Teoricamente parlando, la vita nel college dovrebbe iniziare non prima che qualsiasi altro essere sulla faccia della Terra si sia svegliato. Peccato che le regole abbiano omesso la presenza di due compagni di stanza inaccettabili e quasi certamente in combutta per danneggiare la poca sanità mentale di Louie: uno è un finto biondo irlandese con manie di sonnambulismo; l'altro è una specie di nerd dal cuore tenero che ispira sesso in maniera esagerata – un essere fasullo, in poche parole.
Uniamo il tutto a una persona complessata come Louie, ed ecco che il casino perfetto è pronto.
Non sa dire di preciso come e quando si siano ritrovati a dividere lo spazio vitale, con canne occasionali, ore di studio e cibi in scatola, ma scommetterebbe la sua maglietta preferita su un'entità malefica che aveva programmato già da tempo questa cosa – si starà facendo delle grasse risate dall'alto della sua divina essenza.
Ok: Louie vuole bene a Nate come se fosse suo fratello e ha avuto un sacco di pensieri erotici da arresto immediato su Daniel, prima di rendersi conto che tra loro due può esserci solo amicizia, ma ciò non toglie che insieme sono una bomba a orologeria e più di una volta qualcuno ha rischiato di perderci un dente.
Rimpiange la sua comoda camera singola – in una casa da dividere con cinque donne e un patrigno... Davvero. Non sta scherzando.
A fargliela desiderare maggiormente è il ritrovarsi incastrato sotto tre strati di coperte, mentre Nate gli sta saltando sopra urlando entusiasta: «È ora di alzarsi. È ora di alzarsi. È ora di alzarsi!»
Louie, grazie al cielo, non ha a portata di mano nessun oggetto contundente.
«Non sono neanche le otto, porca troia! Torna a dorm—»
«Daniel mi ha cacciato fuori perché facevo casino... Così ha detto.»
Louie si congratula con se stesso per non aver preso la camera doppia.
Ricorda di aver pestato i piedi e piagnucolato, quando aveva visto per la prima volta la sua stanza al dormitorio. È carina, nel complesso: entri dalla porta e trovi subito un letto sulla parete di destra; nel muro di fronte all'ingresso c'è una finestra con al di sotto un piccolo comodino e loro hanno preso un armadio da piazzare nell'angolo subito accanto, per le scorte di cibo e per sistemarci sopra una tv enorme introdotta clandestinamente; le due porte sulla sinistra sono rispettivamente il piccolo bagno e il buco con due letti in cui dormono Daniel e Nate. Louie aveva maledetto i suoi coinquilini per avergli rifilato una finta camera – aperta a chiunque entri dalla porta –, e si era maledetto doppiamente per essere arrivato in ritardo il primo giorno. Ma. Dopo poco tempo aveva constatato di possedere il materasso più grande e di non sentire i gemiti sospetti che spesso provengono dall'appartamento attiguo al loro.
E, soprattutto, non deve dormire con Nate.
Peccato che Nate gli rompa comunque le palle.
«Non mi interessa! Voglio solo che tu la smetta di urlare!» Louie grida, schiacciando la testa nel cuscino.
Nate sbuffa qualcosa in protesta, ma scende dal letto – dal suo letto – senza fare storie.
È l'inquietante silenzio a spingere Louie a curiosare da sotto le coperte, ma poi si ritrova a due centimetri dalla faccia le guanciotte rosse dell'altro ragazzo e desiste da qualsiasi azione; richiude ogni spiraglio e finge di essere da solo in qualche bunker abbandonato.
«Dai, Lou. Ho fame!»
«Quando mai ti è servito il permesso di qualcuno per mangiare?!»
C'è una piccola pausa durante la quale Louie spera che se ne sia andato, invece Nate sospira e «Daniel dice che non posso, se non lo chiedo prima a uno di voi» sussurra, con il suo buffo accento.
Louie si rifiuta di guardarlo perché cederebbe subito davanti all'ennesima espressione da cucciolo. «Allora vai da Daniel» ringhia.
«Ho paura di lui quando sta dormendo.»
Dunque.
Nate ha vent'anni sepolti sotto il cervello di un bambino di cinque ed è essenzialmente impossibile odiare una persona come lui; Louie lo considera al pari di un fratellino da proteggere. La stessa cosa vale per Daniel, quindi quest'ultimo lo centrerebbe con un cuscino, al massimo, ma solo perché dormire è la sua attività preferita; colpirebbe anche Louie, se solo osasse frapporsi tra di lui e il tanto amato sonno.
«Se ti dico che puoi mangiare, mi lasci dormire altri cinque minuti?»
«Ovvio!»
«Ok, puoi. Adesso sparisci.»
Nate lancia un gridolino eccitato, colpisce il rotolo di coperte nel punto in cui pensa si nasconda la testa di Louie, poi schizza via. Ci sono subito tonfi, imprecazioni, strappi e robe che cadono e rotolano. È scontato che non rimarrà più niente da mangiare.
