Sebastian non mi aspettò quel giorno.
Rimasi attonita per un istante, poi arricciai il naso in segno di disappunto. Con un’alzata di spalle decisi di non farmi troppi problemi: quasi mi sentii fortunata di avere qualche ora tutta per me, tempo utile per mettere a posto i pensieri confusi che Stan aveva lasciato cadere come schegge nella mia testa.
Non riuscivo a ricostruire una sola frase sensata di ciò che il professore mi aveva detto. Per tutto il tragitto mi arrovellai, cercando un filo che le tenesse insieme, ma l’unico appiglio rimanevano la sua determinazione e la sensazione di pericolo che mi era scivolata sulla pelle come un gelo.
Era bello senza alcuna logica: un tipo di bellezza che ti arriva in faccia come una folata d’aria fresca. Lo descrissi mentalmente, e il paragone venne naturale — come stringere un gelato in un pomeriggio d’estate, come la doccia dopo una corsa estenuante — un godimento semplice, quasi fisico. Guardarlo era un piacere; sentire il suo sguardo su di me, le sue mani, era un’estasi che scandalizzava ogni ragione.
Svoltai verso Trafalgar Square, decisa ad autoinvitarmi da Sebastian per pranzo e a chiedergli direttamente perché mi avesse lasciata nel parcheggio della scuola come se fossi aria.
Il suo vialetto era lo stesso di sempre: il piccolo giardinetto ben curato, le bordure precise. Era gennaio e i fiori non avevano ancora ripreso vita — un peccato, perché Sebastian aveva sempre avuto il pollice verde e il gusto per le cose belle.
Bussai. Il suono del legno contro legno rimbombò più a lungo del normale, finché finalmente la porta si aprì.
— Ora spiegami una cosa: perché mi hai abbandonata? Avrei potuto essere rapita, rapinata, uccisa, chi lo sa! — esordii, facendo la melodrammatica e gettando le braccia in aria come in un piccolo teatro.
Lui fece una smorfia, sbuffò e mi lasciò entrare con fare quasi scocciato.
— Oh, per carità, Jolie, smettila di vittimizzarti. — La sua voce tradiva una calma studiata.
Chiusi la porta alle spalle e lo guardai dritto negli occhi.
— No, davvero. Perché te ne sei andato? Sapevi che ero senza macchina. — Incrociai le braccia e piantai i piedi sul pavimento del suo salotto, come se fosse un campo di battaglia.
Sebastian fece un tiro d’aria con la bocca, segno evidente di fastidio.
— Pensavo che non uscissi, e che ti avrebbe riaccompagnata Danielle… o Stan. — Pronunciò il nome del professore con un ghigno che aveva qualcosa di disgustato, come se avesse un sapore amaro in bocca.
— Cosa c’è che non va, Seb? Perché diavolo credi che Stan mi avrebbe riaccompagnata? Non ha senso. — Lo guardai sorpresa, incuriosita: aveva avvertito lui la stessa frizione che avevo sentito io.
Si spostò verso la cucina e si sedette su una sedia vicino alla penisola, quella che sembrava più un’isola in mezzo al suo regno.
— Non mi piace, Jolie. Non mi è mai piaciuto, da quando ha messo piede in aula la prima volta. — Alzò appena la voce, tanto che le parole rimbombarono più per sé che per me.
— Cosa ti fa pensarla così? — chiesi, pressante e sospettosa. Se anche Sebastian lo percepiva come una minaccia, volevo saperne di più.
— Non mentirmi, dragă; ti conosco troppo bene: so che lo senti anche tu. — Si avvicinò al piano cottura come chi si accomoda a un confessionale.
Accennai la mia espressione più beffarda, quel sorriso “provami a contraddirmi” che lo fece sciogliere in una risata.
— Sì, ok. Ma una sensazione non può offuscare il giudizio. Oggettivamente, non ha fatto nulla per essere condannato.
Roteai i capelli su una spalla con un gesto teatrale.
— E poi, povero imbecille: invece di salvare una damigella in difficoltà, scappa via? — Puntai il dito su di lui in modo provocatorio.
Sbatté le palpebre, esasperato dalla mia teatralità.
— E adesso cosa vorresti? Che entri in classe aggredendolo? — Alzò gli occhi al cielo.
— Beh, se dici che “Stan non ti piace per niente” — citai testualmente — non avresti dovuto lasciarmi sola: saresti dovuto entrare come un toro e portarmi via. — Mi passai la mano tra i capelli, con aria da eroe romantico.
Sebastian si lasciò sfuggire un mezzo sorriso.
— Smettila di leggere troppi romanzi, dragă, guarda che ti fanno effetto.
Lo guardai con aria minacciosa ma divertita.
— Ti conviene togliere i coltelli dalla cucina, o mi divertirò a farne uso per il tiro al bersaglio. — Sorrisi, cattiva e affilata.
Lui non si lasciò intimidire.
— Riguardo a questo — e la voce gli prese un tono serio, ma con una punta di nostalgia — quando facciamo un allenamento decente, eh? Non ci esercitiamo da un bel po’.
Il tiro al bersaglio, con frecce e coltelli, era la nostra tradizione dall’età di dieci anni. Era il rito che mi aveva salvata dopo il giorno in cui avevo perso tutto.
La memoria mi piombò addosso con la forza di un’autentica alluvione.
