Torniamo alla tenuta nello stesso istante, come se il destino avesse deciso di orchestrare tutto. Ci guardiamo, gli occhi fissi negli occhi, uno scontro muto che dice più di mille parole. Nessuno parla, nessuno osa rompere questo silenzio carico di tensione. Eppure, entrambi sappiamo. Sappiamo esattamente cosa è successo alla tenuta. E sappiamo che, presto o tardi, qualcuno dovrà pagare il prezzo. Parla sottovoce con il suo braccio destro, Vadim, scambiandosi poche parole che non riesco a cogliere. Poi alza lo sguardo verso le scale, fissando il vuoto come se sapesse che la ragione della sua collera si nasconde al piano di sopra. È un momento che sembra congelarsi, pesante come piombo. E proprio in quell'istante, il viso della ragazza mi torna alla mente, come un promemoria vivido del motivo per cui ho deciso di lottare. Quegli occhi scuri, profondi, pieni di innocenza, una bellezza così pura che non dovrebbe mai essere sfiorata da mani sporche. Sento la rabbia montare dentro di me, stringo i pugni fino a farmi male, ma non mi fermo. Mi avvicino ai due uomini con passo deciso, il cuore che batte forte, ma il mio volto è una maschera di pietra. “Cosa sta succedendo?” chiedo con un tono secco, tagliente, che spezza il silenzio come una lama. Lui si gira lentamente, affrontandomi con tutta la sua statura imponente. Non abbassa mai lo sguardo, mai. È una sfida silenziosa, un gioco di nervi che conosco fin troppo bene. Siamo uguali in altezza, ma c’è qualcosa di diverso, qualcosa che mi separa da lui come un abisso. Lo sento nel mio sangue, lo vedo nei suoi occhi. Il mio sguardo non è il suo, non l’ho ereditato da lui. È quello di mia madre. E questo, lo so, lo irrita. Forse lo teme persino. Perché lei era l’unica persona che non riusciva a piegare, e ogni volta che mi guarda, è come se la vedesse di nuovo. E io sono qui, in piedi davanti a lui, senza abbassare gli occhi. Non sono più un ragazzino. “Strano che tu me lo stia chiedendo”, dice, mantenendo il tono freddo, quasi tagliente, “dato che il tuo cagnolino ammaestrato è qui”. Fa un cenno appena percettibile verso le scale, senza mai distogliere lo sguardo da me. “Dubito che non ti abbia già informato del…”, si ferma un istante, lasciando che il silenzio renda più pesanti le sue parole, “delle novità”. “Adrik è qui?” chiedo, inclinando appena il capo, facendo lo finto tonto, anche se dentro di me sto bollendo di rabbia. La mia voce è calma, troppo calma, come il silenzio prima di una tempesta. Ma le mani, strette a pugno lungo i fianchi, tradiscono ciò che provo davvero. Se Adrik si è fatto vedere, vuol dire una sola cosa: qualcuno ha osato. Qualcuno ha provato a toccarla. E lui… lui l’ha difesa. Lo so, perché è l’unico motivo per cui si sarebbe messo in mezzo. Il pensiero mi brucia dentro, un fuoco che non riesco a spegnere. “Non credevo fossi così interessato a quella ragazzina da doverla proteggere a ogni costo…”, lo dice con una calma glaciale, come se fosse un dato di fatto, come se sapesse già tutto. Il mio cuore salta un battito. “Bastava dirmelo”, continua, con quel tono velenoso che mi fa stringere i denti, “e ti avrei accontentato. Se proprio la vuoi, te la regalo, da padre amorevole che sono”. La sua voce è carica di un sarcasmo così tagliente che sembra graffiarmi la pelle. Poi fa una pausa, e il suo sguardo si stringe, come quello di un serpente pronto a colpire. “Con una sola condizione, però…” Il silenzio che segue è insopportabile, e già so che la prossima frase sarà peggio di qualunque colpo possa infliggermi. “Se te la scoppi davanti a me”, sputa fuori, con un ghigno che mi fa venire voglia di spaccargli la faccia. Inspiro profondamente, cercando di mantenere il controllo, come se ogni fibra del mio essere non stesse gridando di saltargli addosso. “ Tu sei malato”, sibilo con un tono basso, carico di disprezzo. “ Può darsi”, mormora, con un sorriso lento che gli si allarga sul volto, quasi un taglio. “Ma questo implica che tu debba dirmi la tua decisione”. Si avvicina di un passo, il suo sguardo non si stacca dal mio, e il respiro mi si blocca. “La prenderai tu… o devo farlo io?” chiede, con un tono che è insieme una domanda e una condanna. “Lo so, lo so…sarebbe la tua prima vergine…così piccola, così inesperta…”ripete quelle parole come se le stesse assaporando, lentamente, con un piacere malato. “Che evento memorabile… ma caspita, anche eccitante. Vedere mio figlio fottersi brutalmente quella bellezza… un momento degno del vero erede della bratva Morozov!”
