EMMA
Non ci baciamo più. Ansimiamo bocca a bocca, scambiandoci l'aria viziata, il sapore dell'altro. Il sudore scorre a ruscelli, mescola i nostri odori in un profumo unico, animale, indecente. Vedo sfilare nei suoi occhi grigi ogni pensiero proibito, ogni crepa, ogni divoramento. Lui vede i miei. Non c'è più maschera. Siamo due anime nude, aggrappate l'una all'altra nella caduta.
La pressione dentro di me diventa un blocco di lava, un punto di non ritorno. È troppo. È insopportabile. Voglio fuggire da questa intensità, voglio dissolvermici.
— Io... non ce la farò...
— Lasciati andare... lascia tutto per me...
La sua voce è spezzata, un ordine, una supplica. Accelera, diventa frenetico, disperato. Come se il mondo stesse per finire nel prossimo ronzio dell'ascensore.
È questo pensiero a far cedere l'ultima diga. La fine del mondo condivisa con uno sconosciuto. Il mio corpo esplode in una serie di contrazioni violente, silenziose, che strappano via tutto di me, anima compresa. Un grido muto deforma la mia bocca. Mordo la curva della sua spalla, la pelle salata, per ancorarmi alla realtà.
Il mio piacere lo fa sprofondare a sua volta. Lui emette un ruggito rauco, soffocato, un suono di bestia intrappolata, e si spinge un'ultima volta, a fondo, fino all'elsa. Sento la pulsazione calda, intima, dentro di me, il marchio ultimo e liquido di quest'atto.
LEON
Lei trema contro di me, piccoli tremori convulsivi che percorrono tutto il suo corpo. I miei rispondono in eco. Le mie braccia, che la sostengono ancora, sono di fuoco e di cotone. Rimanendo in lei, raccogliendo gli ultimi sussulti del suo piacere, i miei, mescolati.
Il tempo si dissolve. Non c'è più che il suono dei nostri respiri affannati, il ronzio lontano, il lampeggio pigro della luce rossa. L'odore del sesso e del sudore è denso, palpabile, il profumo del nostro crimine perfetto.
Mi ritiro infine, lentamente, e il gesto è una separazione dolorosa, quasi un'amputazione. Le sue gambe mollano la presa. Scivola lungo lo specchio, incapace di stare in piedi. La afferro prima che cada, la guido a sedersi sul pavimento freddo. Crollo accanto a lei, la schiena contro la parete opposta, le gambe distese.
Il silenzio che si installa è pesante di tutte le parole mai pronunciate e di tutte quelle che non lo saranno mai.
Giro la testa. Lei è lì. Il suo vestito a brandelli, risalito sulle sue cosce marmorizzate dall'impronta delle mie dita. Le sue labbra sono tumefatte, sanguinanti in alcuni punti. Il rossetto è sparito, cancellato dalla mia pelle, dai nostri baci. Fissa il soffitto rossastro, gli occhi spalancati, brillanti di un bagliore che non so interpretare. È rimpianto? Sgomento? Stupore puro?
Tendo una mano. Le mie dita sfiorano il segno a mezzaluna che il mio collier ha lasciato sulla pelle sottile della sua nuca. Lei chiude gli occhi, un brivido percorre il suo corpo, ma non si sottrae.
Non parliamo. Nessun suono potrebbe essere all'altezza del vuoto e del pieno che abbiamo appena vissuto.
All'improvviso, con un ronzio meccanico e un sussulto, l'ascensore riprende vita. La luce principale si accende di colpo, bianca, cruda, spietata.
Sbatriamo le palpebre, accecati, come strappati da un sogno troppo vivido per essere vero.
I numeri sopra la porta ricominciano a lampeggiare. Il mondo esterno ci reclama.
EMMA
Il ding dell'ascensore che arriva al mio piano è il suono più crudele che abbia mai sentito.
Mi alzo. I miei muscoli urlano. Le mie gambe traballano. Tiro il tessuto del mio vestito per rimetterlo a posto, un gesto assurdo, futile. Tutto in me è nudo, in disordine, segnato.
Non lo guardo. Non posso. Se incrocio il suo sguardo, resterò. Mi getterò su di lui di nuovo. O crollerò in lacrime. Sento il suo sguardo su di me come una bruciatura fisica, una carezza su ogni centimetro di pelle esposta.
Le porte si aprono. Il corridoio beige e silenzioso dell'albergo si offre a me. Un mondo di moquette spessa, luce soffusa, normalità soffocante.
Faccio un passo. Poi un altro. Il pavimento sembra muoversi sotto i miei piedi.
Mi fermo. Sul bordo dell'abisso. Mi giro.
Lui è ancora seduto per terra. La sua camicia spalancata sul suo petto segnato, i pantaloni sbottonati. I capelli in disordine. I suoi occhi grigi, quegli occhi che hanno visto tutto, mi catturano un'ultima volta. Non c'è tenerezza. Non c'è addio. Non c'è "a presto".
C'è il riconoscimento grezzo, nudo, dell'incendio che abbiamo acceso e in cui ci siamo consumati. Una verità senza veli.
Giro i tacchi. Esco. Le porte si chiudono dietro di me in un soffio dolce e definitivo, tagliando il legame fisico, sigillando quello, molto più profondo, che si è appena forgiato.
Nel corridoio, cammino. Ogni passo è uno sforzo. L'odore di lui, di noi, è incrostato nella mia pelle. Nei miei pori. Nel profondo di me. Indelebile.
Il mio corpo è una mappa dei suoi segni, dolorosa, viva, divorata e divorante.
Qualcosa in me ha bruciato fino alla cenere. Qualcos'altro è nato, ardente, vorace, e terribilmente pericoloso.
Apro la porta della mia camera. La vita, con i suoi obblighi, le sue bugie, la sua calma piatta, mi aspetta, apparentemente identica.
Eppure, nulla sarà mai più come prima.
E nel profondo del mio silenzio, porto già la memoria bruciante di quella caduta libera. La memoria della carne, della pulsione, e della spaventosa, magnifica verità che ci ha presi nella sua morsa di ferro.