Louie smette di ascoltare Nate sgranocchiare Dio-solo-sa-cosa; infila le mani sotto il cuscino e ci affonda come a volerne diventare parte. Definirlo distrutto sarebbe un eufemismo. È uno studente del college e ventidue anni non sono niente – non sta per morire di vecchiaia come si ostina a sostenere –, ma non è più abituato a serate del genere.
Ha deciso di metterci una croce sopra dopo aver passato il suo primo anno a frequentare feste nelle più svariate confraternite, compleanni a casa di gente che nemmeno conosceva e svegliarsi in camere che non erano la sua con la testa di qualche ragazzo addormentato sul petto. I suoi genitori hanno fatto dei sacrifici per permettergli di continuare con gli studi e – non sa se per buona volontà o per la strigliata che gli ha fatto il suo patrigno – dopo aver fatto le peggio cose ha deciso di lavorare sodo. Si vergogna molto spesso delle cazzate che ha combinato e di schifezze al cui solo pensiero vorrebbe vomitare, ma forse è il ricordare che lo convince a non voler rifare mai più niente del genere.
Non è più il ragazzino pervertito, pazzo e ingestibile di allora: adesso sta controllando la sua vita al meglio e ne va fiero.
Però... Vorrebbe non aver ceduto alle suppliche dei suoi migliori amici, questa volta.
Nate e Daniel sono dei ragazzi fantastici e non due delinquenti qualunque. Non hanno mai avuto problemi e fanno il possibile per superare gli esami, ma i fine settimana li vedono ancora sotto la classica ottica del: “Dopo cinque giorni passati a spaccarsi la schiena, bisogna divertirsi”. Non devono controllare loro stessi ed evitare di fare stronzate; non sentono il bisogno opprimente di lasciare il passato al suo posto. E sanno equilibrare le due cose. Louie invece ha questo macigno che lo mette in guardia di continuo, che gli ricorda di non comportarsi più come un adolescente in preda agli istinti, disposto a chiudersi in una camera con altri tre sconosciuti per lasciare che gli facciano ogni cosa – da sempre la colpa all'età, per quello... Non sa davvero spiegare che problemi avesse.
Comunque.
Daniel ha giocato sporco: ha guardato ridendo Nate e si è unito a lui in una dimostrazione di occhi dolci davvero irresistibile e da carie ai denti, ma che ha fatto capitolare Louie. Ha accettato di uscire, di andare in questa nuova e frequentatissima discoteca con loro, di divertirsi e di staccare la spina... per poi ritrovarsi solo, senza sapere dove fossero finiti, e con quel poco di alcol in corpo sufficiente ad abbattere almeno uno dei suoi muri.
Nate e Daniel sanno tutto, ogni cosa. Erano loro i più preoccupati per Louie, visto che la sua famiglia non poteva vederlo molto spesso, ma ora lui non può chiedere loro di fargli da babysitter per evitare cose come—Mmh, come quella appena successa. Non ha ancora avuto tempo, o modo, per parlarne. E non sa se farlo. Non vuole essere giudicato per aver fatto sesso nei cessi di un locale con un ragazzo appena incontrato.
Il peggio è che nemmeno se ne vergogna. Anzi, lo rifarebbe... con Chase.
Chase è stato una secchiata d'acqua gelida, una scossa elettrica che l'ha risvegliato dal torpore; forse per il modo in cui l'ha avvicinato, o per il suono della sua voce; magari per i suoi occhi, o perché non gli ha messo subito le mani addosso per poi strusciarsi contro di lui e spingerlo in un angolo. L'ha incantato, ha fatto cadere Louie nella sua trappola senza nemmeno sforzarsi più di tanto, una trappola nella quale lui si farebbe incastrare altre cento volte, davvero.
La sera prima, dopo aver guardato nei rispettivi occhi, hanno deciso nel medesimo istante che era ora di staccarsi. Louie non gli ha chiesto il numero; Chase non gli ha chiesto dove abitasse. Sono andati a ordinare qualcosa al bar e Louie ha visto le sue guance rosse d'imbarazzo, mentre bevevano studiandosi di nascosto; le ha trovate adorabili ed è lì che ha posato le sue labbra, alla fine di tutto, su quel lieve rossore che Chase cercava di mascherare. Chase si è dimostrato più gentile e innocente di quanto non fosse sembrato e lui ne è rimasto piacevolmente sorpreso.
Non si sono chiesti il numero o i rispettivi indirizzi, ma Louie rimpiange di non averlo fatto.
Mugugna contro il tessuto morbido del cuscino, quando la sveglia comincia a suonare insistente.
Oggi non può proprio saltare le lezioni: ha un esame abbastanza importante e ha promesso a Nate di aiutarlo al laboratorio di chimica. Non ha idea del perché il suo amico frequenti quel corso – soprattutto dopo aver quasi rischiato di farlo esplodere, due volte –, ma sembra piacergli e quindi non fa domande.
Louie sta per scostare l'impenetrabile barriera di coperte dal corpo, quando qualcuno ci salta sopra. Il fiato gli esplode fuori dai polmoni e agita le braccia in preda al panico.
«Adesso è ora! Sveglia, sveglia, sveglia!»
