16. Quarantasette volte

3037 Words
Le ore passarono in una nebbia di rabbia soppressa e fantasie violente. Quando finalmente le lezioni giunsero al termine, rimasi seduta al mio posto mentre i miei compagni abbandonavano l'aula, accalcandosi gli uni sugli altri nella fretta di uscire, di scappare verso la libertà del pomeriggio. Danielle mi strinse la mano prima di andarsene. — Grazie — sussurrò, gli occhi lucidi. — Non lo dimenticherò mai. Annuii, forzando un sorriso. Sebastian si fermò accanto al mio banco. — Vuoi che resto? — chiese a voce bassa. — No. Vai. — Risposi senza guardarlo. Esitò per un momento, poi annuì e se ne andò, lanciando un'ultima occhiata verso Stan alla cattedra. E poi rimanemmo solo noi due. Ancora una volta. Soli. Il silenzio che seguì la chiusura della porta fu pesante, denso, quasi tangibile. Stan era ancora alla cattedra, la schiena girata verso di me, intento a sistemare alcuni fogli. Lo guardai — la linea delle sue spalle sotto la camicia, il modo in cui i suoi capelli scuri cadevano leggermente sulla nuca, il movimento preciso delle sue mani. Poi parlò, senza girarsi. — Quel compito. — La sua voce ruppe il silenzio come vetro che si frantuma. — Era tuo. Non era una domanda. Colpita e affondata. Sentii lo stomaco contrarsi, ma tenni il viso neutro. Non gli avrei dato la soddisfazione di vedermi vacillare. Finalmente si girò, appoggiandosi al bordo della cattedra con quella sua nonchalance studiata. Le braccia incrociate. I suoi occhi grigi mi fissarono con un'intensità che sembrava penetrare ogni mia difesa. — Dovrei... ringraziarla? — Chiesi, e nella mia voce c'era tutto il veleno che riuscii a concentrare. — Per aver capito? Per essere così perspicace? Un sorriso appena accennato gli increspò le labbra. — Mi prendo la libertà di darti del tu, Jolie. — Inclinò leggermente la testa, studiandomi. — Visto che evidentemente i confini professionali sono già... sfumati. La parola "sfumati" risuonò carica di significato. Deglutii, ma non distolsi lo sguardo. — Questi atti eroici — continuò, quasi assaporando le parole, — questi gesti da martire... ti rendono forse migliore? Più nobile? — Rendono Danielle ancora iscritta. — Risposi secca. — È sufficiente. — Ah. — Si staccò dalla cattedra, facendo un passo verso di me. Uno solo, ma abbastanza da cambiare l'equilibrio della stanza. — Quindi tu affoghi perché lei possa nuotare. Molto romantico. Molto... autodistruttivo. — Non mi importa cosa pensa lei— — Mentitrice. La parola mi colpì come uno schiaffo. I miei pugni si strinsero lungo i fianchi. — Il fatto che io sappia cosa hai fatto — proseguì, la voce più bassa, quasi intima, — non significa che ti premierò per questo. Non ti salverò dalle conseguenze delle tue scelte. Fece un'altra pausa. Gli occhi non vacillarono. — Non ti aiuterò. E lì, in quelle tre parole, ci fu qualcosa di più. Un avvertimento. Una sfida. Una porta che si chiudeva o forse... che si apriva? — Bene. — Mi alzai di scatto, la sedia che raschiò rumorosamente. — Perché io non voglio il suo aiuto. Non voglio la sua pietà, non voglio la sua comprensione, non voglio— — Il mio cosa, Jolie? Mi bloccai. C'era qualcosa nel modo in cui aveva detto il mio nome. — Non voglio niente da lei. — Finii, ma la voce uscì meno ferma. Sui suoi occhi comparve qualcosa che avrebbe potuto essere approvazione, o forse divertimento. L'angolo della sua bocca si sollevò in quel mezzo sorriso che ormai conoscevo troppo bene. — Molto bene. Finalmente qualcosa di vero esce da quella bocca. Sentii il calore salirmi alle guance. Quella bocca. Perché