La targhetta dorata fa sembrare la porta in legno tanto simile all'entrata dell'Inferno. Non che Louie sia mai stato nei bassifondi, o qualcuno gli abbia mai parlato dell'ingresso al Regno dei Dannati, eppure manca solo un sottofondo lugubre per completare l'atmosfera.
«Non ho intenzione di farlo.»
«E perché?»
Nate lo guarda con una sincera espressione confusa e Louie si chiede se davvero sia così scemo, o se faccia solo finta.
«Perché non ho intenzione di chiedere a Chase di uscire, ma ancora di più non ho intenzione di farlo mentre è in ufficio con suo padre» Louie sibila, a denti stretti.
Sempre che sia davvero in quell'ufficio.
Non può scappare solo perché i suoi amici gli stanno sbarrando entrambi i lati del corridoio, ma potrebbe colpirli tutti e due e tagliare la corda – basta non uccidere nessuno ed evitare la galera.
«Io penso che dovresti farlo.»
«Tu sei mio amico.» Louie punta un dito accusatore contro Daniel e si trattiene dal saltargli addosso, perché ha quella sua aria di sufficienza ed è appoggiato al muro con tutta la tranquillità del mondo come se la situazione non fosse catastrofica. «Dovresti sostenermi, non allearti con il nemico.»
Nate lo guarda e incrocia le braccia al petto. «Anche io sono tuo amico.»
«Non in questo momento!» La segretaria sui cinquant'anni intima loro il silenzio, perciò Louie abbassa la voce. «Mi stai obbligando a fare una cosa che non voglio fare. Sei praticamente finito sulla mia personale lista nera.»
«Quanto la fai lunga! Ti ci spingo dentro a pedate se non attraversi quella porta con le tue stesse gambe» Nate dice, indicando di fronte a sé con le sopracciglia aggrottate.
Louie lo guarda storto, un po' offeso per il tono con cui gli si è rivolto, ma non c'è evidentemente altra scelta. O scappa, o sta al gioco. Che cosa dovrebbe fare, poi, lo sanno solo loro! Chase è stata una semplice scopata e le semplici scopate non implicano appuntamenti romantici o altre cavolate. Dovrebbe fare finta di niente e, visto che non ha intenzione di passare alla preda successiva, rimettersi a studiare, mangiare, dormire e ignorare il resto della specie umana.
«Lou, che ti costa?»
«La dignità, Dan, ecco.»
Nate ride. «Quella già l'hai persa.»
«Ho il suo numero! Non posso scrivergli un messaggio?»
«No. Lo inviti adesso, in questo momento, così possiamo essere sicuri che non ti tiri indietro.»
«Ma perché?!»
«Perché.» Nate gli punta un dito contro e avanza finché Louie non si ritrova spiaccicato contro la porta dell'ufficio. «Sono a dir poco esasperato da tutte le tue paranoie e mentirei se non ti dicessi che sono felice di sapere che ti sei sbattuto a dovere quel bel ricciolino. Quindi. Raccogli un po' di coraggio e invita Chase a uscire, altrimenti vi chiudo entrambi in uno sgabuzzino e non vi faccio uscire fino a quando uno dei due non resta incinto.»
Wow.
Louie rimane senza parole per lo sguardo spaventosamente serio di Nate. Non per altro, davvero. Guarda di sfuggita Daniel e si sente solo, perché questo si stringe nelle spalle e muove la testa verso la porta.
Il problema non è il non volerlo fare, ma l'alto tasso di imbarazzo e disagio di questa cosa. Louie deve entrare nell'ufficio del rettore del suo college e chiedere al figlio di uscire con lui, e tutto questo perché è una persona che ha smesso di credere nell'amore e nel sesso occasionale, ma che, avendo visto in Chase qualcosa, vuole anche fare un ultimo tentativo.
O, più semplicemente, perché i suoi amici idioti lo uccideranno se non lo fa.
Louie si scosta un ciuffo di capelli dagli occhi e avanza titubante; sente dei rumori provenire dall'interno e sa che è una pessima – pessima – idea. Orribile. Può tranquillamente aspettare Chase dopo le lezioni... Qualsiasi cosa, piuttosto che presentarsi fuori dall'ufficio di suo padre. Anche perché, piccolo particolare che non ha preso in considerazione, il rettore Parker e lui non hanno proprio un bel rapporto. Il suo futuro suocero lo odia, in pratica.