Morirà, se lo sente. Ma, prima che ciò avvenga, deve uccidere Nate.
«Ni! Levati, levati!»
«Sono le otto! È ora di alzarsi!»
Louie cerca di afferrarlo per farlo cadere dal letto, ma si ritrova continuamente a stringere un pezzo di stoffa o un suo stesso arto. Alla fine, Nate ha la decenza di scendere e lui riesce finalmente a sollevarsi.
Gli sembra di essere stato investito da un treno in corsa; passa le mani tra i propri capelli e le dita gli restano incastrate in una massa scompigliata e gonfia. Ottimo. Si stiracchia e tutte le ossa del suo corpo emettono degli schiocchi inquietanti.
Nate ancora lo fissa, in piedi a lato del letto e con un sorriso enorme stampato in volto.
«Che problema hai?»
«Nessuno. Sono solo felice!» urla.
L'attimo dopo, Nate si è chiuso in bagno.
Louie vorrebbe avere la forza per dire qualcosa, ma non pensa di farcela.
La porta della camera di Nate e Daniel si apre cigolando e il secondo esce strisciando i piedi. Anche di mattina, appena sveglio, con i capelli sparati in aria e gli occhi persi nel vuoto, è tremendamente bello. Dio deve aver sbagliato le dosi, quando ha distribuito il fascino in mezzo agli esseri umani.
«Perché l'hai mandato da me? Non puoi sopportarlo tu, per una volta?»
«Avevo bisogno di dormire, Lou.» Daniel si siede accanto a lui. «Sono distrutto. Come siamo tornati a casa, ier—Ehm, stamattina?»
«Ti sei addormentato nel taxi. Nate ti ha trovato sdraiato su un divanetto del locale, quindi non so che cosa effettivamente tu abbia fatto.» Non dice di essere uscito dalla discoteca con Chase, di averlo salutato e di averli aspettati fuori per più di un'ora perché troppo felice per tornare dentro a cercarli.
Daniel si acciglia. «Nate è stato con me per tutto il tempo. Perché è così?»
«È Nate. Avrà una qualche pozione magica per combattere le sbronze.»
«Sicuramente.»
A Louie dispiace per come, a volte, trattano il loro amico irlandese; già si pente di avergli urlato contro e—Beh, oddio, aveva sonno. Ma lo adorano e non tirerebbero avanti se non ci fosse quel biondo scatenato a occupare un terzo dell'appartamento. Solo che volte è difficile e tre caratteri così diversi sono un rischio inevitabile per la salute.
«Ok.» Daniel si passa una mano sul volto stravolto. «Ci conviene darci una mossa, se vogliamo trovare qualcosa di ancora caldo al bar.»
«Giusto.»
Dopo mezz'ora, la tenda della doccia in fiamme, due litigi e Louie che rischia di cadere dalla finestra, sono fuori dalla porta con tutte le buone intenzioni di chiudere a chiave. Ma. La chiave non collabora.
«Io dico che è colpa di Daniel.»
«Quella volta è stata colpa tua.»
«Non sono io a non saper camminare in linea retta.»
«La tua faccia sta per camminare il linea retta con il mio pugno.»
«Ragazzi!» Louie si inginocchia di fronte alla serratura e vi infila la chiave, girandola con cautela. Sente dei rumori preoccupanti. Più di una volta l'hanno fatto presente in segreteria, ma nessuno li ha mai calcolati. Quando finalmente scatta, si volta vittorioso. «Direi che una mandata può bastare.» Lancia la chiave a Daniel e torna in piedi.
I corridoi dell'istituto ricordano tanto uno zoo, soprattutto di mattina. C'è gente in mutande che corre da una stanza all'altra, libri che cadono e imprecazioni poco eleganti. Louie batte il cinque con un po' di gente, ma quando escono dal dormitorio ricorda solo la metà dei volti che ha salutato. Daniel dice che è perché molti nemmeno lo conoscono; grazie a quella cosa chiamata “popolarità” che gli gira attorno, gli studenti sono attratti da lui come calamite.
Louie vorrebbe dissentire, ma non lo fa.
Arrivano al bar quando la fila è ancora umanamente sostenibile. Nate corre a prendere il posto, saltellando insieme alla sua aura di gioia; Louie resta al fianco di Daniel e si stropiccia di nuovo gli occhi. Non uscirà mai più. Per svagarsi, comincerà ad affittare film e forniture a vita di popcorn.
«Te l'ho già detto che hai un aspetto orribile?»
«Sì, grazie» Louie sbuffa e si appoggia al suo amico con un grugnito.
Gli fa male la testa. Pensa a come accidenti porterà a termine l'esame, se nemmeno riesce a stare in piedi per più di un minuto. Si farebbe gettare un bicchiere d'acqua ghiacciata addosso, ma poi dovrebbe andare a cambiarsi.
«Sto morendo, Daniel.»
«Nah, non essere melodrammatico.»
Quello che potrebbe sembrare un ringhio gli sfugge dalle labbra. Guarda quanta gente ha davanti Nate, ed è in quel momento che vede Chase.
Chase?!