CAPITOLO 5

1371 Words
Capitolo 5: «Le maschere e le braci» Cinque giorni dopo Saint-Cloud è una città piccola. Troppo piccola per i segreti, troppo piccola per i silenzi. In cinque giorni, la voce aveva fatto il giro dei negozi, delle scuole, delle cene in città. Nessuno sapeva esattamente cosa fosse successo in quel parcheggio, la notte della commemorazione. Ma ognuno aveva la sua versione. Alcuni dicevano che Ethan e Amélia avevano litigato. Altri, più fantasiosi, parlavano di ritrovi violenti, di lacrime, di sangue – come se il dolore dovesse per forza lasciare tracce fisiche. Nessuno evocava l'idea di un bacio, di un abbraccio, di qualcosa di dolce. Perché nella mente della gente, era impossibile che Ethan Morel desiderasse Amélia Delcourt. La disprezzava. Era un fatto ammesso. Così la voce si deformò. Divenne maldicenza. Divenne veleno. «Ha approfittato del suo dolore.» «Era la sua migliore amica, e aspettava suo marito da anni.» «Una vera vipera, quella ragazza.» Amélia sentiva i sussurri. Tutti. Per strada, al supermercato, alla macchina del caffè. Non si prendevano nemmeno più la briga di abbassare la voce. A volte, alcune teste si voltavano verso di lei, come per verificare che reggesse. Reggeva. Due giorni dopo la notte, aveva dato le dimissioni dall'agenzia dove lavorava Ethan – non ufficialmente a causa sua, aveva pretestato, ma per «un nuovo inizio». La verità era che non sopportava più l'idea di incrociare il suo sguardo in un corridoio. Di sentire il vuoto tra loro. Di ricordarsi delle sue mani sulla sua pelle mentre lui le voltava le spalle. Ora lavorava da sola. Freelance. Nel suo piccolo appartamento, dietro uno schermo, come una reclusa volontaria. La solitudine le stava bene. La solitudine non giudica. Il disprezzo pubblico Il venerdì sera, Amélia commise l'errore di accettare un invito. Era stata Lucie, sua sorella, a supplicarla di venire a bere qualcosa al «Saint-Cloud Café», il bar del centro. «Non puoi restare chiusa in casa per sempre», aveva supplicato Lucie. «La gente dimenticherà. Dimentica sempre.» Amélia aveva ceduto, a malincuore. Aveva messo un paio di jeans, un maglione oversize, appena un po' di mascara. Aveva attraversato la piazza a passo deciso, testa alta, pugni stretti in tasca. «Non mi nasconderò», si ripeteva. «Non ho fatto niente di male.» Il bar era affollato. Volti noti. Sorrisi forzati. Lucie le aveva riservato un tavolo in un angolo, al riparo dagli sguardi. «Hai visto?», le sussurrò Lucie indicando discretamente il bancone. «Lui è lì.» Amélia girò la testa. Ethan Morel era appoggiato al bancone, un bicchiere in mano, circondato da due uomini che non conosceva. Indossava una camicia nera, maniche rimboccate, capelli pettinati all'indietro – come se avesse fatto lo sforzo di sembrare vivo. Non l'aveva ancora vista. «Ce ne andiamo», decise Amélia, già alzandosi. «No, resta. Vuoi lasciargli il territorio? Così?» «Non è questione di territorio. È questione di pace.» «La tua pace, Amélia. Non la sua.» Amélia esitò. Poi, lentamente, si risedette. Ordinò un bicchiere. E fece finta di interessarsi alle foto appese al muro. Per dieci minuti, nulla. Poi un gruppo di amici di Clara – volti che Amélia conosceva, gente che aveva pianto al funerale – si avvicinò al loro tavolo. Non per parlarle. Per lanciarle sguardi di traverso, per sussurrare tra loro, per fare ciò che la gente fa quando vuole far sapere che giudica senza dirlo. «È colpa tua se lui è così», finì per dire una ragazza dai capelli biondi – Ophélie, una delle più vicine a Clara. Amélia alzò la testa. «Scusa?» «Ethan. È distrutto. E tu, invece di aiutarlo, ne hai approfittato.» «Non ho approfittato di niente.» «Mia sorella l'avrebbe vista, la tua piccola macchinazione. Ti conosceva.» Le parole schioccarono come colpi di frusta. Lucie aprì la bocca per rispondere, ma Amélia le posò una mano sul braccio. No. Non qui. Non ora. Non avrebbe dato loro lo spettacolo che aspettavano. Ma prima che potesse indietreggiare, una voce si alzò dietro di lei. «Ophélie. Basta.» Ethan. Si era avvicinato senza che lei lo sentisse. I suoi