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923 Words
6L’opinione pubblica è divisa, come spesso accade, tra colpevolisti e innocentisti. È iniziata una raccolta di firme per attivare gli iter burocratici e di legge che possano far tornare in libertà, e presto, Maurizio Vivaldi. I giornali non paiono abbassare la guardia, mentre un produttore cinematografico ha espresso la sua intenzione di girare un film sulla storia. Il Questore risponde istericamente a questi stimoli diversi vuoi urlando a squarciagola improbabili proclami, vuoi chiudendosi in ufficio per intere giornate. Maurizio Vivaldi intanto non intende collaborare e il magistrato, chiuso in un angolo, ha di nuovo chiesto aiuto a Meucci, che in una tarda mattinata di settembre si è messo in viaggio per Torino, destinazione l’ospedale Molinette. Già, perché il buon Vivaldi è stato trasferito al reparto detenuti dell’ospedale. Essere un poliziotto o un ex poliziotto in carcere conta ben poco. Il tuo destino è scontato. E allora bisogna intervenire con urgenza per garantire la sicurezza all’imputato e la necessaria serenità alla polizia penitenziaria. Di opzione accettabile ve ne è solamente una. Una sorta di, chiamiamolo “privilegio”, concesso a tutti coloro che hanno indossato una divisa. Il carcere militare. In questo tipo di strutture scontano le pene i militari e gli ex appartenenti alle forze dell’ordine. Si evitano così vendette e sgraditi incontri con chi, magari, è stato arrestato quando si era ancora in attività. Una sorta di salvacondotto per un carcere con le stellette. Una prigione protetta da delinquenti comuni e affini. Meucci discute con il magistrato in corridoio. È nervoso perché Vivaldi è sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio e alimentato a forza. È legato al letto come in una camicia di forza e la situazione appare a dir poco sconcertante. «Dottor Meucci, non ho più alternative. Ho provato con la sorella ma niente. Lui non reagisce. So che eravate amici veri, quasi fratelli. La prego, lo aiuti. Lo convinca a smetterla con questa sciocchezza. È pericoloso». Meucci è pallido in volto. Deve tentare di gestire una situazione al limite della logica. Con Vivaldi, il suo migliore amico. Cosa inventarsi? Cosa dirgli per stimolarlo a uscire da quell’oblio malato in cui è piombato? Si mordicchia nervoso le unghie prima di entrare nella stanza asettica che puzza di medicinali, poi, dopo aver inspirato con forza, si decide e varca la soglia. Lo scorgo avvicinarsi lento e sfocato. Sento che mi prende la mano e la stringe. Non parla. Mi guarda e basta. Ora lo vedo meglio, più a fuoco. È dimagrito anche lui, non quanto me, però. Il volto sciupato. Gli occhi scuri si affacciano da occhiaie profonde e consumate. Cerco anche io di rispondere con la mano, lui sorride impacciato. «Mauri, riesci a parlare?» Replico con un sorriso. Poi una lacrima scivola furtiva sulla mia gota. Chiudo gli occhi. «Mauri, ne usciremo. Fidati di me. Fidati, per Dio! Io non ti mollerò qui, stanne pur certo. E poi l’ho promesso a Loretta, capisci?» Riapro gli occhi e lo guardo. Loretta. La mia Loretta che non c’è più. Cerco di stringergli la mano, ma non ci riesco. Sono senza forze. «Ale…», mormoro sottovoce. Lui si avvicina. «Perché, Ale. Perché?» Lui inizia a parlare senza guardarmi. Lo conosco bene. Non vuole lasciarsi andare, resiste a oltranza. Le sue parole rimbalzano tra le pareti della stanza come palline da tennis, troppo veloci per dar loro un senso. Io chiudo gli occhi e lo lascio al suo destino. Mi scuote. Ora aumenta il tono di voce. Sembra irritato. Mi parla di difesa, di un avvocato. Mi urla di non arrendermi. Poi si alza nervoso e comincia a passeggiare nella camera. Insiste nel volermi far firmare una delega. Bofonchia qualcosa su di un suo amico azzeccagarbugli. Uno molto bravo. Ma che bisogno ho di un difensore di fiducia ora che sono un assassino? Ho scelto io di diventarlo. Mi volto dall’altra parte e la mia mente torna sulla scena del delitto. Marco Gobbi è ai miei piedi e mi provoca, mentre io con la pistola in mano cerco di resistere alla tentazione, ma è più forte di me. La mano trema e il mio cuore batte forte, come ammattito. Ho i brividi e sudo freddo. La testa mi fa male e mi sembra d’impazzire. Loretta, la mia Loretta. L’uomo ai miei piedi l’ha uccisa solo per rendermi la vita un inferno. La sua vendetta, la sua giustizia privata, la sua logica conclusione. Una frase di Ungaretti, la morte si sconta vivendo, il suo commiato e la mia punizione eterna. Mi guardo intorno e vedo loro, i ragazzi della squadra a cui ho intimato di gettare a terra le armi. E poi incrocio il suo sguardo. Quello di Meucci. È stanco, preoccupato, ferito. Mi supplica di non sparare, ma io non ragiono più, mi implorano tutti, ma io non li ascolto. Quel pezzo di merda ha ucciso la mia Loretta e prima di lei molte altre persone. Quell’uomo non merita niente. Deve morire. Le lacrime mi annebbiano la vista, il sudore mi cola sulla fronte e scivola impertinente lungo la schiena, la mia mano trema come una foglia al vento. La mia vita finisce qui. Sparo. «Firma qui, firma, ho detto!», urla Meucci infilandomi nella mano destra una penna. Io lo guardo con sospetto. In mano ha dei fogli. «Ti fidi ancora di me, Mauri? Ti fidi ancora di me?», continua stringendomi un braccio. «Sì», sussurro con un filo di voce. «Allora firma!» Scarabocchio su quei fogli senza sapere cosa sono. Ma firmo. Perché è vero. Io di Meucci mi fido. E mi fiderò sempre. 7
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