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La suora bianca

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Erede di una grande proprietà, Angela Chiaramonte, dopo la morte del padre, perde tutto per le trame della sorellastra, la marchesa di Mola, che distrugge il testamento del principe. Giovanni Severini, il fidanzato di Angela, parte per la guerra in Africa, promettendole di sposarla al suo ritorno. Poco tempo dopo, però, in Italia giunge la notizia della morte di Severini e Angela entra in convento.

In realtà, Giovanni non è morto, ma è stato fatto prigioniero. Riuscito a fuggire, ritorna in patria e ritrova la fidanzata. Ma lei, alla sua richiesta di lasciare il convento, decide di non rinunciare ai voti. Lui troverà la morte aiutando la popolazione durante un"eruzione del Vesuvio.

Francis Marion Crawford, conosciuto con il nome F. Marion Crawford (Bagni di Lucca, 2 agosto 1854 – Sant"Agnello, 9 aprile 1909), è stato uno scrittore e drammaturgo statunitense noto soprattutto per le sue opere horror, molte delle quali vennero adattate per il cinema.

Traduzione dall"inglese di Gian Dauli, pseudonimo di Giuseppe Ugo Virginio Quarto Nalato (1884 – 1945)

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I

I

— Non posso farne a meno – disse placido Filmore Durand. – Dipingo ciò che vedo. Se la somiglianza non vi appaga, sarò ben felice di tenere il lavoro per me.

La marchesa protestò. Non si trattava di cosa grave, ella disse, un nonnulla negli occhi, nel sopracciglio sinistro, o nella linea della gola: non avrebbe saputo definire, ma v'era qualcosa che dava alla nipote una espressione estatica, quasi ascetica, che non le era naturale. Se il maestro volesse soltanto dare quel piccolo tocco indispensabile, il ritratto sarebbe perfetto.

Il pittore, quasi non avesse udito quel consiglio, porse all'uomo, che attendeva in piedi accanto a lui, pennelli e tavolozza. Il grande pittore americano odiava gli ingombri che tolgono spazio e luce nello studio di un artista, così come li avea odiati il suo grande predecessore Lenbách: quando lavorava, il vecchio servo stava accanto a lui e gli porgeva, traendoli da un recesso nascosto da una tenda, pennelli, palette, tubi di colore e matite, secondo la richiesta.

— A me piace così – disse Giovanni Severi poggiando la mano sulla impugnatura della spada e contemplando attentamente il ritratto e l'originale.

La fanciulla sorrise, lieta di quella approvazione: ella stessa riteneva il ritratto somigliante per quanto tutt'altro che adulatore. La invecchiava un poco, le dava una espressione grave; gli occhi che splendevano di vita e di giovinezza, quando si fissavano sull'ufficiale che l'accompagnava, erano sulla tela seri e tristi. Qualche irregolarità dei lineamenti risultava maggiormente nella pittura. Anche nelle brune sopracciglia era una notevole imperfezione, poichè mentre il lato destro si disegnava in una curva perfetta, il sinistro, nel punto in cui faceva angolo col naso, volgeva in su, creando un'asimmetria strana e disarmonica: la marchesa del Prato avrebbe anche giurato che la linea del naso di sua nipote non avesse quella perfezione di tratto, che il maestro le aveva impresso, nè il viso quella espressione ascetica e rapita. Dio volesse che fosse stato così! La marchesa sarebbe stata ben lieta, se Angela fosse entrata in un convento. Non vi era pertanto alcuna probabilità che il caso si avverasse e la marchesa riteneva che presto o tardi il matrimonio della fanciulla con Giovanni Severi sarebbe stato annunziato e celebrato.

Filmore Durand guardò alternativamente i tre, si carezzò i baffi e accese una sigaretta, non perchè avesse voglia di fumare, ma perchè non ne poteva fare a meno. C'è differenza. Poi guardò il quadro, quasi dimenticando di non essere solo: lo guardò e gli piacque, per quanto non ne fosse completamente soddisfatto.