E lui non può credere di aver appena detto futuro suocero.
Nate lo spinge in avanti quando Louie tenta di indietreggiare e di darsela a gambe. È a quel punto che la porta viene aperta e lui cade a terra come un completo idiota. Sente le risate soffocate di Daniel e una voce allarmata cercare di capire che cosa è successo. Ma – molto peggio di tutto ciò – vede degli stivaletti rovinati proprio a un centimetro dalla sua faccia e, alzando lentamente gli occhi, il suo sguardo si scontra con quello confuso di Chase.
È comico, davvero.
Il ragazzo ha gli occhi sgranati, che si colorano di—È felicità, quella? Si colorano appena realizzano chi hanno davanti.
«Louie!»
«Chase.»
Nate tossisce contro il pugno e Louie si solleva sui gomiti.
«Oh—Io—»
«Che cosa sta succedendo?»
Bene. Ottimo.
Louie si alza dal pavimento, spazzolandosi poi i jeans, giusto in tempo per incrociare lo sguardo del rettore. Quell'uomo non gli è mai piaciuto e non c'entra la minuscola divergenza che hanno avuto: Louie trova che sia solo un pallone gonfiato pieno di sé. L'unico suo merito, a quanto pare, è aver contribuito a mettere al mondo un figlio come Chase.
«Mr. Bennet. A che cosa devo questa visita?»
Louie cerca di ignorare la nota ironica nella sua voce e incrocia le mani dietro la schiena. «Ecco. Io—»
Nate e Daniel ridacchiano alle sue spalle e Louie si trattiene dal voltarsi e saltare al collo di entrambi: primo, perché non sarebbe una bella cosa uccidere qualcuno davanti a Chase; secondo, perché i suoi amici gli servono... di solito.
Si passa una mano tra i capelli e «Volevo—Devo... parlare con Chase» dice. «Sì.»
Il diretto interessato inclina la testa e lo guarda con quegli occhi e quelle fossette e Louie dimentica per un secondo dove si trova e che cosa deve fare.
Ci pensa il rettore a riportarlo alla realtà, quando «Chase, lo conosci?» domanda.
«Oh. certo.» Il ragazzo guarda il padre. «Ci siamo conosciuti oggi, al bar... Mi ha dato qualche dritta sul posto.»
L'uomo fissa non del tutto convinto il figlio, poi posa nuovamente gli occhi su Louie e lo osserva, sollevando il mento come a marcare il concetto che lui è inferiore e che deve ricordarselo.
A Louie non pesa poi molto: Mr. Parker gli fa solo venire da ridere.
«Mmh. Ok. Vai pure, figliolo» dice il rettore, con un cenno della mano. «Buona giornata, Signor Bennet. Mi auguro non le siano più capitati strani incidenti, di recente»
Louie si blocca con un piede sollevato. Chase lo precede fuori dall'ufficio e lo guarda con chiara confusione negli occhi
Louie sibila solo un «No, stia tranquillo» tra i denti e chiude la porta alle proprie spalle.
Quanto gli sta sulle palle quell'uomo. Una persona sbaglia una volta, al primo anno si fa beccare in atteggiamenti poco casti insieme a un ragazzo, e viene segnato e tormentato a vita. Ok: era orario di lezione e il Signor Parker aveva deciso di passare proprio in quel momento, ma Louie non stava facendo niente di così esagerato... Non lui direttamente, almeno.
«Louie?»
Si ricorda di Chase, e di Nate e Daniel appoggiati al muro che lo stanno fissando con gli occhi che urlano “grandi aspettative”. Bastardi... Si vendicherà di questo giorno. Deve solo pensare a un'idea abbastanza geniale, al modo giusto in cui farlo.
«Mmh. Sì?»
«Che—Insomma, tutto ok?»
Louie si stringe nelle spalle, ostentando falsa sicurezza. «Sì, certo.»
Ha un compito da portare a termine.
Primo, respirare. Secondo, Chase.
Rivolge un'occhiata piena di non proprio velate minacce ai suoi amici e «Vi dispiace, tipo, lasciarci? Solo per un secondo» sibila.