l'aveva detto così? — Facciamo progressi, vedo — aggiunse, accennando un'espressione soddisfatta. — Progressi verso cosa? La bocciatura? — Verso te stessa. — Rispose, e il tono si fece improvvisamente serio. — Devi capire, Jolie, che aiutare gli altri quando tu stai affogando non fa di te un'eroina. Ti rende solo una stupida. La rabbia esplose. — Non osare chiamarmi— — Affondare insieme a loro non li salverà. — Mi interruppe, facendo un altro passo. Ora era troppo vicino. Troppo. — Li trascinerà solo più a fondo. — Che razza di filosofia cinica è questa? — Mi alzai completamente, affrontandolo. — Dovrei voltare le spalle a chi ha bisogno? Diventare egoista come... come lei? — Esattamente. — Non ci fu esitazione. — L'egoismo è alla base della natura umana, naïve. Naïve. Ingenua. Quella parola di nuovo, pronunciata quasi con tenerezza, ma che bruciava come acido. — Io non— — Pensa all'uomo preistorico. — Stan cominciò a camminare, muovendosi intorno a me come un predatore che studia la preda. — Ha scoperto il fuoco. Un fuoco che poteva bruciare foreste intere, uccidere animali, distruggere ecosistemi. Si fermò davanti alla finestra, controluce, una silhouette scura. — L'ha usato comunque. Il giorno dopo. E quello dopo ancora. E quello dopo ancora. — Si girò verso di me. — Sapeva del rischio. Sapeva del danno. L'ha fatto lo stesso. — Perché doveva sopravvivere— — Esatto. — I suoi occhi brillarono. — Doveva sopravvivere. Non pensava agli altri animali, non pensava agli alberi, non pensava al futuro. Pensava a sé stesso. E grazie a quell'egoismo... — fece un gesto che ci includeva entrambi, — noi siamo qui. Strinsi i pugni così forte che le unghie si conficcarono nei palmi. — Ma questo é diverso! E per fortuna io non ho bisogno di accendere nessun fuoco! — La mia voce si alzò, ogni parola più forte della precedente. — Non sono egoista. Non diventerò come lei. E se questo vuol dire essere bocciata, bene! — Bene? — Ripeté, inarcando un sopracciglio. — Sì, bene! — Sbattei il palmo aperto sul banco. Il rumore echeggiò nell'aula vuota. — Si accomodi, professore. Mi bocci. Mi dia l'insufficienza. Faccia quello che vuole. Mi sporsi verso di lui, tremante di rabbia. — Perché tanto non cambierà ciò che sono. Non mi piegherà. Non mi renderà fredda e cinica come lei. Per un lungo momento non disse nulla. Mi guardò solo, e in quegli occhi grigi vidi qualcosa che non riuscii a decifrare — frustrazione? Rispetto? Qualcos'altro? — Fredda e cinica. — Ripeté piano, quasi tra sé. — È così che mi vedi? — È così che lei è. — Ah. — Un sorriso amaro gli attraversò il volto. — Allora non mi conosci affatto, Jolie Vladă. Raccolsi le mie cose con gesti bruschi — quaderno, penna, zaino — e mi diressi verso la porta con passi furiosi. — Jolie. La mia mano era già sulla maniglia quando la sua voce mi fermò. Non un ordine. Quasi... una preghiera? Non mi girai. Non potevo. Se lo avessi guardato in quel momento, qualcosa dentro di me si sarebbe spezzato. Il silenzio si allungò, denso e carico. — Quel fuoco che sento nella tua voce — disse infine, e la sua voce era diversa ora, più bassa, più... vera. — Quella rabbia che ti fa tremare le mani... Abbassai lo sguardo. Le mie mani stringevano la maniglia così forte che le nocche erano bianche. — Quella fiamma che ti divora da dentro quando qualcosa ti tocca davvero... Chiusi gli occhi. — Non spegnerla mai, Jolie. — Una pausa. — Non per me. Non per nessuno. È l'unica cosa che ti salverà quando tutto il resto crollerà. Il cuore mi batteva così forte che pensavo potesse sentirlo. — Anche se ti brucia. Anche