8. Un fantasma col mio volto

1223 Words
Mi zittii per il resto della lezione, mordendomi la lingua fino quasi a sentire il sapore del sangue. Non valeva la pena provocare ancora la iena. Per il mio voto in condotta — e per la mia stessa quiete mentale — il silenzio era la scelta più saggia. Il ticchettio monotono dell’orologio pareva dilatare ogni secondo, mentre la voce del professor Stan scorreva lenta, precisa, gelida. L’aula odorava di gesso e vecchia carta, e la luce del tardo pomeriggio filtrava dalle tende in lame dorate che tagliavano il pavimento come fenditure. Quando la campanella ruppe il silenzio, fu come una liberazione. Raccattai in fretta le mie cose, evitando persino di guardarlo. Sentivo gli occhi di Danielle su di me, pieni di domande che non volevo ascoltare. — Signorina Vladă, dovrei parlarle un momento. — La voce di Stan mi raggiunse ferma, calibrata, ma con un’intonazione che mi fece voltare controvoglia. Il suo sguardo, freddo e chiaro, si spostò poi su Danielle. — Da soli. Danielle sbuffò. — Va bene, è stato chiaro. Ci vediamo stasera, Jolie. — disse, calcando il mio nome con ironia, ma negli occhi le lessi una nota d’allarme. Mi rivolse un mezzo sorriso forzato e poi uno sguardo lungo al professore, quasi a sfidarlo. Rimasi immobile per qualche istante, mentre la porta si chiudeva alle sue spalle, tagliando fuori il brusio del corridoio. Il silenzio calò pesante, fitto. Solo il ronzio del neon e il cigolio del legno sotto i miei piedi spezzavano l’aria. Stan non parlò subito. Si limitò a osservare il banco davanti a sé, le dita che sfioravano distrattamente un fascicolo aperto, come se stesse prendendo tempo. Poi alzò lo sguardo, e in quegli occhi grigi vidi qualcosa che non avevo mai notato prima: un’inquietudine trattenuta, un filo di tremore dietro la compostezza. — Bene, Jolie, ora che siamo soli… — disse infine, inumidendosi lentamente le labbra. Ogni parola sembrava scelta con cura, eppure c’era un fremito sottile nella sua voce. Avanzò con calma, i passi morbidi ma controllati, come un predatore che teme di spaventare la preda. — Dimmi cosa occupa la tua mente... — sussurrò, e quella parola mi colpì come un brivido. — Non riesco a guardarci dentro, e questo mi distrugge. Mi sfiorò la tempia con le dita fredde, in un gesto che mescolava tenerezza e tormento. Il tocco fu lieve, ma bastò a scatenarmi un fremito lungo la schiena. C’era qualcosa di profondamente sbagliato in quel gesto, eppure, contro ogni logica, non mi ritrassi. — Cosa…? — balbettai, sorpresa, la voce incrinata. Lui mi zittì posandomi un dito sulle labbra, con la naturalezza di chi lo aveva già fatto mille volte. Il suo sguardo bruciava. — Per favore, non dirmi che non ricordi. Non un’altra volta. Come pensi sia stato per me? È questa la tua vendetta? — Le parole gli sfuggirono di bocca, impastate di dolore e nostalgia. La calma che di solito lo contraddistingueva si incrinò, lasciando emergere qualcosa di più umano, più disperato. — Non so di cosa lei stia parlando, Stan, e ora è meglio se mi lascia andare. — risposi, cercando di mantenere un tono deciso. Ma la mia voce vacillò quando la sua mano scivolò sul mio polso, stringendolo piano. — No, non è possibile. Non ricordi davvero? Hai dimenticato il mio viso nel tempo... più e più volte. — mormorò. — E io, in questa vita o nell’altra, ti ho sempre cercata. Sempre. Mi guardava come si guarda una visione che potrebbe svanire da un momento all’altro. Le sue mani tremavano appena, ma nel toccarmi i capelli tornarono sicure, lente, ossessive. Il mio corpo