occhi grigio-verdi erano duri, la sua mascella serrata. Guardava Ophélie con un'intensità glaciale. «Scusa?», fece Ophélie, sorpresa. «Ho detto: basta. Quello che è successo tra Amélia e me non riguarda nessuno. Soprattutto non te.» La frase schioccò nel bar. Tutti si erano immobilizzati. Amélia tratteneva il respiro. Mi ha difesa. Ma il secondo dopo, Ethan girò la testa verso di lei. E nei suoi occhi, lei vide il ghiaccio tornare. Più spesso di prima. «Tu, invece», aggiunse, la voce più bassa, più pericolosa, «avrei preferito non vederti qui.» Non le lasciò il tempo di rispondere. Pivotò sui tacchi, gettò una banconota sul bancone e uscì senza voltarsi. Il silenzio nel bar era assordante. Amélia rimase immobile. «Dannazione», sussurrò Lucie. «Ti ha appena difesa e seppellita in trenta secondi.» «È quello che sa fare meglio», rispose Amélia, la voce bianca. Vuotò il bicchiere in un sorso, posò la mano di Lucie sulla sua spalla, poi si alzò. Questa volta non guardò nessuno. Attraversò il bar, la piazza, la strada, e camminò fino a casa, il cuore in cenere. Ciò che non gli ha detto Quella notte, Amélia scrisse una lettera. Non per spedirla. Per ricordare. «Ethan, Non ti scrivo perché tu mi perdoni. Non ti scrivo perché tu mi ami. Ti scrivo perché tra dieci anni, vent'anni, quando avrai rifatto la tua vita con qualcun altro – o da solo, cosa che ti auguro meno – voglio che resti una traccia di ciò che ho provato. Ti ho amato prima di Clara. Ti amerò dopo di lei. Non perché amo soffrire. Ma perché sei l'uomo che ha fatto battere il mio cuore per la prima volta, in quel liceo, una mattina di settembre. Indossavi una felpa grigia, non mi hai guardata, eppure hai cambiato la mia vita. Quella notte, in macchina, eri qualcosa di diverso dal marito della mia migliore amica. Eri tu. Colui che ride di rado ma che, quando ride, illumina un'intera stanza. Colui che ascolta davvero, che si ricorda dei dettagli, che guarda le persone come se contassero. Avrei voluto che mi guardassi così, una volta. Solo una volta. Ma hai scelto Clara. E ti capisco. Lei era tutto ciò che io non sono: luminosa, sicura, facile da amare. Io sono l'ombra. Quella che si guarda quando si è soli, stanchi, disperati. Quella che si dimentica all'alba. Hai detto che quella notte non è mai successa. Io so che è successa. E so che la porterò con me fino al mio ultimo respiro. Non per ossessione. Per ricordo di cosa si prova a essere vivi. Non rispondermi. Non cercarmi. Ti lascio al tuo lutto, alle tue promesse, a quella vita che ti sei costruito senza di me. Ma sappi una cosa, Ethan Morel. Non ho mai rimpianto di averti amato. Persino quando mi hai distrutta. Amélia.» Piegò la lettera in quattro, la infilò in una busta, e la chiuse nel cassetto del comodino. Poi spense la luce. E nell'oscurità, si permise un ultimo pensiero. Anche se lui non lo saprà mai, questa lettera è la mia verità. Ed è tutto ciò che conta. La vigilia del baratro Erano le due del mattino quando il telefono di Amélia vibrò. Un messaggio. Da Ethan. «Sono stato duro stasera. Mi dispiace. Non è contro di te. È contro di me.» Lesse la frase una volta, due volte, tre volte. Le sue dita tremavano. Voleva rispondere. Dirgli che non era grave. Chiedergli perché si accaniva a respingerla se poi tornava ogni volta. Ma non rispose. Perché sapeva, in fondo, che quella danza non poteva avere che una fine. L'incendio. O l'inghiottimento. Posò il telefono, schermo contro il comodino, e chiuse gli occhi. Domani avrebbe cominciato la sua nuova vita. Senza di lui. Senza speranza. Senza quell'attesa che la rodeva da otto anni. Era il piano, almeno. Ma il destino, lui, aveva altri progetti. Perché tra poche settimane, un test di gravidanza avrebbe cambiato tutto. Perché ciò che lei credeva essere la fine non era che l'inizio di una guerra molto più intima. E perché tra le braccia di quella guerra, Ethan e Amélia avrebbero imparato che l'odio e il desiderio sono a volte solo le due facce della stessa medaglia. Quella dell'amore che non si è mai saputo nominare.
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