I grandi artisti come i grandi scrittori, raramente si lasciano prendere nei ceppi delle teorie. Una delle maggiori caratteristiche del genio giunto alla maturità è che questo scaturisce direttamente dalla concezione alla espressione, senza alcuna preoccupazione del metodo: un uomo che ha adoperato i medesimi oggetti per anni e anni, non esita nello scegliere quello più appropriato al lavoro che deve fare. La mente inquieta dell'artista scopre nuove e vivide relazioni tra il vero e il bello e le trasfonde nel colore, nella creta o nelle parole. Mentre lavora non si sofferma a pensare o a criticare il lavoro ancora incompiuto: in quel momento è sicuro di sè, e soprattutto è felice, giacchè tutta la felicità che l'artista può ricavare dalla sua arte sta in quel periodo transitorio, tra il lavoro ancora abbozzato e il lavoro quasi compiuto. Nella corsa da un punto all'altro di questa traiettoria egli ha fede nel suo talento e nella sua forza, e sogna glorie indiscusse: egli si sente il re dell'universo. Quando l'artista è in questo stato di grazia, viene chiamato orgoglioso, arrogante, da coloro che non sanno quale lotta interna ha preceduto il lavoro e quale delusione attende l'artista al termine dell'opera sua, quando il freddo giudizio e l'ultimo tocco marcano la distanza posta tra un ideale perfetto e la realtà raggiunta. E meno gli altri si accorgono dei difetti dell'opera, più l'artista ne è cosciente e ne soffre.

Si diceva che i ritratti di Durand, erano «profetici», e che i suoi pennelli incidevano sulla tela il carattere e l'intima essenza dei modelli.

— Non ne posso fare a meno – diceva egli. – Dipingo ciò che vedo.

Angela Chiaromonte – nella sua prima visita allo studio di Durand – ispirata da un piccolo altare del XV secolo, recentemente acquistato dal pittore, si era, per celia, avvolta il capo in un lungo velo bianco che le fasciava la gola, come quello delle novizie nel giorno in cui pronunziano i voti.

Fosse il silenzio dello studio o lo sguardo acuto del pittore, la fanciulla a un tratto era diventata seria, quasi triste: la luce del giorno morente o quella interiore dell'anima le aveva alterato i lineamenti. Così l'aveva vista Durand, quel giorno, e il viso purissimo, l'espressione ascetica erano stati trasfusi nell'impasto dei suoi colori, nell'armonia delle linee, come se quella fosse la vera personalità della dolce creatura, alla quale il mondo avesse sovrapposto una maschera provvisoria e banale.

Ora il quadro era terminato e l'americano contemplava la sua opera, avvolto in una nube di fumo che lo isolava dagli altri: la marchesa e il giovane ufficiale parlavano sommessamente, in italiano. Non comprendeva bene l'italiano, e con lui i suoi ospiti parlavano inglese, così come avrebbe parlato francese con un francese e tedesco con un tedesco, con sicurezza e fluidità.

— Ciò che mi pare sorprendente – disse la marchesa che detestava la graziosa nipote di suo marito – è che del tuo ritratto egli non abbia fatto un dipinto di Carlo Dolce. Con la tua faccia, sarebbe stato facile.

Giovanni Severi battè il piede a terra con impazienza, si udirono gli speroni tintinnare, battuti l'uno contro l'altro con collera. Giovanni era magro, asciutto, alto: le guance fortemente abbronzate, capelli castani nei quali guizzavano ciocche rossicce, i piccoli baffi, parevano quelli di un uomo biondo vissuto per molti anni in un clima tropicale. Il naso aveva una classica linea romana, la bocca era diritta e severa; pure il suo viso non avrebbe avuto nessuna caratteristica speciale, se gli occhi non avessero tradito la natura di quell'uomo: occhi ardenti, un poco arroganti, d'un colore castano-oro, occhi che scintillavano come per mille puntolini, quando la collera li animava. Se l'espressione del viso fosse stata meno franca, quegli occhi sarebbero stati intollerabili: essi mettevano in guardia chi li fissava, dicevano che quell'uomo era impetuoso se spinto agli estremi e assolutamente incapace di misurare il pericolo o di considerarne le conseguenze quando la sua collera divampava. Aveva circa ventotto anni e indossava l'uniforme di ufficiale di artiglieria. In cuor suo aveva riprovata la frase della marchesa e il tintinnio degli speroni aveva preceduto solo di un attimo la sua risposta:

— Fortunatamente non siamo nello studio di un caricaturista.