Mia madre e mio padre erano separati solo di nome; convivevano per me, per mantenere una parvenza di famiglia. Mio padre era un ubriacone che trovava nel veleno della bottiglia il coraggio per urlare e per colpire. Mia madre era succube, e io mi ero sempre sentita la causa della sua rassegnazione: temeva gli assistenti sociali, temeva che, se qualcuno fosse intervenuto, mi avrebbero portata via. Così lei rimase. Ed io, bambina immobile, avrei dovuto fare qualcosa. Non lo feci.
La vidi morire lentamente, così come il ricordo me la restituisce: non con dettagli macabri, ma con la nausea dell’impotenza. Mio padre le teneva il collo con una forza che aveva l’orrore della normalità. Io rimasi pietrificata — paralizzata dall’istinto di sopravvivenza che, in quella casa, aveva sempre funzionato come un freno. Non piansi, non urlai; non so se fu coraggio o semplice incapacità di agire. Mia madre, in quello sguardo che fece prima di spegnersi, mi perdonò il non intervento. Forse capì che, se mi fossi messa a gridare, l’avrebbe trascinata con sé.
Scappai via dalla mia stanza quella stessa notte, attraverso la piccola finestra. Corsi scalza lungo prati gelati verso la casa di Sebastian, e da allora il mio tempo fu un allenamento continuo: frecce, coltelli, percorsi, addestramento del corpo contro la paura che un giorno potesse riemergere in quella forma bestiale.
Andavamo per colline e per rocce, costruivamo rifugi, inventavamo esercitazioni. A volte cacciavamo: volatili, cinghiali — si impara presto che il sangue ha il compito di consolarti e di insegnarti la vita, se la prendi nelle tue mani. Sebastian mi perfezionò la tecnica: ore di tiro, colpi ripetuti fino alla nausea, fino a rendere il gesto naturale come respirare. Lo ripeteva sempre: «Lo fai per tua madre. Per ciò che ti ha dato. Per non lasciare che la sua morte sia stata inutile».
Quando tornavo alla casa dei suoi genitori — che mi accolsero con un affetto che io non avevo mai conosciuto — dormivo male, ma imparavo a tenere insieme i pezzi. Mio padre sembrava ignaro, o ubriaco a tal punto da non accorgersi della mia assenza. Desiderai spesso che affogasse nella sua stessa rovina; quella rabbia mi dava il carburante per sollevare la spada, per affilare la lama.
La prima volta che rientrai in quella casa dopo la morte di mia madre, fu soltanto per portarne via il corpo. Senza cerimonie, trascinammo quel che restava di lei nei boschi; Sebastian ed io scavammo una tomba, facemmo una croce di legno e incidemmo il suo nome con la polvere sulle mani. Era una sepoltura improvvisata, ma era nostra, ed era un giuramento.
Da allora, ogni cinque tiri affilavo gli strumenti, controllavo le lame, preparavo la mira. Era prudenza, era fede, era legge. E ogni tanto portavo fiori di campo o quelli che Sebastian coltivava nel suo giardino, posandoli sulla piccola collina dove avevamo sepolto mia madre. Era l’unico momento in cui mi permettessi di crollare e di piangere; lui restava lì, silenzioso, a tenermi una mano sulla spalla, a farmi sentire che non ero sola.
Perché non denunciai l’omicidio di mia madre? Non c’era una sola ragione semplice: c’era la paura concreta che mio padre, con la sua violenza e i suoi contatti di strada, potesse farmi del male o vendicarsi contro chiunque avesse provato a intromettersi; c’era la vergogna, l’umiliazione di esporre alla luce cose che in paese tutti sospettavano ma che nessuno vedeva davvero; e c’era, sopra ogni cosa, la supplica di mia madre. Nei suoi ultimi sguardi mi aveva implorata di non consegnarmi a un sistema che avrebbe potuto strapparmi via — gli assistenti sociali, le procedure, la separazione forzata che lei temeva più della morte. Lei mi aveva chiesto di tenermi stretta quella briciola di normalità che restava, e la sua richiesta pesava più di ogni legge; io, bambina che cercava di non perdere l’unica figura rimasta, acconsentii. In più, sapevo quanto fosse difficile raccogliere prove in una casa piena di alcol e silenzi: chi avrebbe creduto a una ragazzina se il padre avesse negato tutto? Così rimasi in silenzio — per proteggere ciò che rimaneva di mia madre, per paura, e perché credevo che nessuna denuncia avrebbe cambiato un uomo già corroso fino al midollo.
Mi piegai su quel ricordo come si scava in una ferita necessaria. Sebastian mi osservava, gli occhi pieni di quella protezione antica che lo faceva sembrare più vecchio di quanto fosse, e un po’ più umano.
— Quando vuoi, ci alleniamo — mormorò, con un tono che non ammetteva repliche ma che non suonava minaccioso. — Ti porto al poligono domani?
Un sorriso mi si allargò sul volto, stanco ma genuino.
— Domani, allora. E stavolta non ti lascio scappare così, eh?
Lui ridacchiò e mi lanciò una mela.
— Vedremo, Jolie. Vedremo.
E mentre affondavo il coltello nella mela per la merenda improvvisata, sentii la familiarità del metallo sotto la mano: freddo, fidato, pronto. Era un piccolo rito quotidiano che, come tutte le abitudini forgiate nella tempesta, mi teneva salda.