se ti distrugge. — La sua voce si fece ancora più bassa, quasi un sussurro che attraversò la stanza come un fantasma. — Soprattutto allora. Perché quel fuoco sei tu. La vera te. Volevo girarmi. Volevo guardarlo. Volevo chiedergli cosa diavolo significasse tutto questo, perché un momento mi trattava come una bambina stupida e quello dopo mi parlava come se... come se mi vedesse davvero. Ma non lo feci. Aprii la porta e uscii, lasciandolo lì, in quell'aula vuota, con parole che non avrei mai dimenticato bruciate nella mia mente come marchio a fuoco. Dal suo arrivo, Stan non aveva fatto altro che punzecchiarmi, cercando di farmi cedere alle sue provocazioni. E anche se il voler discutere fosse ben lontano dalla mia natura — di solito ero calma, ragionevole — ora ero sul punto di esplodere. Quell'uomo era un enigma impossibile da decifrare. E le mezze frasi incomprensibili erano la sua specialità. "Quel fuoco dentro di te è esattamente ciò che non dovresti mai spegnere." Cosa diavolo significava? Tornata a casa, mi gettai sul divano e fissai il soffitto, cercando di mettere ordine nei miei pensieri caotici. Il telefono cominciò a squillare quasi immediatamente. Sebastian, ovviamente. Guardai lo schermo illuminarsi — Seb con una sua foto stupida che avevamo fatto mesi prima — e lasciai che andasse in segreteria. Squillò di nuovo. Segreteria. Di nuovo. Segreteria. Mi rifiutai parecchie volte di ascoltare i messaggi lasciati dal mio amico, per una questione di principio — avevo bisogno di stare da sola, di pensare, di non dover spiegare niente a nessuno — finché la curiosità non ebbe la meglio. Premetti il bottone nero accompagnato dalla lucetta rossa lampeggiante. "Dio, Jolie, smettila di fare la bambina!" La voce di Sebastian riempì la stanza, esasperata ma con quel tono affettuoso che conoscevo. "So che sei lì! Quando ti deciderai ad alzare quella maledetta cornetta? Sto provando anche al cellulare! Sei dannatamente infantile!" Una pausa. Sentii il suo respiro. "Smetterò di chiamare e tu non saprai mai cosa avevo in mente per oggi. Ciao, dragă." Il bip che seguì segnalò la fine del messaggio. Ma, a differenza di quanto aveva detto, Sebastian provò a chiamarmi più e più volte in attesa di una mia risposta. Il telefono continuò a squillare, inesorabile, ogni cinque minuti. Alla centesima chiamata — o forse era la centocinquesima, avevo perso il conto — stufa di sentire quel fastidiosissimo trillo perforarmi i timpani, risposi, conscia che avrei ricevuto una bella strigliata. — Finalmente, copil!! — La voce di Sebastian esplose dal telefono. — Sai quante volte ti ho chiamata? QUARANTASETTE. Le ho contate, Jolie. Quarantasette volte. Bambina. — Complimenti per le tue abilità matematiche — risposi secca. — Vuoi un premio? — Voglio che tu smetta di fare la bambina. — Sentii il fruscio del suo movimento. Probabilmente si stava passando la mano tra i capelli, quel gesto nervoso che faceva sempre. — Non credo ci possa essere qualcuno più testardo di te nell'intero emisfero occidentale. — Emisfero occidentale? — Non potei fare a meno di sorridere, nonostante tutto. — Ti sei messo a studiare geografia? — Ho studiato l'arte di sopportare la mia migliore amica impossibile. — Una pausa. — Giuro che stavo per mollare. — Bugiardo. — Okay, sì, non avrei mai mollato. — Ridacchiò. — Ma ammetti che sono stato impressionantemente persistente. — Ammetto che sei stato impressionantemente irritante. — È la stessa cosa. Roteai gli occhi, quasi come se lui potesse vedermi. — Avresti dovuto farlo al primo tentativo, tâmpit. — Stupido. — Ora, velocemente, ti