La marchesa che, a quando a quando, affettava una forte miopia, sollevò l'occhialetto e lo guardò corrucciata. Ma egli sostenne quello sguardo con fermezza e la donna per la prima abbassò gli occhi.

— Siete molto scortese – disse.

Ella faceva ottime caricature ad acquerello e aveva compreso l'allusione del giovane. La madre di Angela, donna molto pia, morta giovanissima, era stata odiata dalla marchesa perchè aveva sposato l'uomo che aveva scelto per sè; il maggiore, cioè, di due fratelli dei quali la marchesa aveva sposato l'altro, con un titolo meno altisonante e una fortuna più modesta. Ella si era vendicata, riproducendo la cognata in mille guise, rappresentandola in atteggiamento ascetico, come una santa del medio evo, o in contorti atteggiamenti estatici, con guance infossate e occhi cerchiati. Giovanni aveva visto molte volte quei disegni che la perfida marchesa non aveva distrutto neanche quando la principessa Chiaromonte era morta: ma nessuno ne aveva mai parlato ad Angela. La fanciulla non amava la zia, ma pareva che avesse ereditata la bontà e la sottomissione materna che le davano la forza di tollerare i modi bruschi e le maligne insinuazioni di colei che invece avrebbe dovuto amarla e proteggerla.

In quel momento, conscia del sopravvenire di una tempesta, che voleva a tutti i costi evitare, ella era discesa dalla piattaforma mobile sulla quale aveva posato per il ritratto e si era avvicinata al pittore. Durand era così alto che Angela dovette volgere in su la testa per poter fissare il suo volto.

— Io non potrei mai essere buona come mi avete fatta in quel quadro – disse in inglese, ridendo. – E nemmeno così sinceramente rapita. Ma vi ringrazio egualmente di avermi tanto elevata nella vostra immaginazione.

— Voi non potrete mai essere diversa – replicò il pittore, convinto.

La marchesa intanto s'era alzata e seguita da Giovanni si avvicinò ai due.

— Dobbiamo andare – disse ritornando gentile. – Sono stata molto lieta dell'occasione che mi ha permesso di passare qui, nel vostro studio, tanti piacevoli pomeriggi. Mio cognato verrà senz'altro domani e sono sicura che sarà entusiasta del ritratto di sua figlia.

Filmore Durand rise indifferente, ma si curvò a baciare la mano che la dama gli protendeva. A lui importava poco che il ritratto piacesse o meno al padre di Angela. Piaceva a lui e avrebbe preferito tenerlo per sè, se fosse stato possibile. Il danaro non aveva importanza per lui.

— Quando potrò rivedervi? – mormorò Giovanni alla fanciulla, mentre la marchesa scambiava quelle poche parole col pittore.

Invece di rispondere, Angela scosse il capo dubbiosa: non poteva fissare un appuntamento, così sui due piedi, ma i begli occhi ebbero un lampo di vera gioia che le illuminò tutto il viso, così come i primi raggi del bel sole di primavera illuminano il cielo bianco dell'alba. Il giovane ufficiale le sorrise e si morse le labbra per trattenere le folli espressioni di tenerezza che in un baleno gli affiorarono alle labbra. Angela comprese che cosa lo aveva tanto commosso e nella sua semplicità quasi infantile ne fu felice. Ora ella non somigliava più tanto al ritratto: le labbra schiuse a un piccolo sorriso turbato eppure dolce erano come i petali di una rosa bagnata di rugiada, la dolcezza degli occhi era velata dalle ciglia semichiuse, le narici ebbero un piccolo fremito che la scosse tutta.

