Quando entro, il mio sguardo la cerca freneticamente. La trovo rannicchiata a terra, i capelli scompigliati, un livido che le segna la guancia e gli occhi pieni di lacrime. Il cuore mi si ferma per un istante, e per la prima volta in vita mia sento il peso della colpa. Colpa per aver fallito, colpa per ciò che ha dovuto subire, colpa per quello che ancora dovrà affrontare. Mi avvicino a lei lentamente, quasi esitante, come se la mia sola presenza potesse ferirla ancora di più. Quando si alza, con quello sguardo pieno di speranza che mi trafigge l’anima, sento qualcosa dentro di me andare in pezzi. “Nik… sei venuto a prendermi?” la sua voce è piccola, fragile, quasi un sussurro, ma mi colpisce come un colpo al petto. “Dimmi, per favore, che mi porterai via di qui”. Quelle parole mi squarciano dentro, lasciandomi senza fiato. Come potrò dirle la verità? Come potrò confessarle che… che per salvarla dovrò fare qualcosa di così disgustoso, qualcosa che non riesco nemmeno a pronunciare? Se fosse qualcun altro, forse non sarebbe così difficile. Forse riuscirei a spegnere la mia coscienza, a fare ciò che serve senza pensarci troppo. Ma lei… lei è troppo piccola, troppo pura, troppo innocente. Come potrò strapparle quella purezza con la forza, come potrò essere io quello che le toglierà ciò che nessuno dovrebbe mai portarle via? No, non succederà! Troverò un modo, inventerò qualcosa prima di arrivare a tanto. Quel maledetto bastardo non avrà la meglio così facilmente. “Purtroppo ci hanno scoperti…”, sussurro, la voce spezzata. “Mi dispiace, davvero. Al momento non posso fare nulla per lasciarti andare”. La vedo irrigidirsi, il suo sguardo pieno di paura e confusione. Mi costa un'enormità dirlo, ma devo. “Lui… lui ti vuole morta”. Con questo vedo la speranza nei suoi occhi spegnersi lentamente, come una fiamma che si consuma. Quando si ripiega su se stessa, il senso di colpa mi travolge ancora di più, facendomi sentire un maledetto bastardo. Mi ricompongo, cercando di soffocare quella vulnerabilità che lei riesce a tirare fuori da me, una debolezza che non ha posto nel mondo che devo affrontare. “Per evitare che succeda, c’è un prezzo da pagare”, dico, freddamente. “Cosa? Quale prezzo?” chiede con impazienza. “Vuole che tu venga a letto con me. Davanti a lui”. Sussulta, gli occhi si spalancano in un misto di incredulità e terrore. Indietreggia a piccoli passi, come se il mondo attorno a lei fosse crollato e non ci fosse più alcuna via di fuga. Mi fissa, paralizzata, con lo sguardo di chi sa che ogni scelta conduce solo al baratro. “Perfetto, meraviglioso…”, dice sarcastica con una rinnovata forza. “In ogni caso, non cambia nulla: finisco sempre per essere la puttana di uno o dell’altro. Fantastico!” esclama con una risata amara, carica di disprezzo. Poi i suoi occhi si accendono di una furia disperata, quasi folle. “Ma sai cosa ti dico? Preferisco morire piuttosto che diventare questo. Uccidimi! Uccidimi adesso!” La sua voce si spezza, ma non c’è traccia di paura, solo una sfida feroce, un grido che sembra voler squarciare il silenzio e me insieme. “É davvero quello che vuoi? Morire prima di provare un’altra via di uscita?” dico, mentre appoggio la mano sulla fondina della pistola che ha già notato. Qualsiasi cosa voglia fare, non glielo permetterò. “Non sono un oggetto da usare a vostro piacimento, né un pezzo di carne da prendere quando vi fa comodo! Preferisco morire piuttosto che vivere ridotta a questo!” Un accenno di rabbia si insinua dentro di me alle sue parole. Ho rischiato tutto per farla uscire da qui, l’ho protetta più di quanto meritasse, e ora, mentre sto lottando con ogni fibra del mio essere per tenerla in vita, mi chiede di ucciderla? Se fossi davvero come mio padre, avrei potuto farle qualsiasi cosa, soprattutto l’altro