prego, dimmi cosa vuoi prima che decida di risbatterti giù. — Così violenta oggi. — Il suo tono si fece più serio. — Che è successo, Jo? E non dirmi "niente" perché ti conosco. Innanzitutto voglio sapere il motivo del tuo comportamento di oggi. Breve e diretto, come sempre quando era davvero preoccupato. Sospirai, lasciandomi cadere sul divano. — Onestamente? Non lo so neanch'io. — Le parole uscirono più stanche di quanto intendessi. — Era come se... tutti volessero darmi pacche sulla spalla e dirmi "poverina, andrà tutto bene". Dan che mi guarda con gratitudine, tu con quella faccia compassionevole— — Io non avevo una faccia compassionevole! — Avevi ESATTAMENTE una faccia compassionevole. Come se fossi un gattino bagnato da salvare. — Sei più un gattino arrabbiato che soffia, se proprio vogliamo essere precisi. Nonostante tutto, sbuffai una risata. — Vedi? È questo il problema. Io non voglio essere la povera Jolie che ha bisogno di essere salvata. Voglio essere la Jolie che salva gli altri e se ne frega delle conseguenze. — Anche quando le conseguenze includono Stan che ti boccia? Il nome cadde tra noi come un sasso in uno stagno. — Soprattutto allora. — Risposi, ma la voce tremò leggermente. — Ho urlato contro di lui, Seb. Gli ho praticamente detto di fare quello che vuole, che non mi piegherà. — Wow. — Un fischio basso. — E lui? Mi fermai. Cosa aveva fatto lui? "Quel fuoco... non spegnerlo mai." — Lui... — Deglutii. — È complicato. — Complicato come? — Complicato come "non voglio parlarne ora" complicato. Sebastian rimase in silenzio per qualche secondo. Poi: — Va bene. Ma sai che prima o poi me lo dirai, vero? — Lo so. — Bene. — Sentii il sorriso tornare nella sua voce. — Allora passiamo a cose più importanti. Come mai hai pensato seriamente a come starebbe Stan con il naso rotto? — Non te l'ho detto. — Me l'hai appena detto. Telepatia dell'amicizia. — Sei impossibile. — E tu stai evadendo la domanda. Sospirai. — Perché ha una faccia troppo perfetta e mi dà fastidio. — Ah. — Il tono di Sebastian si fece canzonatorio. — Quindi ammetti che è perfetto. — Ho detto che ha una faccia perfetta. Non che LUI è perfetto. — Same thing, dragă. — Assolutamente no. — Quindi se io dicessi "quella ragazza ha un corpo perfetto" tu penseresti che sto parlando solo del corpo? — Seb— — Esatto. Ammettilo. Trovi Stan attraente. — Trovo Stan irritante. — Le due cose non sono mutualmente esclusive. — Ti odio. — No, non mi odi. — Rise. — Ma sai cosa? Non ti saprei davvero dire come starebbe Stan con il naso rotto. Però posso dirti con certezza che TU con una bocciatura non staresti bene per niente. La conversazione tornò seria. — Lo so. — Ammisi piano. — Allora perché l'hai fatto? Perché hai dato il tuo compito a Dan? — Perché... — Cercai le parole giuste. — Perché lei stava per crollare, Seb. Completamente. Tre prestiti scolastici. Lavora ogni notte. Non mangia. Non dorme. Se perdeva quella borsa di studio... — Crollava lei e ora crolli tu. — Ma almeno lei è salva. — E tu sei un'idiota. — Lo disse con affetto. — Un'idiota coraggiosa, ma pur sempre un'idiota. — Sei davvero di conforto. — Non sono qui per farti sentire meglio con bugie. Sono qui per dirti la verità. — Fece una pausa. — Ricordami di non confidarmi con te la prossima volta, tra l'altro. Potresti usarlo contro di me. — Come se tu avessi mai segreti. — Oh, dolcezza. Tutti hanno segreti. C'era qualcosa nel suo tono che mi fece venire voglia di chiedere, ma poi Sebastian cambiò completamente argomento. — Comunque. Preparati. — Per cosa? — Per la terapia