I due giovani si conoscevano da circa un anno, da quando cioè Angela aveva lasciato il collegio per entrare nella solitaria casa paterna; ma fin dal primo incontro Giovanni aveva compreso che nessuna donna, come Angela, aveva saputo suscitare in lui il sentimento di amore, di dedizione completa onde era piena la sua anima. Dapprima Angela ignorò il potere che ella esercitava su di lui, poichè mai il giovane la vide turbata o ansiosa, quando le muoveva incontro in un salotto affollato o quando la raggiungeva nei giardini del suo palazzo durante la passeggiata che la fanciulla compiva in compagnia della sua istitutrice, o quando ella cavalcava a fianco di suo padre nella campagna romana. Giovanni aveva molto tempo libero e la sua ostinazione nel ricercare la compagnia della giovane poteva essere compromettente per lei; bisognava quindi essere prudente e cercare di non incorrere nelle ire del principe Chiaromonte, assai rigido e ossequiente alle tradizioni. Malgrado i recenti mutamenti politici, egli ancora suddivideva la società in «bianchi e neri» e rifuggiva da coloro che chiamava «i liberali», così come li aveva chiamati suo padre nel 1870. Quando era impossibilitato ad accompagnare la figliola, egli l'affidava alla marchesa per quanto nutrisse la perfetta convinzione che nè la marchesa nè il marito di lei fossero dei perfetti clericali. Se egli avesse potuto solamente imaginare che Giovanni Severi aveva deciso di sposare Angela, avrebbe fatto di tutto per spezzare all'inizio quel legame: ma una tale idea non gli era mai neppure balenata nella mente e, del resto, egli non poteva nemmeno lontanamente supporre che la figliola potesse incoraggiare l'amore di un uomo che non fosse del tutto gradito a lui. Così, mentre Angela vedeva quasi ogni giorno Giovanni Severi e ballava con lui quasi tutte le sere, il principe, segretamente, combinava il matrimonio dell'unica sua figliola con l'ultimo discendente di una famiglia clericale e intransigente quasi quanto lui stesso. Il giovane in questione era leggermente zoppo, apatico e vizioso, pallido e dinoccolato. Una ereditaria infermità nervosa lo faceva cascare dal sonno, se appena si faceva un po' di silenzio e di penombra intorno a lui. Ma, purtroppo per il principe, questa infermità non era considerata un ostacolo al matrimonio. Un uomo che dorme tutto il giorno e tutta la notte non può operare il male: certo non può tediare la moglie coi suoi rimbrotti, non può suscitare la sua gelosia quindi poteva essere il modello dei mariti. Quando si fosse addormentato d'estate, nel salone da ricevimento, la moglie seduta accanto a lui avrebbe riposato, quando d'inverno egli doveva accompagnarla in società, ella avrebbe cercato di tenerlo sveglio almeno quel tanto che bastava per giungere nella casa che doveva ospitarli. Per il resto, ella avrebbe portato uno dei nomi più illustri d'Europa, sarebbe stata ricchissima e avrebbe avuto un uomo onesto al suo fianco. Che cosa poteva chiedere di più? Visto che non si può avere tutto al mondo, bisognava pure che si contentasse. Chiaromonte continuava dunque le sue trattative matrimoniali, senza neanche pensare a renderne edotta la parte più interessata. Vi sarebbe stato tempo per ciò, quando gli avvocati avessero sistemata la parte finanziaria e quando la data del matrimonio fosse stata fissata. Sei settimane di preavviso erano fin troppe, quando si hanno molti denari a disposizione.

Per il momento i genitori curavano la felicità dei loro due figli: Angela danzava e si divertiva secondo la sua inclinagione, lo sposo destinatole dormiva indisturbato. I preliminari erano ancora in discussione: gli avvocati non erano andati d'accordo sui capitoli matrimoniali, sulle concessioni da fare alla sposa per il suo spillatico, sulla necessità di avere due o tre case, una in città e due in campagna, sulla possibilità di un viaggio di nozze più o meno lungo. Tutto doveva essere fissato per contratto, onde evitare, dopo, le disgustose discussioni e gli equivoci. Gli avvocati delle due parti erano amici intimi da molti anni, ma ciascuno di essi avrebbe creduto di venir meno al proprio dovere non litigando con l'altro almeno una volta su ogni postilla del contratto.

