CAPITOLO 4

1530 Words
Capitolo 4: «L'alba delle illusioni morte» Punto di vista: Ethan Il ritorno a Saint-Cloud fu un incubo a cento all'ora. Ethan guidava come un ossesso, le nocche bianche sul volante, gli occhi fissi sulla linea bianca che scorreva sotto i suoi fari. I campi sfilavano sfocati, la notte si scioglieva in un'alba grigia, e nella sua testa, una sola frase girava in loop. Cosa ho fatto? Cosa ho fatto? Cosa ho fatto? Ogni vibrazione della strada gli ricordava il calore della pelle di Amélia contro la sua. Ogni sobbalzo risvegliava un odore – vaniglia e cannella – incrostato nei suoi vestiti, nei suoi capelli, nei suoi polmoni. Abbassò il finestrino. L'aria gelida del primo mattino lo schiaffeggiò. Non gli importava. Aveva bisogno di freddo. Di dolore. Di qualcosa di abbastanza violento da cancellare quelle ultime ore dalla sua memoria. Ma nulla cancellava. Nulla cancellava le sue mani sul suo corpo. Null nulla cancellava il suono della sua voce – quel modo che aveva di dire il suo nome, come se lo avesse tenuto al caldo per anni, pronto a depositarlo in un soffio. Mi ha amato prima di Clara. Il pensiero scattò senza preavviso, crudele e luminoso come un lampo. Lo aveva sempre saputo. Non coscientemente. Non a parole. Ma in fondo, da qualche parte, aveva sempre sentito la verità. Gli sguardi di Amélia, troppo insistenti per essere amichevoli. L'imbarazzo quando Clara lo baciava davanti a lei. Quel modo che aveva di sparire discretamente appena lui entrava in una stanza. Mi amava. E io ho scelto Clara. No. No, non l'aveva «scelta». Si era innamorato di Clara. Naturalmente. Evidentemente. Perché Clara era luminosa, solare, ovvia. Perché Amélia era l'ombra – bella, silenziosa, ma pur sempre l'ombra. Non ci si innamora di un'ombra. La si guarda. La si ammira. La si desidera, a volte, di notte, quando il cuore si smarrisce nei sogni che non si osa nominare. Ma non la si ama. Non davvero. Non come si ama una donna che ti prende la mano in un caffè e ti dice «voglio costruire tutto con te». «Dannazione», mormorò dando un pugno sul volante. La macchina sbandò. Si riprese in extremis, cuore battente, fiato sospeso. Sarebbe potuto morire. Sarebbe dovuto morire. Ma Clara è morta al mio posto. Il ritorno nella tomba La sua casa lo accolse come una bara. Ethan spense il motore davanti al portico, ma non scese subito. Guardò la facciata bianca, le persiane blu, il vaso di lavanda che Clara aveva insistito per piantare lei stessa, nonostante la stanchezza degli ultimi mesi. La lavanda era sopravvissuta. Lei no. Uscì dall'auto barcollando. Le sue gambe non gli obbedivano più. Salì i gradini, tirò fuori le chiavi con mano tremante, entrò nell'ingresso. Il silenzio. Densо. Accusatore. Ogni oggetto sembrava guardarlo. La foto del loro matrimonio sulla console. Il cappotto di Clara, ancora appeso dietro la porta. La sua tazza preferita, lavata, riposta, come se stesse per tornare a prenderla. «Perdonami», mormorò Ethan ad alta voce. Non sapeva se si stesse rivolgendo a Clara o a se stesso. Attraversò il salone, la cucina, salì le scale aggrappandosi alla ringhiera. In camera, il letto era ancora sfatto – non lo rifaceva più, dalla sua morte. Dormiva acciambellato sul lato sinistro, quello che lei non occupava, e la mattina guardava il cuscino vuoto. Oggi, il cuscino vuoto gli urlava traditore. Crollò sul letto, vestito, scarpe ai piedi, senza forza per togliere nulla. E lì, nella luce crudele del mattino, Ethan Morel fece qualcosa che non si era concesso dal funerale. Pianse. Non singhiozzi. Non grida. Lacrime silenziose, calde, vigliacche, che gli colavano sulle guance senza che potesse fermarle. Pianse Clara. Pianse Amélia. Pianse la donna che aveva amato e quella che non avrebbe mai potuto amare. Pianse il marito che era stato e quello che stava diventando – un uomo che tradiva sua moglie morta. «Non hai tradito Clara», si ragionò. «Lei è andata via. Sei libero.» La vocina della ragione. La schiacciò come una bestia. Libero? Le hai promesso, sul suo letto d'ospedale, che non avresti mai rifatto la tua vita. Hai giurato. Giurato, dannazione. «Lo so», disse ad alta voce. «Lo so.» Si girò. Il suo pugno affondò nel cuscino vuoto. E il giorno cominciò. L'altro lato dello specchio Punto di vista: Amélia Amélia non aveva pianto, lei. Aveva camminato. A lungo. Finché i suoi piedi non l'ebbero fatta soffrire, finché il dolore fisico non mascherò per un istante quell'altro – quello che le avrebbe lacerato le viscere per settimane, mesi, forse per sempre. Il ritorno a casa era stato confuso. Ricordava