d'urto contro professori irritanti e giornate di merda. — La voce si fece entusiasta. — Prepara la divisa guerriera. Oggi lanciamo! Il mio cuore accelerò immediatamente. — Oh Dio, sì. — Mi alzai di scatto dal divano. — Seb, ti amo. Ne ho bisogno letteralmente più dell'aria. — Lo sapevo! — Sembrò soddisfatto di sé. — Preparati, dolcezza. Passo a prenderti tra venti minuti. Premessa importante: niente Kingknife, niente locali al chiuso dove dobbiamo essere educati. — Dove allora? — Bosco di Epping. — Disse, e sentii il sorriso nella sua voce. — Aria aperta, alberi da massacrare, e nessuno che ci rompe le scatole. — Perfetto. — Sorrisi per la prima volta da ore. — Venti minuti? — Venti minuti. E Jolie? — Sì? — Porta i coltelli buoni. Quelli che fanno male. — Sempre. Riattaccò prima che potessi dire altro, lasciandomi con un sorriso sul volto e una sensazione leggermente migliore nel petto. Corsi in camera e aprii l'armadio, tirando fuori la mia tuta nera — intera, rinforzata, adatta al tiro. Me la infilai rapidamente, godendo della familiarità del tessuto tecnico sulla pelle. Legai i capelli in uno chignon poco ordinato — non doveva essere elegante, doveva solo tenerli fuori dal viso. Poi aprii il cassetto segreto in fondo all'armadio e ne tirai fuori una custodia scamosciata nera, consumata dall'uso. La appoggiai sul letto e l'aprii con cura, rivelando tutta la mia collezione di coltelli. Ne avevo molti, di ogni tipo: dai più classici ai più eleganti, da quelli di scarso valore a quelli in argento lavorato. Tutti precisamente sistemati in ordine di importanza, ognuno nel suo scomparto di velluto. C'erano i coltelli da lancio bilanciati, quelli con lame in acciaio inossidabile. C'erano quelli decorativi con manici intarsiati. C'erano persino quelli antichi, ereditati, con storie che non avrei mai raccontato a nessuno. Ma l'ultimo coltello della fila era il più prezioso. Lo guardai senza toccarlo — non lo avrei mai portato fuori, mai rischiato di perderlo o danneggiarlo. Il manico era ricavato da un tiglio millenario situato a Steinfurt, in Germania. L'albero era conosciuto come "albero della danza" — un tiglio così antico che la gente del posto ci ballava intorno durante le feste estive. La lama era in oro puro, sottile e lunga esattamente 20 centimetri. Perfettamente bilanciata. Un'opera d'arte più che un'arma. Ma per me il valore vero derivava dallo zaffiro blu incastonato tra le varie venature del manico — uno zaffiro ricavato da una delle collane di mia madre, l'unica cosa che ero riuscita a salvare. Intorno alla pietra correvano intagli eleganti che donavano all'oggetto classe, raffinatezza e signorilitá. Era bellissimo. Letale e bellissimo. Come alcune persone, pensai, e l'immagine di Stan mi attraversò la mente prima che potessi fermarla. Scossi la testa e chiusi la custodia. Tra la moltitudine scelsi i coltelli più logori — quelli che potevo permettermi di rovinare, quelli già segnati dall'uso — e li sistemai nella mia bisaccia insieme al telo da bagno e una bottiglia d'acqua. Infilai il cappotto nero pesante — faceva freddo, e nel bosco sarebbe stato ancora peggio — e proprio mentre ero alle prese con i vari bottoni, cercando di chiuderli con le dita fredde, suonò il campanello. Afferrai la bisaccia, me la misi su una spalla, e andai ad aprire. Sebastian era lì, appoggiato allo stipite della porta, con quel suo sorriso sornione stampato in faccia. — Pronta a fare a pezzi qualche albero, dragă? — Sempre. E per la prima volta quel giorno, sorrisi davvero.
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