Ma il Fato vegliava e al momento opportuno intervenne per mettere termine a ogni discussione. Il lavoro degli avvocati fu troncato netto da qualcosa che doveva portare un radicale mutamento nella vita della fanciulla e sottrarla al destino comune a tante sue coetanee le quali, innamorate di un uomo da lungo tempo prescelto, si vedevano costrette dai parenti a sposarne un altro, per forza, visto che per amore non era possibile.

Angela Chiaromonte, proprio mentre il padre pensava ad assicurarle un avvenire luminoso di ricchezza e di nobiltà e un focolare triste e desolato, comprese di amare Giovanni Severi e giunse fino a promettergli di sposarlo. La marchesa del Prato e molti amici avevano da tempo preveduto quell'epilogo, ma si erano guardati bene dal parlarne al principe, sia perchè egli frequentava poco la società e assai raramente in quei tempi accompagnava la figliola. L'avvenimento che portò lo scompiglio nei piani del principe Chiaromonte fu dei più gravi e pose termine al dibattito fra le due famiglie in modo definitivo; il matrimonio che forse non avrebbe turbato i sonni del promesso sposo, ma che certamente avrebbe fatta l'infelicità della fanciulla, eroina di questo romanzo, non doveva compiersi. Così voleva il Destino.

Filmore Durand accompagnò la marchesa fino alla porta di casa: i due giovani seguivano a qualche metro di distanza. Stava per chiamare il servo quando lo sentì parlare al telefono. Era un bravo uomo che parlava tutte le lingue e che da anni lo seguiva nelle sue peregrinazioni di artista. Evidentemente qualcuno al telefono domandava della marchesa, questo almeno il pittore comprese dalle brevi frasi tronche del domestico.

Sissignore... la marchesa è qui... viene al telefono...

— Desiderano la signora marchesa al telefono – disse in inglese, porgendo il ricevitore.

— Pronto. Con chi parlo? Sì, sono la marchesa del Prato. Chi è?

Seguì una pausa che parve eterna: Angela si accorse che la zia impallidiva, visibilmente costernata.

— Morto? Mezz'ora fa? – esclamò la dama atterrita.

Stringeva ancora nella destra il ricevitore, ma con la sinistra pareva cercasse aiuto, quasi fosse sul punto di venir meno. Durand fu il primo ad avvicinarsi a lei, pronto a reggerla nel caso fosse caduta.

— Chi è morto? – domandò Angela, con evidente ansietà.

— Tuo padre – rispose l'altra con tanta incisiva brutalità, che Giovanni ebbe un sobbalzo e Durand un lampo di collera negli occhi. Egli conosceva abbastanza l'italiano, per comprendere le parole della donna.

Angela vacillò, il suo viso divenne mortalmente pallido: le braccia protese parvero cercare qualcosa a cui aggrapparsi, gli occhi le si chiusero quasi per non vedere l'orrore che le parole della zia avevano suscitato nel suo cuore.

La marchesa la guardò in modo strano.

— Poveretta – disse con simpatia convenzionale. – Avrei dovuto prepararti a questa notizia.

— Pare anche a me – proruppe Giovanni con collera.

Egli aveva condotto Angela verso una delle grandi sedie di cuoio, addossate alle pareti dell'anticamera. La fanciulla sedette, si appoggiò alla spalliera, affranta.

— È stato investito da un'automobile nei pressi di questa casa – spiegò la marchesa al pittore. – È morto subito. Poveretto!

— Prendi del cognac e dell'acqua – ordinò il pittore al servo.

— Sì, presto, presto! Sviene – mormorò ansioso Giovanni.

Ma Angela non era svenuta! Comprendeva perfettamente ciò che si diceva intorno a lei e la disgrazia che l'aveva colpita. Tentò di alzarsi, ma dovette convincersi di avere troppo presunto dalle sue forze. Alla fine riuscì a mettersi in piedi e, ferma dinanzi alla zia, le disse quasi imperiosamente:

— Andiamo.