di essere salita su un autobus. Di aver evitato lo sguardo dell'autista. Di essere scesa tre fermate troppo oltre, per sbaglio. Di aver attraversato strade che non conosceva, per poi riconoscere la sua via, la sua porta, la sua serratura. Ricordava soprattutto di essersi guardata nello specchio dell'ingresso. Colei che è andata a letto con il marito della sua migliore amica. No. Non era così. Non davvero. Clara era morta. Ethan non apparteneva più a nessuno. E poi, c'era stata quella notte – quella bolla fuori dal tempo in cui la morale aveva taciuto, dove erano rimasti solo due corpi che si erano aspettati troppo a lungo. Ma lo specchio non vedeva le sfumature. Lo specchio vedeva una traditrice. «Smettila», ordinò al suo riflesso. Il riflesso non l'ascoltò. Si spogliò. Fece una doccia bollente. Strofinò la sua pelle finché non divenne rossa, come per cancellare le mani di Ethan, la sua bocca, il suo respiro. Non funzionò. Infilò una vecchia felpa, si avvolse in una coperta, e si sedette sul divano senza accendere la televisione, senza musica, senza nulla. Solo il vuoto. Solo il ronzio del frigo e quello, più sordo, del suo cervello che girava a vuoto. Perché ha detto «questa notte non è mai successa»? La domanda la bruciava. Non perché sperasse in una dichiarazione. Non perché credesse che l'avrebbe amata da un giorno all'altro. Ma perché quella frase – quella negazione fredda, definitiva – faceva più male di un «non ti amo» o di un «è stato solo un momento di smarrimento». Questa notte non è mai successa. Come se non valesse la pena di essere riconosciuta. Come se il corpo che gli aveva offerto – dopo anni a desiderarlo in silenzio – meritasse di essere cancellato dalla storia. «Ha ragione», mormorò. «Non sarebbe mai dovuto accadere.» Sprofondò il viso tra le ginocchia. E lì, solo lì, lasciò uscire un singhiozzo. Uno solo. Secco. Viscerale. Poi si rialzò. Si guardò di nuovo allo specchio. E prese una decisione. Non l'aspetterò più. Non l'amerò più. Rifarò la mia vita senza di lui, come lui l'ha fatta senza di me per otto anni. Era una bugia che si raccontava per sopravvivere alla giornata. Ma a volte, le bugie sono tutto ciò che ci resta. Il pomeriggio degli sguardi di traverso Il lunedì successivo, Amélia tornò al lavoro. La piccola agenzia di comunicazione dove lavorava da tre anni la guardò arrivare con occhi sgranati. Nessuno sapeva della notte. Certo che no. Ma le voci – quella materia prima di Saint-Cloud – cominciavano già a circolare. «Hai visto come è uscita dalla commemorazione?» «Sembra che abbiano litigato nel parcheggio.» «Ethan Morel ha lasciato la sala subito dopo di lei.» Gli sguardi. I sussurri. L'aria carica di non detti. Amélia si sedette alla sua scrivania, accese il computer, e fece finta di lavorare. Ma le sue mani tremavano sulla tastiera. «Stai bene?», chiese Jade, la sua collega benevola, avvicinandosi con due caffè. «Stanca», mentì Amélia. Jade le posò un caffè davanti, poi si chinò, voce bassa. «Ho qualcosa da dirti. Non è cattiveria. Ma devi saperlo.» Il cuore di Amélia perse un battito. «Cosa?» «Ethan è passato questa mattina. Doveva vedere il direttore per un progetto. Sembrava... non so. Spento. Ma ha chiesto di te.» «Cosa gli hai risposto?» «Che non eri ancora arrivata. Ha annuito e se n'è andato. Ma Amélia... aveva gli occhi rossi. Come se avesse pianto.» Amélia sentì la gola stringersi. Ha pianto. Perché? Perché si era pentito? Perché la notte era stata un errore? Perché lei gli ricordava troppo Clara? O perché in fondo, nel profondo, sapeva di aver appena toccato qualcosa di vero – e la paura lo aveva ripreso? «Non mi importa», disse a Jade, la voce più ferma di quanto credesse possibile. «Non sembri non importartene.» «Allora farò finta. È quello che so fare meglio.» Quella notte, Amélia ricevette un messaggio. Non una chiamata. Non una parola dolce. Un semplice SMS, da un numero che conosceva a memoria. Ethan: «Mi dispiace. Per tutto. Ma non tornare. Non posso prometterti di non farti soffrire ancora di più.» Lesse la frase una volta. Due volte. Tre volte. Le sue dita sfiorarono la tastiera senza mai posarsi. Cosa rispondere? Che si erano già persi abbastanza? Che accettava la sua decisione, anche se la distruggeva? Che lo amava ancora, nonostante tutto, forse a causa di tutto? Non inviò nulla. Spense il telefono, lo posò sul comodino, e guardò il soffitto per ore. Perché certe notti non c'è nient'altro da fare che aspettare che il giorno si alzi. Anche se il giorno non prometteva nulla di buono.
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