“Non provare a mettermi di mezzo…” provo a parlare, ma lui mi interrompe: “ Ricorda che sei la sua unica possibilità di sopravvivenza. O te ne occupi tu, o lo farò io, e poi la ucciderò come ho fatto con le altre due. È la punizione per aver tentato di scappare, nonostante le avessi già detto cosa sarebbe successo se lo avesse fatto”.
La mia mente viaggia a trecento all’ora, cercando un piano, un modo per non perdere il controllo e per salvare tutto ciò per cui ho lottato. Quel bastardo sa come tenermi in pugno, sa come piegarmi al suo volere. Anche se potrei affrontarlo ora, so di non avere ancora tutto ciò che serve per togliergli il potere e ottenere il sostegno dell’intera Bratva senza che qualcuno osi mettermi in discussione. Ci vuole più tempo, maledizione, e lui questo lo sa fin troppo bene. Il suo sorriso lascivo mi provoca un’irritazione profonda, come un’orticaria che non riesco a ignorare. Ma mentre lo osservo, sento qualcosa spezzarsi dentro di me. Avevo provato di proteggerla, di salvarla da questo inferno, ma ormai è troppo tardi. Qualsiasi scelta faccia a questo punto, sarà la sua condanna a morte. Con un respiro profondo, annuisco a mio padre, stringendo i denti con forza. Farò ciò che mi ha chiesto, se questo è l’unico modo per salvarle la vita. Almeno io cercherò di non distruggerla completamente. Mi odierà, lo so. Mi odierà con tutta se stessa. Ma è meglio il suo odio della sua morte. “Così ti voglio! Basta pensare con il cuore, figliolo. Se vuoi diventare il Don, devi essere spietato. Devi prendere ciò che ti si presenta davanti senza esitazioni, senza ripensamenti o inutili sensi di colpa. Quella ragazza non significa niente”. Vorrei strozzarlo, vorrei scuoiarlo vivo, ma mi trattengo. Non posso permettere che la situazione degeneri al punto da finire ucciso per aver eliminato il Don. Mi incammino su per le scale con passi pesanti, quasi trascinati. Voglio che lei sappia cosa l’aspetta, voglio che si prepari, sia mentalmente che fisicamente. Mi volto a guardare oltre la spalla e provo un leggero sollievo nel vederlo ancora impegnato a parlare con Vadim. Almeno avrò il tempo di metterla in guardia. Quando arrivo davanti alla porta, Adrik è lì, immobile come una statua di marmo, a sbarrarmi il passaggio. “Allora? Cosa è successo? Siamo nei guai grossi?” chiede, con un tono duro ma carico di preoccupazione. “Mi dispiace… mi dispiace davvero che sia andata così”, continua, evitando il mio sguardo. “Uno degli uomini di Vadim voleva picchiarla, così sono intervenuto. So che, facendo questo, ho mandato tutto all’aria…” Digrigno i denti. “Puoi andare”, dico secco. La mia espressione è inequivocabile: non ho alcuna intenzione di dare spiegazioni. Adrik mi osserva con aria perplessa, come se cercasse di decifrare ciò che non dico, ma alla fine si scosta e mi lascia passare. Ho questioni ben più gravi a cui pensare, e il cuore di quei problemi si trova proprio dietro questa porta: la ragazza, la mia piccola tigre.