SANAA
Sono in fiamme. E non di quel fuoco che scalda dolcemente. No. Di quello che graffia la gola, che fa tremare le mani, che brucia sotto la pelle senza lasciare tregua.
La formazione si è conclusa in un silenzio teso, quasi ostile. Non ha incrociato il mio sguardo nemmeno una volta. Nessuna parola personale. Solo i suoi grafici, le sue proiezioni, i suoi fottuti indicatori di performance.
Mí sta punendo.
Lo sento in ogni secondo in cui mi ignora metodicamente, in ogni silenzio che tende come una trappola tra noi. Mi punisce per essermi arresa. O per averci preso gusto. O forse sta punendo sé stesso per essere stato debole.
Ma io, io ribollo.
Quando chiudo la porta della mia stanza, ho la nausea per ciò che mi fa provare. Mi libero delle mie scarpe con i tacchi come se fossero loro a inchiodarmi al suolo. Resto in piedi, dritta, il respiro corto.
Non sono più una donna. Sono una falla. Una cicatrice a vivo. Un grido rinchiuso in una gabbia toracica.
E quando sento la porta aprirsi senza bussare, senza esitazione, ho appena il tempo di voltarmi.
È lì.
Sempre così freddo. Sempre così calmo.
Impeccabilmente abbottonato, completo perfettamente aderente, mascella contratta. Ma vedo la tensione nei suoi occhi. Quella scintilla di temporale sotto controllo. E sento il mio corpo rispondere, contro la mia volontà.
Mi raddrizzo lentamente. Ferocemente.
— Cosa vuoi?
La mia voce è secca. Quasi spezzata. Mi gratta la gola come una lama arrugginita.
Si avvicina. Chiude la porta alle sue spalle.
— Quello che ho lasciato stamattina.
Le sue parole sono semplici. Ma il suo tono mi trafigge.
Indietreggio di un passo. Le mie mani tremano, ma non di paura.
— Vuoi solo godere, vero? Niente complicazioni, niente legami.
Annuisce lentamente, lo sguardo ancorato nel mio.
— Era chiaro fin dall'inizio.
Lo fisso. Sento lo schiaffo bruciarmi sul palmo della mano, ma non la alzo. Faccio di peggio.
Sbottono lentamente la camicia. Un bottone alla volta. Come si tolgono delle manette invisibili.
— Allora vai. Fottimi come fotti un'estranea, senza nome. Senza sguardo, solo corpo.
Sono a seno scoperto davanti a lui. I miei seni si sollevano ad ogni respiro teso. Lui non si muove, ma i suoi occhi si fanno scuri, più profondi.
E all'improvviso, è su di me, la sua bocca mi sbatte contro il muro. Grugnisco, mordo. Lui risponde. La sua lingua invade la mia. Le sue mani mi premono contro la parete come se volesse fondermi nel cemento.
Lo afferro per la nuca, lo attacco con le unghie. Lui strappa il resto della mia camicia, mi solleva, mi porta fino al letto senza mai interrompere l'assalto della sua bocca.
Cado sulle lenzuola, lui mi schiaccia con il suo peso, il suo respiro è ardente contro la mia guancia.
— Vuoi che sia brutale? mormora contro la mia gola. Vuoi soffrire per me?
— Voglio dimenticare che sei tu.
Mi afferra per i fianchi, mi gira con un gesto secco. Il mio viso s'infrange nel materasso. La mia schiena si inarca. Indosso solo la gonna e le mutandine, che lui strappa con un unico, secco movimento. Il tessuto si lacera. Quasi godo di quel suono.
Mi penetra senza dolcezza, senza preavviso. Un gemito mi sfugge, mescolato di dolore e piacere. È già dentro di me, tutto intero.
Le sue spinte sono selvagge, incontrollate. Mi afferra per i capelli, mi solleva quel tanto che basta per sussurrarmi all'orecchio:
— Non vuoi tenerezza. Vuoi essere sporcata. Vuoi essere sfinita.
�� Taci e prendimi come se non fossi nessuno.
Grugnisce, mi martella più forte, più profondo. I miei gemiti si trasformano in grida. Mi tappa la bocca con la mano per soffocarmi. Per possedermi senza testimoni.
Il mio corpo non sa più se brucia di vergogna o di desiderio.
Quando mi gira di nuovo, i suoi occhi sono rossi di tensione. Mi prende per i polsi, li blocca sopra la mia testa.
Sono stesa, nuda, ansimante, offerta.
E lui mi guarda come un animale incatenato sul punto di distruggere tutto.
— Vuoi sapere cosa provo? sputa. Cosa mi fai?
Scuoto la testa, ansimante. Ma lui non mi lascia fuggire.
Mi penetra di nuovo, lentamente questa volta. Troppo lentamente. Ogni centimetro è una tortura. Mi guarda. Mi costringe a guardarlo.
— Ti odio, sussurra. Perché ti voglio troppo.
E si schianta contro di me.
Lo abbraccio contro la mia volontà, contro tutto. I nostri corpi si scontrano. Si lacerano. Si riconciliano. Si sfidano ancora. Finché entrambi non esplodiamo, in un grido, in un caos, in un piacere che assomiglia a una guerra.
Quando è finita, resto lì, lo sguardo perso sul soffitto, il suo sudore contro la mia pelle, il suo respiro ancora in me.
Si alza, si riveste senza una parola.
E prima di varcare la porta, mormora:
— Non è finita.
Non rispondo. Perché so che è vero.
E che non lo vorrei altrimenti.