giorno, quando mi ha scagliato contro ogni oggetto a portata di mano, con la furia di una felina selvaggia e, dannazione, incredibilmente affascinante. “Potresti, per un attimo, ascoltare quello che ho da dire? O continuerai a urlarmi contro come se volessi davvero, come se fosse mia intenzione, andare a letto con una stupida ragazzina come te? Non sei il mio tipo e mai lo sarai!” Sussulta, gli occhi si spalancano in un misto di sorpresa e qualcosa che non vuole lasciar trasparire. Per un istante, un'emozione più profonda affiora sul suo viso, un conflitto che brucia dietro la maschera di rabbia. Poi, come un’onda, l’orgoglio la travolge, soffocando tutto il resto. “Stupida ragazzina, eh?” sputa fuori, la voce tremante, non solo di collera. “Detto da uno che non è altro che un maledetto criminale e assassino… E tu credi davvero che io potrei mai sentirmi attratta da uno come te? Per me, sei esattamente lo stesso mostro che è tuo padre!” Un altro colpo basso. Ringhio, il respiro si fa più pesante mentre mi avvicino a lei, ogni passo carico di quella furia trattenuta che ora minaccia di esplodere. Sono come un predatore che ha perso la pazienza di giocare con la sua preda. Quindi è così? Tutto ciò che ho fatto finora per lei non significa nulla. Sono un mostro lo stesso, agli occhi suoi. La mia voce si abbassa, scivolando in un tono pericoloso, tagliente come una lama. “Continua a farmi arrabbiare, e ti giuro che diventerò davvero il mostro che dici che sono”, faccio una pausa, il silenzio tra noi è come un filo teso, pronto a spezzarsi. Poi, con un sorriso amaro, aggiungo: “Anzi, ora che ci penso…dovrei smetterla di preoccuparmi. Dovrei lasciarti al tuo destino, lasciare che mio padre faccia di te ciò che vuole. Non dovresti nemmeno essere un mio problema”. Il suo viso si sbianca di colpo, come se avessi appena strappato via ogni briciolo di colore dalla sua anima. Qualsiasi cosa stesse immaginando in questo momento, è chiaro che è peggio della morte stessa. I suoi occhi si spalancano, ma non c'è rabbia, non c'è sfida: solo il vuoto di una paura che non riesce a nascondere. Scuote la testa lentamente, quasi impercettibilmente, e con una mano tremante si avvicina, esitante, fino a sfiorare il mio petto. Il suo tocco è fragile, come se stesse cercando disperatamente di aggrapparsi a qualcosa, a qualcuno, prima di sprofondare. Deglutisce a fatica, il suono quasi impercettibile, e il suo sguardo diventa vitreo, perso, mentre i suoi occhi si alzano per incontrare i miei. “Va bene”, dice, la voce appena un sussurro, ma abbastanza forte da trapassarmi. “Se andare a letto con te è il prezzo da pagare per vivere e scappare da quel mostro, allora lo accetto”. Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco. Non mi aspettavo una cosa del genere, non dopo la sua sfuriata. Per un dannato istante, un’ondata di desiderio mi attraversa, cruda e feroce, al pensiero di averla così. Ma poi la realtà mi schiaccia. Sono un bastardo, un maledetto pezzo di merda, e lei é troppo giovane per me. “Se devo scegliere... allora scelgo te. Almeno tu non sei abbastanza grande da poter essere mio padre”. Mi irrigidisco, il respiro si blocca nel petto, e la guardo, incapace di credere a ciò che ha appena detto. C'è qualcosa nei suoi occhi, qualcosa che mi fa male più di quanto avrei mai immaginato: non è solo paura, è rassegnazione. È come se avesse già accettato di essere spezzata, come se non avesse più niente da perdere. “Così…senza lottare, senza pensare a un piano…Con una sola dannata frase sei disposta a rinunciare... alla tua dignità?” “Cosa dovrei fare allora? Ti sembra che abbia una scelta migliore?” alza il tono. “Mi hai fatto chiaramente capire che queste sono le uniche opzioni che ho. Quindi, mi metto l'anima in pace e scelgo il male minore. Scelgo te”.