Daniel guarda con sospetto Louie, ma annuisce e afferra Nate per il collo della maglietta; l'altro sbuffa, offeso, poi saluta con un enorme sorriso Chase – anche se non l'ha mai visto in vita sua – e si lascia trascinare via.
Louie sa che non se ne vanno davvero: svoltano l'angolo ed è pronto a scommettere che si siano semplicemente fermati lì dietro per origliare. Che voglia di prenderli a schiaffi.
Comunque.
Tossisce appena nel pugno chiuso e rivolge la sua totale attenzione a Chase. Il ragazzo lo sta guardando con confusione negli occhi verdi e non lo biasima, certo, ma vorrebbe non dover essere lui a fare questa cosa. Non è abituato ed è terribilmente imbarazzante, ma ha ventidue anni e quindi deve prendersi le sue fottute responsabilità.
Louie si scosta il ciuffo castano dalla fronte e muove un passo verso Chase. Impone al groppo incastrato in gola di sparire, tipo subito, poi comincia a vomitare parole sconnesse sperando che abbiano un senso. «Allora, io—Sai, visto che... tu sei qui e—» Si interrompe perché Chase sta sorridendo e lui, automaticamente, va a fuoco. Ricomincia a balbettare. «Ci sono—Conosco molti posti carini, qui intorno, e mi farebbe piacere—Vorrei che tu... Che noi—»
«Vuoi uscire con me?»
Chase sta brillando: sono scintille quelle che escono dalle sue pupille.
Cristo.
«Uh. Io—Credo di sì... Sì?»
Chase si morde il labbro inferiore. «Mi piacerebbe molto, Louie.»
Quello che spaventa a morte Louie è la differenza tra le due parti.
Lui è direttamente coinvolto, perché Chase è la prima persona con cui ha avuto un rapporto sessuale dopo tanto tempo; lo trova terribilmente adorabile e bello e non pensa che ci sia assolutamente nulla di male nell'essersi preso una sbandata per qualcuno che conosce da ventiquattro ore... Più o meno. Invece Chase ha levato la maschera da predatore all'opera, che indossava la sera prima in discoteca, e si è mostrato per quello che a quanto pare è: un ragazzo con occhi, guance, labbra e ricci, che lo osserva come se fosse l'oggetto più prezioso che abbia mai visto e non va bene che questa cosa lo faccia sentire così felice. È solo una persona come tante... Perché Louie sente il pungente bisogno di saltargli addosso?
Sta perdendo la ragione.
«Oh, ok. Allora—Domani? Stasera? Quando... Decidi tu?»
Chase ridacchia. «Stasera ho un impegno con mio padre, ma domani andrebbe benissimo. Tu hai il mio numero, vero?»
Sì, ce l'ho. E avrei potuto usare quello, invece di mettere insieme questa pagliacciata, ma sai com'è, ho degli amici scemi.
«Sì. Sì, ce l'ho.»
«Allora scrivimi tu a che ora venire a prenderti e in che stanza, ok?»
Gesù.
Vuole venire a prenderlo.
Louie si trattiene dallo schiaffeggiarsi. Raddrizza la schiena, invece, e con un sorriso incerto «Ok, perfetto» risponde.
«Perfetto.» Chase si china senza che lui abbia il tempo per prepararsi e gli lascia un bacio sulla guancia, uno di quelli delicati, simili a una piuma, che rischia di farlo crollare a terra.
Louie lo guarda aprire la porta; del fuoco gli si arrampica sulle gambe e lo incendia, mentre alza una mano e sussurra un saluto, osservandolo sparire di nuovo nell'ufficio. Lascia l'aria che non si era accorto di star trattenendo e le sue gambe cominciano a muoversi, senza dover essere sollecitate, nel corridoio; non si ferma a insultare Daniel e Nate, che trova come previsto nascosti dietro l'angolo, e si accerta solo che lo seguano. Anzi, non gliene può importare di meno. Ha un appuntamento, un vero appuntamento. Forse deve ringraziarli. Forse. O forse no. Conviene aspettare e vedere se andrà tutto bene, altrimenti gliela pagheranno cara.
Louie irrompe nella loro stanza e si chiude in bagno senza dare ascolto a quello che Nate ha cominciato a dire. Poggia i palmi delle mani sul bordo del lavandino e guarda la sua immagine – fornita di guance rosse, capelli spettinati e occhi lucidi – riflessa nello specchio.
Sorride.