reagì prima della mia mente. Avrei voluto dire “sì, mi ricordo” — anche se era una bugia. Lasciarmi andare, affondare nel suo profumo, nel calore della sua voce. Sentirlo vicino. Ma il mio istinto più profondo mi gridava che non ero io la donna che lui vedeva. Aveva scambiato la mia pelle per quella di un ricordo. — Senta… non so a cosa lei si riferisca, né perché mi parli così. Ma non sono io la persona che cerca. Ha sbagliato. Mi dispiace. — Le parole mi uscirono deboli, incrinate. Il suo sguardo si abbassò per un attimo, e vidi il dolore colargli addosso come pioggia. Poi si spense. Tornò freddo, distante. — Ti farò tornare tutto alla mente, mia cara. Tutto ciò che è tuo tornerà. — mormorò, sfiorandomi la guancia con un gesto lento, quasi devoto. Poi la maschera cadde di nuovo: il professore tornò in sé. — Se ne vada ora, Signorina Vladă. Tenga ben a mente che qui non è successo assolutamente nulla. — disse, mentre tornava al suo posto e cominciava ad armeggiare con le carte, evitando accuratamente il mio sguardo. Rimasi immobile, il cuore che batteva come un tamburo nella gola. Avrei potuto chiedergli chi credesse che fossi, avrei potuto affrontarlo, ma scelsi di tacere. Aggiustai la borsa sulla spalla, inspirai a fondo e mi voltai verso la porta. Il corridoio mi accolse con un silenzio ovattato, illuminato da una luce smorta che filtrava dai vetri alti. L’aria odorava di legno lucidato e disinfettante. I miei passi risuonavano troppo forti, e il suono si perdeva nel vuoto, come in una cattedrale abbandonata. Ogni finestra rifletteva frammenti del tramonto: il cielo era un mosaico di rame e porpora, come se il giorno stesse sanguinando. Solo quando raggiunsi la hall mi accorsi che avevo trattenuto il respiro. Mi fermai un attimo, con la mano premuta sul petto, cercando di calmare il battito impazzito. L’aria mi parve più densa, eppure mi restituì un vago senso di realtà. Fuori, il vento mi colpì in pieno viso, freddo e tagliente. I capelli si scompigliarono, ma non mi mossi. Mi voltai verso l’edificio alle mie spalle — e per un istante, giuro, mi sembrò di scorgere la sua sagoma ferma dietro la finestra, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto. Un brivido mi attraversò. In quello sguardo lontano, c’era ancora qualcosa — come se parlasse a un fantasma col mio volto. E io, in quel momento, non sapevo più chi fossi davvero. Ero una disastrosa contraddizione. ***** Quella notte il sonno mi travolse come una corrente scura. Mi trovai in un luogo che non conoscevo ma che sapevo — nel modo inspiegabile in cui si conoscono le cose che non appartengono al presente. Un corridoio di pietra umida, candele tremolanti, passi che echeggiavano nel buio. Il mio respiro non era il mio, eppure usciva dalla mia bocca. Davanti a me, una figura. Lui. Stan — o qualcuno con il suo stesso volto — mi tendeva la mano, ma indossava abiti che appartenevano a un secolo lontano. La camicia aperta sul collo, le dita macchiate di sangue. — Te-am găsit. — ti ho trovata. La voce si infranse contro di me come un’onda, e qualcosa dentro si spezzò. Un lampo — poi il rosso. Il suono di una lama, un sussurro, e l’odore ferroso del sangue. Mi vidi riflessa in uno specchio incrinato: non ero io. Avevo occhi neri, troppo neri, e un sorriso che non conoscevo. Mi svegliai con un sussulto, il cuore che martellava e il lenzuolo bagnato di sudore. Fuori, la luna era piena e bianca come una ferita. E, per la prima volta, ebbi paura che la follia di Stan non fosse del tutto sua.
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