con un falso allarme al deposito sulla proprietà. Serviranno solo una decina di minuti, giusto il tempo per permettere ad Adrik e Nadya di scappare. Il piano è buono. Deve funzionare. Non c’è spazio per fallire. Se non funziona… no, non voglio pensarci. Deve funzionare. Punto. Quando arrivo nel quartiere più malfamato di Mosca, quello controllato dalla gang Lukin, sento l’adrenalina scorrermi nelle vene. Sono un branco di imbecilli che ogni tanto sfidano la bratva, convinti di essere forti, ma oggi questi idioti mi sono tornati utili. Non solo hanno reagito esattamente come speravo alle minacce della mia squadra, ma si sono persino presi la roba, abbandonata lì apposta, pensando di aver vinto. Questo gioca a mio favore e terrà impegnato mio padre. Cercherà di dimostrare il suo potere e, prima di tornare alla tenuta, vorrà interrogare e schiacciare qualche nemico. Lo conosco come le mie tasche: so quanto è importante per lui apparire come il re della città. Magari lo era davvero, almeno finché non ha iniziato a trafficare ogni anima vivente che gli passava tra le mani. Fino a quando non è diventato un fottuto pedofilo. Fino a quando non ha infangato il nome della mia famiglia. “Come è potuto succedere?” sbraita, rivolgendosi a un branco di soldati che, senza saperlo, sono finiti nel mio piano. Io, invece, ho i miei uomini. Una dozzina, ma leali a me fino in fondo, pronti a tutto. Non mi serve altro. Mi bastano loro per sfidare il potere di mio padre. “Con i Lukin, poi?! Dei miserabili topi di fogna, senza alcun peso in questa città. Come avete potuto farvi sconfiggere da loro e lasciare che si prendessero la mia roba?” Mi verrebbe da ridere a squarciagola, ma mi trattengo. Invece, fingo di essere furioso, preoccupato, pieno di rabbia. “Si sono distratti” ringhio a mia volta, calcando le parole. “Ormai sono così convinti che nessuno li possa toccare, così abituati alla loro falsa invincibilità, che sono diventati dei fottuti nullafacenti! Con le tasche piene di soldi, donne e alcol a fiumi... era ovvio che li avrebbero battuti.” Lui mi fissa, ma non mi vede davvero. È accecato dalla rabbia, e conoscendolo so già cosa succederà: inizierà a sparare a qualcuno, così, per dimostrare chi comanda. Per dare una lezione. Mi dispiace doverli usare in questo modo, ma far parte della bratva ha un prezzo. E quel prezzo, a volte, si paga con la vita. Con la coda dell’occhio vedo Maksim accasciato a terra, il corpo ricoperto di sangue. Non è in fin di vita, ma la scena è comunque un pugno nello stomaco. Mi avvicino a lui, e nei suoi occhi leggo già le parole che non ha bisogno di pronunciare: “Sei un fottuto bastardo, ma ce l’abbiamo fatta.” Maksim è uno di quegli uomini che mi seguiranno fino all’inferno e ritorno. Non per obbligo, non per paura, ma per tutto ciò che abbiamo condiviso. Per le battaglie combattute fianco a fianco, come sul fronte di guerra. Loro sanno che possono contare su di me. Sanno che, per quanto spietato, sono un leader giusto. E questo, nella bratva, vale più di qualsiasi promessa. “Vattene via di qua e fatti bendare quelle ferite”, sibilo a voce bassa, accasciandomi accanto a lui. La mia voce è calma, ma carica di un'intensità che non lascia spazio a repliche. “Non restare qui, altrimenti sarai proprio tu a pagarne il prezzo della sua furia”. Maksim mi guarda e annuisce con gli occhi, senza dire una parola. Non è uno stupido, sa bene che affrontare mio padre in questo stato equivarrebbe a firmare la propria condanna. Eppure, lo conosco. Se fosse necessario, se la situazione lo richiedesse, morirebbe senza esitazione prima di sputare la verità o tradirmi. Maksim non è solo un soldato. È