Rimasto solo, il pittore ritornò presso il ritratto. La scena svoltasi sotto i suoi occhi l'aveva sinceramente addolorato e anche un po' disgustato. La cattiveria della marchesa era stata troppo palese, perchè egli non comprendesse che la fanciulla, rimasta orfana, avrebbe avuto molto da soffrire se fosse rimasta affidata alle sue cure. In ogni modo, però, la morte del principe cambiava molto la sua situazione. Forse il quadro non gli sarebbe stato richiesto, forse avrebbe potuto tenerselo e ne era soddisfatto. Mai un suo lavoro gli era parso tanto ben riuscito: aveva deciso di farne una copia per sè, ma se gli restava l'originale, tanto meglio. Gli eredi non avevano certo alcun interesse ad avere quella tela e la fanciulla non gli era parsa molto entusiasta: ciò non era certo lusinghiero per l'artista, ma Durand preferiva quello scarso apprezzamento del suo lavoro, che gli avrebbe permesso di tenere per sè la tela, a una somma di danaro sia pure ingente.

Nel tardo pomeriggio si recò al palazzo Chiaromonte per apporre la firma sul registro: spinse il cancello e entrò nella casetta del custode. Questi, vestito a lutto, sedeva presso un tavolo, affranto e cupo, come imponeva la circostanza. Il pittore domandò notizie di Angela, ma il custode non era in vena comunicativa e gli rispose brevemente, seccamente, con parole che egli non comprese bene. Sì, la signorina era rientrata con la zia, entrambe erano di sopra. Questo e non altro riuscì a strappargli di bocca. Temendo che si trattasse di un corrispondente di giornale estero, il custode non volle dire altro.

L'americano ringraziò e si allontanò, lungo la strada, rumorosa in quell'ultimo pomeriggio di carnevale. Camminava a capo chino e pensava agli ultimi avvenimenti del suo soggiorno romano. Accese una sigaretta, la fumò in fretta, ne accese un'altra e poi ancora un'altra. L'aria bassa e sciroccosa gli teneva il fumo intorno alla persona, ed egli camminava come preso in un velo grigio, in cui si perdevano un poco i toni vividi intorno. Una profonda tristezza lo abbatteva; gli parve di essere avvolto da un'atmosfera tragica e misteriosa. La morte del principe, il dolore di Angela, la crudeltà della marchesa, lo turbavano: e Giovanni Severi gli appariva a tratti, alto, distinto, innamorato di quella fanciulla delicata, appena sbocciata alla vita. Intorno a lei già si addensava la sventura! L'avrebbe salvata l'amore di Giovanni? Quali mutamenti avrebbe portato nella sua vita la morte del principe? Pallida, dolce creatura soffusa di candore, avrebbe ella avuto la forza di lottare contro la crudeltà e l'invidia che l'attorniavano? Pensò all'espressione che egli le aveva dato sulla tela, e uno strano presentimento lo sconvolse: per la prima volta ebbe paura di avere trasfuso nel volto di Angela qualcosa che forse era già in fondo alla sua anima nobilissima.

— Il mondo è una baraonda tragicomica – mormorò. – È una commedia che finisce in tragedia o una tragedia che si conclude in una commedia.

Camminava instancabilmente, perseguendo una sua idea fissa. Donne del gran mondo, alle quali aveva fatto il ritratto, lo salutavano e gli sorridevano dall'alto delle loro carrozze, uomini appartenenti alle più elevate classi sociali non gli lesinavano le più cordiali parole di amicizia, passandogli accanto per la via, orgogliosi del breve cenno del capo col quale egli, corretto, compassato, rispondeva a tutti. Sarebbero rimasti di sasso, se avessero potuto udire le sue ultime parole e non ne avrebbero certamente compreso il significato: ma che importava? Il mondo era davvero una baraonda tragicomica. Il peggio è che nessuno se ne accorge!

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