uno di quelli che mi resterebbe fedele fino alla fine, anche se il prezzo fosse la sua stessa vita. Passano minuti interminabili, forse ore, mentre mio padre sfoga la sua furia. Prima sui nostri soldati, poi su due o tre tossici della gang di Lukin. Ogni colpo, ogni urlo, ogni lamento mi scivola addosso. La mia mente è altrove, concentrata su ciò che sta accadendo lontano da questo posto. La mia soddisfazione cresce, raggiunge il suo picco, mentre immagino la piccola tigre — finalmente libera, fuori dalla tenuta, lontana dal mostro che è mio padre. Ma la mia illusione si infrange quando il telefono vibra nella mia tasca. Lo estraggo con un movimento rapido, il nome di Adrik lampeggia sullo schermo. Rispondo immediatamente, portandolo all’orecchio, e la sua voce tesa mi sussurra ciò che non avrei mai voluto sentire. “Le cose si sono complicate”, dice, e il tono mi fa gelare il sangue. “Che significa?” sibilo sottovoce, cercando di mantenere la calma mentre lancio un’occhiata a mio padre, anche lui impegnato a parlare al telefono. “ Vadim, il braccio destro di tuo padre è arrivato alla tenuta”, continua Adrik, con un’inflessione che tradisce una sottile frustrazione. “È piombato qui proprio mentre stavo mettendo K.O. le guardie e stavo per portare via la ragazza. L’allarme falso che hai fatto scattare dal tuo telefono… ha attirato l’attenzione del Vor. Ora è lui stesso a sorvegliare la proprietà”. Chiudo gli occhi per un istante, il cuore che batte furiosamente nel petto. Ogni pezzo del mio piano, ogni mossa calcolata, sta crollando sotto il peso di questa complicazione. “Dimmi che hai una via d’uscita”, dico, mantenendo la voce bassa. “Non al momento”, risponde Adrik, la sua voce dura come l’acciaio. “Mi sono nascosto per non farmi vedere, altrimenti avrebbe capito che siamo stati noi. La ragazza, però, è scappata nonostante le avessi detto di non fare mosse avventate”. Per un attimo spero che ce l’abbia fatta, che sia riuscita a scappare. Ma quella speranza dura solo un istante, finché Adrik non la infrange con poche, gelide parole. “L’hanno presa poco fuori dalla tenuta”. “Porca puttana, Adrik”, sbotto, stringendo i denti mentre il cuore mi martella nel petto. “Ok, tienila d’occhio finché non arrivo. E fai in modo che nessuno le metta le mani addosso, hai capito? Nessuno!” “Nik, siamo troppo esposti a questo punto. Credo che dovresti lasciar perdere. Non vale la pena sacrificare tutto per quella ragazzina”. Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco, ma non lascio trasparire nulla. Stringo il telefono con tanta forza da sentire le nocche sbiancare, il respiro che si fa più lento e profondo per non cedere alla rabbia. “Ti ho detto che nessuno la deve toccare, Adrik”, ringhio come una bestia al solo pensiero che possano farle di nuovo ciò che mio padre le faceva, prima che riuscissi a distrarlo. “Tienila al sicuro, dannazione”, continuo, “Arrivo il prima possibile.” Chiudo la chiamata con un gesto brusco, il cuore che mi martella nel petto. Non posso permettere che tutto vada a rotoli. Non questa volta. Rimetto il telefono in tasca e alzo lo sguardo, cercando di non tradire la tempesta che ribolle dentro di me. Ma quando i miei occhi incontrano quelli di mio padre, capisco che qualcosa non va. Sta parlando al telefono, ma mi fissa con un’intensità che mi fa gelare il sangue. L’avrà capito? Per un istante mi fa vacillare, ma poi una scintilla di determinazione si accende dentro di me, bruciando ogni dubbio. Se questo è il momento di tracciare una linea e guardare mio padre negli occhi per sfidarlo apertamente, allora così sia.
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